menu Menu
Adriano e Antinoo
Storia d’arte e d’amore ai tempi dell’antica Roma.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Le civiltà etrusca e romana – Data: Luglio 7, 2020 0 commenti 12 minuti
La Pietà di Michelangelo Articolo precedente La Madonna del Magnificat di Botticelli Prossimo articolo

Versione audio:

Antinoo (110/111-130 d.C.) nacque da una famiglia greca a Claudiopoli, nella provincia romana di Bitinia, nell’attuale Turchia settentrionale. Ben poco sappiamo della sua fanciullezza. È probabile sia giunto in Italia dopo il 123, dunque ancora giovanissimo, per completare la sua formazione culturale; successivamente venne introdotto a corte, dove incontrò l’imperatore Adriano.

Leggi anche:  L’arte romana imperiale

Un’altra ipotesi, più plausibile, è che Adriano abbia conosciuto il ragazzino in occasione di un suo viaggio a Claudiopoli e che sia stato egli stesso a curarsi della sua educazione, portandolo con sé a Roma.

Busti di Adriano e di Antinoo, 130-138. Marmo. Londra, British Museum.

Adriano e Antinoo

Fu probabilmente verso il 128, o poco prima, che il rapporto di amicizia tra Adriano e il giovane si tramutò in una relazione affettiva stabile. Adriano, innamoratissimo di Antinoo, non voleva mai separarsene e lo portava con sé in ogni viaggio, privato o ufficiale. Tutto ciò nonostante l’imperatore fosse ufficialmente sposato con una sua cugina di secondo grado, Vibia Sabina: un matrimonio “di Stato” che peraltro le fonti ricordano come infelice.

Ricostruzione dell’aspetto di Antinoo dalla colorazione di un suo busto.
Ricostruzione computerizzata del volto di Adriano.

Per quanto la relazione tra Adriano e Antinoo possa essere oggi considerata come un emblematico caso di pedofilia, è bene ricordare che nella cultura greca, di cui il romano Adriano era un convinto ed entusiasta sostenitore, veniva considerato del tutto normale, anzi persino auspicabile, che un uomo adulto di età compresa fra i 20 e i 40 anni (erastès) intrattenesse una relazione sentimentale con un ragazzo di 12-18 anni (eròmenos), di cui si prendeva cura sotto ogni aspetto.

Antinoo Farnese, 130-138. Marmo, altezza 2 m. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Nell’ottobre del 130, mentre si trovava a bordo di una imbarcazione che solcava il Nilo, Antinoo, all’epoca quasi diciannovenne, morì annegato, in circostanze che risultano ancora misteriose. Sono stati ipotizzati il banale quanto tragico incidente, l’omicidio in una congiura di corte, perfino il suicidio, inteso come sacrificio compiuto dallo stesso ragazzo a favore dell’amato, cui era stata predetta la morte entro l’anno. Di tutto questo, però, non abbiamo prove o indizi concreti.

Antinoo come Osiride, 130-138. Marmo. Londra, British Museum.

Antinoo divinizzato

Le fonti ci raccontano solo della disperazione di Adriano, che inconsolabile pretese la divinizzazione di Antinoo e fondò un culto legato alla sua persona, che si diffuse rapidamente in tutti i territori dell’impero e in particolare in Egitto, dove il ragazzo era morto. Fu questo un grande onore che certificò la profondità di quel legame: nel mondo romano, la divinizzazione pubblica era un privilegio riservato solamente all’imperatore e ai membri della sua famiglia. Infatti, quello di Antinoo è un caso unico nella storia dell’Impero romano.

Obelisco del Pincio, Roma. Le iscrizioni in geroglifico narrano della deificazione di Antinoo.

Sempre in Egitto, l’imperatore fondò anche la città di Antinopoli dove, secondo alcuni storici, in un tempio dedicato, venne poi trasferito il corpo imbalsamato di Antinoo. Altri invece ritengono che Adriano abbia voluto per sempre l’amato accanto a sé, seppellendolo nella sua Villa Adriana a Tivoli.

L’Antinoeion a Villa Adriana, presunto luogo di inumazione di Antinoo.

Le immagini di Antinoo

Dopo la morte di Antinoo, Adriano fece produrre moltissimi ritratti del giovane, sotto forma di bassorilievi, busti e sculture a figura intera. Il ragazzo vi viene mostrato generalmente nudo, alla greca, e non di rado identificato con una divinità dell’olimpo greco-romano (Dioniso ed Ermes, soprattutto) o egizio (Osiride). In una scultura conservata a Roma, Antinoo è raffigurato nell’aspetto sincretistico di Dioniso-Osiride: mostra infatti sul capo sia una corona di foglie e bacche di edera sia un diadema, un tempo decorato con un cobra o un fiore di loto (in un restauro moderno sostituito da una sorta di pigna).

Antinoo come Dioniso, noto come Antinoo Lansdowne, 130-138. Marmo. Cambridge, Fitzwilliam Museum.
Leggi anche:  Il Doriforo di Policleto
Antinoo come Dioniso-Osiride, noto come Antinoo Braschi, 130-138. Marmo. Roma, Musei Vaticani, Museo Pio Clementino.

Sono queste sculture, in gran numero giunte integre fino a noi (un centinaio di statue e busti, circa 250 raffigurazioni su moneta, altri ritratti in bassorilievi, gioielli e cammei), che hanno reso così familiare l’aspetto di Antinoo, la grazia efebica del suo corpo giovanile, il torace ampio, la bella testa dalla chioma riccioluta e arruffata, il naso importante ma dritto, la bocca carnosa, l’espressione sempre malinconica e corrucciata, quasi prefigurasse il triste destino che lo attendeva.

L’idealizzazione artistica

È assai probabile che Antinoo, in quanto diciannovenne, avesse un aspetto più adulto, muscoloso e virile di quello riportato dalle statue: tuttavia, mostrarlo con una bellezza tipicamente adolescente e pura rientrava nelle esigenze di idealizzazione artistica diffuse all’epoca di Adriano.

È lecito supporre che tali opere siano state tutte prodotte tra il 130 e il 138, data di morte dello stesso imperatore; è assai improbabile, infatti, che i successori di Adriano siano stati interessati a questo soggetto. Questa consolidata “iconografia di Antinoo” è, d’altro canto, un caso davvero unico nella storia dell’arte, nonostante la costante fortuna riscontrata dal genere del ritratto. Non sarebbe infatti più accaduto che le sembianze di un volto fossero così tanto divulgate in nome non della politica o di esigenze dinastiche e autocelebrative ma dell’amore, e soprattutto dell’amore di un uomo per un altro uomo.

Leggi anche:  L’Hermes e Dioniso di Prassitele

Non è certamente un caso che Antinoo sia diventato, nei secoli, dal Rinascimento fino ad oggi, una vera e propria icona omoerotica.

Antinoo nel racconto della Yourcenar

La vicenda di Antinoo e Adriano è stata poeticamente raccontata dalla scrittrice belga Marguerite Yourcenar (1903-1987) nel suo capolavoro, Memorie di Adriano, del 1951. Il romanzo ha la forma di una lunga lettera che Adriano scrive al nipote adottivo Marco Aurelio, futuro imperatore. Vi racconta della sua vita, delle imprese, degli amori e, ovviamente, anche di Antinoo.

Marguerite Yourcenar, in una foto del 1982.

«Antinoo era greco: sono risalito, nelle memorie di quella famiglia antica e oscura, sino all’epoca dei primi coloni arcadi sulle sponde della Propontide. Ma l’Asia aveva prodotto su quel sangue un po’ acre l’effetto della goccia di miele che rende torbido e aromatico un vino puro. Ritrovavo in lui le superstizioni d’un discepolo d’Apollonio, il culto monarchico d’un suddito orientale del Gran Re. La sua presenza era straordinariamente silenziosa: m’ha seguito come un animale, o come un genio familiare.

Aveva le infinite capacità di allegria e d’indolenza d’un cucciolo, la selvatichezza, la fiducia. Quel bel levriero, ansioso di carezze e di ordini, si distese sulla mia vita. Ammiravo quell’indifferenza quasi altera verso tutto ciò che non costituiva il suo piacere o il suo culto: essa suppliva in lui al disinteresse, allo scrupolo, a tutte le virtù volute, austere.

Leggi anche:  L’Apoxyòmenos di Lisippo

Mi stupiva quella sua aspra dolcezza; quella devozione torva, che impegnava l’essere intero. E, tuttavia, quella sottomissione non era cieca: quelle palpebre tante volte abbassate nell’acquiescenza o nel sogno, si levavano; gli occhi più attenti del mondo mi scrutavano in viso; mi sentivo giudicato. Ma lo ero, come lo è un dio da un suo fedele: le mie asprezze, i miei attacchi di diffidenza (ne ebbi, più tardi) erano pazientemente, gravemente accettati. Sono stato padrone assoluto una volta sola, e di un solo essere.

Busto di Antinoo, 130-138. Marmo. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Se non ho detto ancora nulla d’una bellezza così evidente, non bisogna credere che l’abbia fatto per una sorta di reticenza, il silenzio d’un uomo avvinto in modo troppo totale. Ma i volti che noi cerchiamo disperatamente ci sfuggono: è sempre solo un istante…. Ritrovo una testa reclina sotto una capigliatura disfatta dal sonno, degli occhi che le palpebre allungate facevano parere obliqui, un giovane viso, come disteso. Quel tenero corpo s’è modificato di continuo, a guisa d’una pianta, e alcune di queste alterazioni sono imputabili all’opera del tempo.

Il fanciullo mutava: si faceva grande. Bastava una settimana d’indolenza per intorpidirlo; un pomeriggio di caccia gli rendeva la solidità, lo scatto dell’atleta. Un’ora di sole lo faceva mutare dal colore del gelsomino a quello del miele. Le gambe un po’ pesanti del puledro si andavano man mano allungando; la gota perdeva la delicata rotondità infantile, s’incavava leggermente sotto lo zigomo sporgente; il torace gonfio d’aria del giovane corridore allo stadio assumeva le curve lisce e polite d’un seno di Baccante. Il broncio delle labbra s’impregnava d’un’amarezza ardente, d’una sazietà triste. In verità quel volto mutava come se ogni notte e ogni giorno io lo avessi scolpito.

Quando mi volgo indietro a quegli anni, mi sembra di ritrovare l’Età dell’Oro. Tutto era facile. Le fatiche d’altri tempi erano compensate da una facilità quasi sovrumana. Viaggiare era un gioco, un piacere controllato, noto, e abilmente praticato. Il lavoro incessante non era che un altro modo per godere. La mia vita, in cui tutto è arrivato tardi – il potere, la felicità – , assumeva lo splendore del meriggio, la radiosità solare delle ore di siesta, quando tutto è soffuso di un’atmosfera dorata, gli oggetti della nostra camera e il corpo disteso al nostro fianco.

La passione appagata ha la sua innocenza, fragile quasi quanto ogni altra: il resto della bellezza umana declinava al rango di spettacolo, cessava d’esser quella selvaggina di cui ero stato cacciatore. Quell’avventura iniziata in modo banale arricchiva la mia vita, ma la rendeva, d’altro canto, più semplice: l’avvenire contava poco; cessavo d’interrogare gli oracoli; le stelle non furono più, d’allora in poi, che segni mirabili sulla colta del cielo. Non avevo osservato mai con altrettanto rapimento il pallore dell’alba sull’orizzonte delle isole, la frescura delle grotte consacrate alle Ninfe, abitate da uccelli migratori, il lento volo delle quaglie al crepuscolo. […]

Busto di Antinoo, 130-138. Marmo. Berlino, Altes Museum.

A poco a poco, la luce cambiò. Dopo due anni e più, si notavano le orme del tempo, dei progressi di una giovinezza che si forma, s’indora, sale quasi allo zenit; la voce fonda del fanciullo s’abituava a dare ordini a nocchieri e capicaccia; la falcata più lunga del corridore; le gambe del cavaliere che stringono la cavalcatura con maggiore esperienza; l’alunno che a Claudiopoli aveva imparato a memoria lunghi frammenti di Omero, e si appassionava di poesia lasciva e raffinata, ora si estasiava di alcuni brani di Platone.

Il mio pastorello diventava un giovane principe. Non era più il fanciullo zelante che, alle soste, si gettava da cavallo per offrirmi l’acqua delle sorgenti attinta nel cavo delle sue palme; ora, il donatore conosceva il valore immenso dei suoi doni. Durante le cacce organizzate nelle terre di Lucio, in Etruria, m’ero divertito a mescolare quel volto perfetto alle fisionomie grevi e aggrottate dei grandi dignitari, ai profili acuti degli Orientali, alle rozze grinte dei cacciatori barbari, a costringere il mio diletto alla parte difficile di amico.

A Roma, s’erano orditi intrighi intorno alla sua giovane testa, s’erano esercitati sforzi abietti per catturare la sua influenza e sostituirvene qualche altra. La capacità di chiudersi in un pensiero unico dotava quel diciottenne di una sorta di indifferenza che manca ai più saggi: aveva saputo sdegnare tutte quelle trame, o ignorarle. Ma la sua bella bocca aveva assunto una piega amara che non sfuggì agli scultori.

Offro qui ai moralisti un’occasione facile per trionfare di me. I miei censori si apprestano già a scoprire, all’origine della mia sventura, le conseguenze d’un traviamento, il risultato di un eccesso. Mi è difficile contraddirli in quanto non riesco a scorgere in che cosa mi sia traviato, in che cosa io abbia ecceduto. Mi sforzo di ridurre il mio delitto, se tale dobbiamo chiamarlo, a proporzioni esatte; mi dico che il suicidio non è poi così raro, che è un fatto abbastanza comune morire a vent’anni. La morte di Antinoo è un problema, oltreché una sciagura, per me solo».

Adriano e Antinoo.


Articolo precedente Prossimo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Annulla Pubblica il commento

keyboard_arrow_up