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L’Apollo e Dafne di Bernini
Un prodigio della scultura barocca.
By Giuseppe Nifosì Posted in Particolari on Febbraio 27, 2019 0 Comments 7 min read
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Il Barocco nacque a Roma intorno agli anni Venti del XVII secolo, grazie al genio estroverso di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680). Bernini è universalmente considerato come il più importante artista del Seicento europeo: scultore, architetto, pittore, scenografo, urbanista, raggiunse sempre, e in ogni campo, livelli di assoluta eccellenza.

Nel 1615, a soli diciassette anni, era già un brillante professionista che lavorava, a fianco del padre Pietro, come lui scultore, al servizio del papa regnante, Paolo V, del cardinale Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII, e soprattutto di Scipione Borghese (1576-1633). Scipione, nipote del pontefice, fu uno degli uomini più potenti di Roma. Grande mecenate, e già sostenitore di Caravaggio, si distinse per la straordinaria cultura e l’incontenibile passione per il collezionismo.

Proprio il cardinale Borghese offrì al giovane Bernini la prima grande occasione della sua carriera: i quattro gruppi scultorei che avrebbero fatto la sua fortuna di artista. Queste opere, commissionate da Scipione nel 1618 per la sua Villa Borghese al Pincio, e conosciute come Statue Borghese, andarono ad arricchire la già famosa collezione d’arte del cardinale (la quale vantava dei bellissimi Caravaggio) e ancora oggi si trovano a Roma, nella Galleria Borghese. Si tratta dell’Enea e Anchise, del Ratto di Proserpina, dell’Apollo e Dafne e del David.

Apollo e Dafne

Il gruppo di Apollo e Dafne, in particolare, fu scolpito da Bernini tra il 1622 e il 1625. Il soggetto non era nuovo nella storia dell’arte ma gli scultori non lo avevano mai affrontato. Bernini osò quanto sino ad allora era apparso impossibile: rappresentare nel marmo un corpo umano che si trasforma in pianta.

Narra Ovidio, nelle sue Metamorfosi, che Apollo, travolto da una passione incontenibile, inseguiva la ninfa Dafne; la fanciulla, che invece provava repulsione per lui, non voleva neppure essere toccata e scappava. Durante la corsa, ella implorò il padre, il dio fluviale Peneo, di salvarla; così, al tocco di Apollo venne trasformata in albero di alloro.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-25. Marmo, altezza 2,43 m. Roma, Galleria Borghese.

Nel capolavoro di Bernini, Apollo riesce a raggiungere, alla fine di una lunga corsa, la bella Dafne e questa, sfiorata dalle dita del giovane, inizia la sua trasformazione in albero. Apollo ha il corpo di un adolescente, con i muscoli in tensione; sbilanciato in avanti, compie una rotazione con il busto per afferrare Dafne. Il mantello, che gli sta scivolando via, si gonfia nel vento. È confuso e ansimante.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-25. Particolare.

Dafne, invece, intuisce cosa sta accadendo e urla, più per lo stupore che per il dolore: si inarca all’indietro, ruota il busto e allarga le braccia in alto. Le sue mani e i capelli stanno prendendo la forma di rami e di foglie, le gambe stanno diventando tronco e i piedi radici.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-25. Particolare.
Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-25. Particolare.
Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-25. Particolare.

In un attimo la trasformazione sarà completata, la dura corteccia ricoprirà completamente il suo bel corpo di donna, le braccia e la chioma, già in parte mutate, saranno fronde.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-25. Particolare.

L’opera, le cui figure sono in scala naturale, è concepita per offrire molti punti di vista differenziati. Bernini volle collocarla in modo che, entrando nella stanza, si potesse inizialmente vedere solo Apollo di spalle e appena intuire il crescendo della metamorfosi di Dafne. Da quell’angolazione si scorgeva, infatti, la corteccia che già avvolge il corpo della ninfa ma anche la mano del dio che, secondo i versi di Ovidio, sotto il legno ancora sentiva batterle il cuore. Solo girando attorno alla scultura si sarebbero scoperti i particolari della trasformazione.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-25. Particolare.
Una mirabile rappresentazione del movimento

Con Apollo e Dafne (e le altre sculture per Scipione Borghese) Bernini raggiunse la più alta e compiuta espressione della rappresentazione del movimento. Egli riuscì a fissare un solo istante dell’azione, quello cruciale. Le sue figure, infatti, non rappresentano più un fatto ma l’accadere di quel fatto, non più una realtà ma la trasformazione di quella realtà. Apollo e Dafne sono colti nella corsa, nell’attimo esatto in cui la giovane si sta trasformando in albero: un attimo prima era ancora donna, un attimo dopo non lo sarebbe stata più.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-25. Visioni differenti.

I due giovani sono in equilibrio precario, appaiono sbilanciati, sembrano dover cadere da un momento all’altro. Apollo ha la gamba sinistra slanciata all’indietro (unico punto di appoggio a terra resta la gamba destra). Dafne è invece letteralmente sollevata verso l’alto dalle radici che le spuntano dai piedi. La rappresentazione del movimento è infatti impostata sui due archi descritti dalle figure che si intrecciano all’ideale spirale formata da tronco, mantello e braccia.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-25. Visione laterale.

Bernini seppe risolvere il complesso problema del rapporto tra spinte e controspinte attraverso un raffinatissimo gioco di equilibri: corpi, gambe e braccia delle due figure si estendono nello spazio sfidando le leggi di gravità, ma sono sempre in qualche modo bilanciate da altre parti che si protendono nella direzione opposta.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-25. Visione laterale.
L’arte della meraviglia

Bernini seppe anche portare la materia del marmo alle sue estreme possibilità espressive. Quella dell’artista fu una scommessa continua con i limiti statici della materia, una sfida che sembrò ignorare la fragilità del marmo e che lo spinse alla ricerca sempre più audace di posizioni e torsioni al limite del dovuto, di idee, accorgimenti, camuffamenti che gli consentirono di contestare la forza di gravità. Un simile risultato è ottenibile solo grazie a uno straordinario controllo della tecnica. E non a caso Bernini fu un tecnico eccellente, celebrato per le sue strabilianti capacità.

L’Apollo e Dafne, in particolare, si presenta come un vero e proprio miracolo della tecnica. Le due figure sono ricavate da un unico, enorme blocco e le foglie arrivano a raggiungere spessori minimi, tanto che si potrebbero spezzare con la semplice pressione delle dita. L’artista fu inoltre magistrale nel rendere la sericità della pelle nuda di Dafne che contrasta con la ruvidezza della sua nuova corteccia. Tutto questo genera stupore e ammirazione.

«I fondamenti di una estetica della meraviglia non sono specifici del mondo berniniano in senso circoscritto […] ma sono certamente diffusi nel mondo culturale in cui si muove il Bernini, attento e istintivamente proteso a cogliere le voci sulle quali poi intonare la sua ricerca di consenso», ha scritto Franco Borsi, uno dei più importanti studiosi del Barocco italiano. Molti pittori e scultori del Seicento tentarono di meravigliare gli spettatori ma nessuno ci riuscì quanto Bernini, che difatti divenne un maestro indiscusso, un riferimento obbligato per generazioni di artisti.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-25. Particolari.
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