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I segni dell’Art Déco e la donna degli “Anni Ruggenti”
Un nuovo stile decorativo per il primo dopoguerra.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Arte e design – Data: Maggio 8, 2024 1 commento 10 minuti
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Quando, nel 1925, venne organizzata a Parigi la seconda edizione della Esposizione Internazionale delle Arti Decorative e industriali moderne, l’Art Nouveau lasciò il posto a un nuovo fenomeno di gusto, che coinvolse grafica, oreficeria, arredamento: l’Art Déco. Con questo termine, o con quello ugualmente diffuso di Stile 1925, si classificano oggetti di design, motivi decorativi, lavori di grafica e perfino alcune opere di pittura, scultura e architettura realizzate in Europa e negli Stati Uniti fra il 1915 e il 1940. L’Esposizione Universale di New York del 1939-40, infatti, è considerata convenzionalmente come la manifestazione di chiusura della stagione Art Déco.

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Marcel Bouraine, Papillon, 1928 ca. Statuetta in pasta di cristallo.
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René Lalique, Susanna al bagno, 1925. Vetro. Collezione privata.

I segni dell’Art Déco

Lo stile Art Déco è normalmente identificato con i suoi “segni” più evidenti: forme geometriche, superfici riccamente decorate, colori vivaci, fiori stilizzati, animali dai contorni sinuosi, sensuali figure femminili. Se l’Art Nouveau aveva esaltato il mito dell’arte per tutti, l’Esposizione parigina del 1925 celebrava invece un’arte di lusso, un’arte d’élite, ricca di pezzi unici, destinati idealmente alle ville dei colti collezionisti oppure ad ipotetiche ambasciate della Francia, un paese che intendeva riaffermare il proprio primato di leader delle arti decorative nel mondo.

Édouard Bénédictus, Elemento decorativo art déco, 1930. Stencil su carta. Londra, Victoria and Albert Museum.

Dall’Art Nouveau all’Art Déco

Rintracciare le fonti dell’Art Déco si rivela un’impresa molto difficile: lo stile include infatti molte manifestazioni differenti, legate a motivi ispiratori eterogenei e spesso in contraddizione fra loro. Alcune caratteristiche dello stile Art Déco erano già presenti nell’ambito della produzione art nouveau; due architetti si erano infatti distinti (per la propria essenzialità) dai designers franco-belgi, più legati alle linee sinuose e ai motivi lussureggianti.

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Il primo era stato l’austriaco Joseph Hoffmann (1870-1956), architetto, arredatore e designer, tra i principali protagonisti della Secessione viennese, il quale aveva disegnato decorazioni basate essenzialmente su forme geometriche. Il secondo era stato l’architetto e arredatore scozzese Charles Rennie Mackintosh (1868-1928), esponente di spicco del Modern Style britannico, nelle cui opere di design avevano prevalso profili severi e colori chiari. L’Art Déco richiama, tuttavia, anche gli smalti vetrosi e le lacche dell’Estremo Oriente, nonché gli stili Luigi XV e Luigi XVI dei mobili francesi.

Fortunato Depero, Bozzetto per una copertina di Vanity Fair, 1930 ca.

L’arte primitiva e i Balletti Russi

Una ispirazione altrettanto rilevante, per gli artisti art déco, giunse anche dall’arte esotica e primitiva; tra le fonti più importanti, ricordiamo l’arte tribale africana, l’architettura del Centro America (azteca e maya) e l’arte egizia, soprattutto dopo la scoperta della tomba di Tutankhamon, avvenuta nel 1922.

Allo stesso modo, i designer déco furono incantati dai disegni audaci e dai colori brillanti proposti negli spettacoli dei Balletti Russi.

Léon Bakst, Bozzetto del costume per Vaslav Nijinsky nel balletto La Peri di Paul Dukas, 1911. Acquerello su carta. Parigi, Bibliotheque de l’Arsenal.

Questa compagnia di danza, diretta da Sergej Djagilev, dal 1911 al 1929 produsse in Europa le innovazioni più significative nel campo del balletto, avvalendosi dei maggiori danzatori e coreografi dell’epoca, e coinvolse perfino grandi artisti per scenografie e costumi, tra cui Pablo Picasso.

Pablo Picasso, bozzetto per un costume cinese del balletto Parade, 1917. Questo balletto nacque dalla collaborazione di Erik Satie, Jean Cocteau, Pablo Picasso e Lèonide Massine, per i Balletti Russi di Djagilev.
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Pablo Picasso, costume cinese del balletto Parade, 1917. Tessuto di raso di seta con tessuto d’argento e filo nero, cappello di cotone con pigtail di lana. Londra, Victoria and Albert Museum.
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Art Déco e Avanguardie

Tra le fonti più influenti ad ispirare la poetica art déco, di certo concorsero i contemporanei movimenti artistici d’Avanguardia: la ricerca futurista, la cromìa aggressiva dei Fauves, la complessa tridimensionalità del Cubismo, l’astrattismo dinamico del Futurismo, il rigore formale del Neoplasticismo, il gusto per il paradossale proprio del Costruttivismo russo.

Fortunato Depèro, Gilet, 1924 ca. Assemblage di panno su tela, 63 x 47 cm. Milano, Collezione Marinetti.

Tutti questi referenti furono fondamentali per lo sviluppo dello stile Art Déco; un esempio lo ritroviamo nella propensione all’uso delle figure geometriche elementari: il cerchio, il mezzo cerchio, la corona circolare, il quadrato, il triangolo, figure in sé stesse in grado di esprimere conclusione, definizione, equilibrio, astrazione ma, se combinate tra loro, capaci di creare sensazioni più intense e drammatiche.

Giacomo Balla, paravento, 1920-30. Collezione privata.
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Quarti di cerchio di varie dimensioni, compenetrati l’un l’altro o alternati secondo direzioni radiali, ottenevano l’effetto di una condizione dinamica in contrasto. L’uso frequente della diagonale (un segno “instabile”) inserita nei quadrati e nei rettangoli, suggeriva l’idea della rotazione, della deviazione dall’equilibrio statico, del turbamento dello stato di quiete; l’adozione di una diagonale spezzata “a zig-zag” (evocante una folgore), riusciva ad ottenere un ulteriore effetto dinamico.

Giacomo Balla, vassoio, anni Venti. Olio su legno. Collezione privata.

Il “consumo” delle Avanguardie

«Il linguaggio déco», ha scritto acutamente lo storico dell’architettura Franco Borsi, «si pone definitivamente fuori dall’eredità impressionista e si nutre degli stessi elementi di cui vive l’esperienza delle avanguardie figurative», tendendo «ad appropriarsi della relativa incomprensibilità, delle difficoltà intellettuali […] delle avanguardie, e a tradurle disinvoltamente in oggetti d’uso, a tappezzare il proprio quotidiano con gli impegnativi prodotti della ricerca solitaria, incompresa, talvolta drammatica, degli artisti.

Si attua così nel mondo déco quello che si può definire il consumo delle avanguardie». Le opere degli artisti di Avanguardia non sono semplicemente elette alla funzione di matrici culturali: quello del déco fu, piuttosto, un fenomeno di mutazione, si potrebbe dire di “appropriazione” di segni formali. Quanto aveva costituito la più grande rivoluzione figurativa di tutti i tempi servì soltanto ad alimentare, in modo del tutto spregiudicato, il fasto déco.

La donna déco

Protagonista indiscussa dell’Art Déco fu la donna, che peraltro in questo stile si riconobbe, condividendone la voglia di libertà e di superamento degli stereotipi e delle convenzioni. Sin dalla fine della Grande Guerra, infatti, si era affermata, in tutta Europa, una nuova idea di bellezza femminile, audace e trasgressiva. Prevalse, infatti, il modello di una donna moderna, libera, sensuale, spregiudicata: quello della garçonne (‘maschietta’) e della flapper (‘tipa emancipata’), che ostentava un corpo magro e slanciato, portava i capelli tagliati a caschetto, indossava gonne corte, si truccava con rossetto e mascara come prima facevano solo le prostitute.

L’attrice americana Louise Brooks, stella del cinema muto, in una foto degli Anni Venti.
Ragazze flapper in una foto degli Anni Venti.

Molte donne, più o meno famose, divennero coraggiose protagoniste di conturbanti foto di nudo, un genere artistico che si stava legittimando e che aumentava la sua diffusione e il suo successo riscattandosi dall’accusa di pornografia.

Dora Kallmus (1881-1963), fotografa di moda austriaca, nota con lo pseudonimo di Madame D’Ora, fotografò nuda, per esempio, e in una serie di celebri scatti, la famosa ballerina Joséphine Baker. Nelle foto dell’americano Edward Weston (1886-1958) i soggetti femminili, intensamente poetici, sono spesso presentati in un contesto che esula dallo spazio e dal tempo, come forme pure e perfette sospese fra realtà e astrazione. Con lui la fotografia smise di inseguire l’arte per diventare arte.

Madame d’Ora, Joséphine Baker, 1928. Fotografia. Monaco di Baviera, Collezione Dietmar Siegert.
Edward Weston, Nudo, 1936. Fotografia. Colonia, Museum Ludwig.

Le donne di Erté e di Chiparus

La figura femminile, indiscussa protagonista di molte opere déco, divenne l’icòna incontrastata degli anni ruggenti, detti anche les années folles (‘gli anni folli’), segnati dalla passione del tango e dal ritmo irresistibile del charleston. Così nell’arte nella grafica, dove la donna appare voluttuosamente nuda oppure elegantemente vestita con lunghe tuniche trasparenti e ricoperta di gioielli, ritratta in un’atmosfera di suggestiva irrealtà.

Marlene Dietrich in smoking nel film Marocco, 1930.
Marlene Dietrich nel film Shangai Express, 1932.

Alcune immagini di donne aristocratiche, attraenti e perfino audaci richiamano, talvolta, un certo monumentale classicismo ma i dettagli, come il trucco vistoso o la pettinatura morbidamente ondulata, sono perfettamente in linea con la moda del periodo.

Erté, Bozzetto di costume per il personaggio di Assad nel balletto Dance de Jouet. Tratto da Le mille e una notte.

Ricca, raffinata, sensuale e ribelle, la nuova donna déco, così moderna ed emancipata, fu celebrata soprattutto dal pittore e costumista russo Erté (1892-1990). In piedi o languidamente distesa, vestita con abiti elegantissimi, la donna di Erté fuma spesso una sigaretta ed è affiancata da un cane di razza o addirittura da animali esotici; talvolta presenta tratti fortemente stilizzati, a volte marcatamente sensuali, altre volte ha un aspetto mascolino ed è ritratta in abiti virili, con i capelli corti e il monocolo.

Erté, At the Theatre. Symphony in Black, 1930-40.

Le piccole sculture del rumeno Demetre Chiparus (1886- 1947), realizzate con materiali preziosi, soprattutto in avorio e metallo dorato, colgono la donna nell’atto di alzarsi di slancio da un piedistallo o la raffigurano mentre danza con grazia. La sua espressione assorta e rapita la fa apparire come un’altera divinità, impegnata in eleganti esercizi.

Demetre Chiparus, Les Girls, 1930 ca. Bronzo e avorio. Collezione privata.
Demetre Chiparus, Ballerina, 1930 ca. Argento e avorio. Collezione privata.

Tamara de Lempicka

Un’espressione tipica della cultura art déco fu la pittura di Tamara de Lempicka (1898-1980), inquieta, contraddittoria, fredda e intensamente drammatica a un tempo. A Parigi, dove divenne la ritrattista dei nobili e dei ricchi rifugiati, la Lempicka rielaborò il linguaggio cubista in una chiave classicheggiante ispirata ad Ingres, delle cui bagnanti ammirò e ripropose le candide forme corporee, esaltandole in un gioco elegantemente equivoco.

Nei suoi dipinti, la Lempicka esaltò la bellezza, l’eleganza, la libertà e l’emancipazione femminile. Ella stessa riuscì a diventare un personaggio pubblico e a creare attorno a sé un alone di leggenda, con i suoi numerosi amori scandalosi e i suoi atteggiamenti disinibiti, sicuramente ‘fuori dalle righe’ per quei tempi.

Tamara de Lempicka, Giovane donna in verde (Giovane donna con guanti), 1930. Olio su compensato, 61,5 x 45,5 cm. Parigi, Musée National d’Art Moderne, Centre Georges Pompidou.
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