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Arte da abitare 4. Domus, villa e insula: la casa nell’antica Roma
Ambienti, mobili, oggetti nelle abitazioni della Repubblica e dell’Impero.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Arte da abitare – Data: Giugno 5, 2021 0 commenti 15 minuti
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Come si viveva in una città sotto la Repubblica e l’Impero di Roma? Che aspetto avevano le case, quali erano i mobili, come si trascorrevano le ore domestiche? Per fortuna, possiamo dare risposte a quasi tutte queste domande. A differenza delle civiltà egizia, greca ed etrusca, infatti, e grazie agli scavi archeologici e a straordinarie, quanto drammatiche, circostanze, che ci hanno restituito case e suppellettili quasi intatte, l’età dell’antica Roma ancora ci racconta di sé, permettendoci di rivivere, sia pure virtualmente, la quotidianità di uomini e donne vissuti così tanto tempo fa. Domus, villa e insula: la casa nell’antica Roma.

Schema ricostruttivo della domus romana, esterno e pianta.

La domus romana: intorno all’atrium

Nei quartieri residenziali delle città romane, la tipologia più diffusa di abitazione fu quella della domus, un edificio unifamiliare, a uno o due piani, dotato di un giardino o di un cortile porticato. Vi abitava una famiglia, generalmente piuttosto benestante, con i suoi schiavi. La tipica domus romana presentava un ingresso, o vestibulum, che immetteva attraverso un breve corridoio, detto fauces, nell’atrium, un cortile parzialmente coperto.

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L’atrium aveva una grande apertura al centro, il compluvium, un vero e proprio pozzo di luce normalmente sostenuto da quattro colonne; esso permetteva di convogliare in una vasca sottostante, l’impluvium, l’acqua piovana, che veniva poi raccolta in una cisterna sotterranea.

Atrium della Casa delle nozze d’argento a Pompei con l’impluvium in alto (ricostruito) e il corrispondente compluvium in basso.
Casa del Menandro, I sec. d.C., Pompei. Veduta dell’atrio con l’impluvium nel pavimento al centro e, sul fondo, oltre le due colonne, il tablinum che collegava l’atrium al peristilium.

Sull’atrio si affacciavano le camere da letto, assai piccole e anguste, chiamate cubicula; in fondo ad esso, in asse con il corridoio di ingresso, si trovava il tablinum, un ambiente completamente aperto che fungeva da studio, nel quale il padrone di casa riceveva i clienti e trattava gli affari. Ai lati del tablinum erano le alae, due camere destinate a vari usi, spesso utilizzate come camere da pranzo, stanze degli armadi, oppure come larari, ossia luoghi dove si conservavano le immagini degli dèi che proteggevano la famiglia.

Larario della Casa del Menandro, Pompei.

La domus romana: intorno al peristilium

Le case più antiche avevano sul retro un piccolo orto o giardino, l’hortus, in seguito sostituito da un grande cortile, il peristilio o peristilium, circondato sui quattro lati da portici a colonne. Il peristilium, dotato di una ricca vegetazione e arricchito di fontane e statue, si presentava, dunque, come la zona più elegante della casa.

Ricostruzione del peristilium della Casa dei Vettii di Pompei. Firenze, Giardino di Boboli, Allestimento Horti pompeiani, 2009.
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Ricostruzione del peristilium della Casa dei Pittori al lavoro di Pompei. Firenze, Giardino di Boboli, Allestimento Horti pompeiani, 2009.

Vi si affacciavano vari ambienti: la cucina (in genere spaziosa e dotata di dispensa), la sala da pranzo, detta triclinium, una sala per ricevere gli ospiti (oecus), le latrine. Il triclinium si chiamava così in quanto dotato di tre lettini, ciascuno a tre posti, chiamati triclinari. I Romani, come i Greci, banchettavano infatti semisdraiati, intorno alla mensa (un basso tavolino) posta al centro della stanza.

Ricostruzione del triclinium di Via Añón, I sec. d.C. Saragozza, Museo del Foro di Caesaraugusta.

La domus romana poteva presentare anche una pianta articolata: gli edifici più sontuosi, per esempio, potevano avere due peristili. Tuttavia, il forte legame con la tradizione impedì che questa tipologia ormai consolidata fosse stravolta: così, anche le abitazioni di lusso mantennero quasi sempre inalterato il nucleo arcaico, sviluppato intorno all’atrio.

Gli arredi

Le domus non erano ammobiliate come i nostri moderni appartamenti; i mobili erano, infatti, pochi ed essenziali: qualche tavolo, qualche sedia, rarissimi armadi, i letti dei cubicula (che erano singoli e a tre spalliere, come i nostri divani: rari i letti matrimoniali) e i lettini delle camere da pranzo. I vestiti e gli oggetti di uso comune erano collocati dentro alcune casse (arcae vestiariae) e nelle nicchie ricavate nei muri, chiuse da porte o sportelli. In compenso, le domus erano riccamente decorate, con vivacissimi affreschi alle pareti e mosaici ai pavimenti.

Affreschi del triclinio della Casa dei Vettii a Pompei.
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Affresco della Casa del Bracciale d’Oro, Pompei.

Ostia, Pompei ed Ercolano

Le testimonianze più importanti di architettura residenziale romana si trovano nei parchi archeologici di Ostia, Ercolano e Pompei.

L’antica città di Ostia venne fondata nel IV secolo a.C. come accampamento militare e si sviluppò nei secoli successivi come centro commerciale portuale. All’epoca del suo massimo sviluppo, arrivò a raggiungere i 75.000 abitanti.

Resti di una domus di Ostia.

Le città di Pompei ed Ercolano vennero sepolte sotto una coltre di cenere nell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. e riportate alla luce dagli scavi archeologici. A Pompei, in particolare, si sono miracolosamente conservate quasi intatte molte domus, che ci consentono di immaginare quale fosse lo stile di vita dei suoi abitanti prima dell’eruzione che distrusse la città.

Basti citare, fra i molti esempi possibili, la Casa dei Vettii. Quest’ultima presenta l’atrio centrale con l’impluvium per la raccolta delle acque piovane, attorno al quale si organizzavano al pianterreno la stalla, il gabinetto, un salottino e la sala da pranzo. La zona notte si trovava al piano superiore. Sul retro si sviluppavano il peristilium e il giardino, con fontane, sculture, fiori e arbusti.

Pianta della Casa dei Vettii a Pompei.
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Ricostruzione assonometrica della Casa dei Vettii a Pompei.
Casa dei Vettii, I sec. d.C., veduta del peristilio. Pompei.

Gli affreschi di questi siti archeologici non sono solamente una straordinaria quanto rarissima testimonianza di pittura antica; essi, infatti, ci forniscono molte informazioni sugli usi e costumi degli antichi Romani, su cosa mangiavano e su come arredavano le proprie abitazioni. Le nature morte pompeiane ed ercolanensi, per esempio, ci propongono un interessantissimo e variegato campionario di oggetti, stoviglie e vasellame.

Natura morta con strumenti di scrittura. Dalla Casa di Giulia Felice a Pompei. Affresco ad encausto. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.
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Tavolo con servizio d’argento. Affresco ad encausto. Pompei, Tomba di Vestorius Priscus.
Natura morta con frutti e oggetti. Affrresco ad encausto. Dalla Casa dei Cervi di Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.
Natura morta con argenteria e piatto di uova sode. Affresco ad encausto. Dalla casa di Giulia Felice a Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

La villa romana

Un’altra tipologia abitativa delle classi più elevate fu quella della villa, meno diffusa della domus in quanto extraurbana. Sviluppatasi in Italia a partire dall’età tardorepubblicana, si presentava come un edificio molto grande, con una pianta piuttosto articolata, ricca di ambienti (stanze, biblioteche, piccole terme private, palestre), portici, cortili e giardini. Era circondata dai terreni destinati alla produzione agricola e da altri edifici di servizio. Quando la villa si trovava nelle vicinanze di una città, veniva definita “villa urbana” e concepita come luogo per il riposo (otium); quando, invece, predominavano le funzioni produttive era detta “villa rustica”.

Villa dei Misteri a Pompei, II sec. a.C. Veduta dei resti.

Pochi gli esempi che l’archeologia ha potuto restituirci. Il più famoso è certamente quello della cosiddetta Villa dei Misteri, costruita (a qualche centinaio di metri fuori dalle mura nord dell’antica Pompei) nel II secolo a.C. come villa urbana e poi trasformata in villa rustica. Sepolta dalle ceneri del Vesuvio, come il resto della città, oggi può restituirci una struttura quasi intatta e i suoi magnifici affreschi. Domus, villa e insula: la casa nell’antica Roma.

Triclinium affrescato della Villa del Misteri a Pompei.
Ricostruzione digitale del triclinium della Villa dei Misteri.

Altre famosissime ville, ma di età imperiale o tardoimperiale, sono Villa Adriana a Tivoli, residenza dell’imperatore Adriano, e Villa del Casale a Piazza Armerina, in Sicilia. Quest’ultima, celebre per i suoi magnifici mosaici pavimentali, fu una ricca dimora di villeggiatura, costruita fra il 320 e il 360 d.C., in corrispondenza di un importante nodo viario che collegava Catania e Agrigento. Per lungo tempo è stata identificata con la residenza di campagna di Massimiano o di Massenzio, ma oggi si ipotizza che fosse appartenuta a un ricco proprietario terriero, forse Proculo Populonio.

Peristilium della Villa del Casale a Piazza Armerina, Sicilia.
Uno dei più celebri mosaici della Villa del Casale a Piazza Armerina in Sicilia, con le ragazze in bikini che giocano e fanno ginnastica.
Mosaico pavimentale della Villa del Casale a Piazza Armerina, Sicilia. Particolare.
Mosaico pavimentale della Villa del Casale a Piazza Armerina, Sicilia. Particolare.

Le insulae

I quartieri popolari presentavano una tipologia abitativa intensiva e plurifamiliare, denominata insula, simile ai nostri moderni condomini. Costruite in legno e graticciato di canne o, nella migliore delle ipotesi, con calcestruzzo (ma di pessima qualità) e paramenti in mattoni, le insulae avevano quattro o cinque piani ed erano divise in appartamenti.

Pianta di due ìnsulae con giardino, Ostia.
Ìnsula, detta Casa di Diana, metà del II sec. d.C. Ostia.
Una delle insulae di Ostia.
Ingresso e scala di un’insula di Ostia.
Appartamento di un’insula di Ostia.

Queste abitazioni, spoglie, con i muri scrostati e simili a casermoni, non avevano l’atrium ma erano dotate di balconi, che i proprietari usavano decorare, come oggi, con piante fiorite piantate nei vasi.

Ercolano, la cosiddetta Casa a Graticcio con il suo tipico balcone sostenuto da colonne.

Nei piccoli appartamenti delle insulae, gli arredi erano veramente ridotti all’essenziale: tavolini, sgabelli, giacigli di paglia, chiodi piantati nei muri per appendere i vestiti, un braciere per riscaldarsi e cucinare.

Al piano terra delle insulae si trovavano le botteghe e le taverne, spesso soppalcate. Gli appartamenti ricavati nei piani bassi erano sempre più ampi e meglio rifiniti degli altri e pertanto venivano abitati da commercianti o artigiani, che godevano di un certo benessere. Nei piani alti si trovavano, invece, dei veri e propri tuguri, piccoli e poco illuminati.

A differenza di quanto avviene oggi, gli appartamenti più prestigiosi stavano in basso e non in alto perché all’epoca gli incendi erano assai frequenti e dai primi piani si riesce a scappare prima. Diversamente dalla domus, l’insula non era dotata di riscaldamento né di acqua corrente o di scarichi fognari; per cucinare e per riscaldare gli ambienti si usavano semplici bracieri, che a poco servivano, considerando che le finestre, all’epoca, non avevano i vetri ma solo imposte di legno, da chiudere la notte.

Vivere nelle domus e nelle insulae

Possiamo provare a immaginare come si svolgeva una normale giornata di vita quotidiana in una domus. Al mattino presto, dai cubicula, le piccole e buie camere da letto che si affacciavano sull’atrium, gli abitanti della casa, a iniziare dal dominus, il capo famiglia, uscivano per la colazione. Gli schiavi (ogni famiglia benestante ne possedeva da cinque a dodici) erano già al lavoro, impegnati nelle faccende domestiche. In cucina, sui fornelli alimentati dalla brace, la cuoca preparava il pasto del mattino (ientaculum): latte, miele, focacce, pane, formaggio, carne, frutta.

Canestro con fichi, I sec. a.C. Affresco ad encausto. Villa di Poppea, Oplontis, Parco Archeologico di Pompei.
Vaso di vetro con frutta, I sec. a.C. Affresco ad encausto. Villa di Poppea, Oplontis, Parco Archeologico di Pompei.

Dopo aver bruciato delle essenze nel larario, il piccolo tabernacolo che custodiva le statue dei Lari, le divinità protettrici della famiglia, il dominus si sciacquava un po’, si faceva radere da uno schiavo e infine indossava una tunica pulita, oppure la toga, e calzava i sandali. La domina invece si faceva truccare e profumare dalle sue schiave, quindi si sottoponeva alle cure della pettinatrice, che con pettini, forcine e arricciacapelli (calamistra) elaborava la pettinatura più alla moda.

In alternativa, sceglieva una delle sue parrucche. Infine, indossava la sua bella stola, lunga fino ai piedi, e l’ampio scialle (palla), con il quale si copriva anche il capo se usciva di casa. Conclusa la colazione, il dominus riceveva nel tablinum, oggi diremmo nel suo studio, i clienti, recatisi da lui per chiedere favori, lavoro, raccomandazioni, interessamenti. Quindi usciva, per curare i propri affari. Avrebbe fatto ritorno a casa solo di sera.

Recipiente di vetro con frutta. Affresco ad encausto. Dalla Casa di Giulia Felice a Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Nelle insulae il risveglio era di ben altro tenore e le operazioni che seguivano erano solitamente assai rapide: ci si lavava in una bacinella, si mangiavano in fretta i (pochi) avanzi della cena precedente (pane e formaggio, perlopiù) e si usciva per recarsi al lavoro.

Il pranzo e la cena

Per pranzo (prandium) non si aveva l’abitudine di tornare a casa. In genere si mangiava fuori. Roma (come tutte le città della Repubblica prima e dell’Impero poi) era piena di locali (tabernae e popinae) dove ci si poteva fermare a fare uno spuntino: una focaccia e un bicchiere di vino (caldo d’inverno) al banco, oppure, seduti al tavolo, carne, farro, olive, uova sode, formaggio, pesce alla griglia.

Termopolio di Ostia della via di Diana, veduta dalla strada.
Termopolio di Ostia della via di Diana, veduta dell’interno.

A metà pomeriggio, a Roma i negozi erano già tutti chiusi, i fori cominciavano a svuotarsi e così le terme. Tutti tornavano a casa per la cena, che si consumava ben prima che il sole tramontasse. Non era prudente circolare per strada quando era già buio; inoltre, si aveva l’abitudine di andare a dormire subito dopo il tramonto. Il 90 per cento dei romani si concedeva un pasto sostanzioso ma frugale. Nelle case dei ricchi, invece, si organizzavano spesso dei banchetti, dove il cibo era abbondante.

Affresco con scena di banchetto, da Pompei, Casa dei Casti Amanti.

Gli invitati erano condotti dagli schiavi nel triclinium. I lettini, disposti attorno al tavolo, erano leggermente inclinati, in modo che ogni convitato (che stava sdraiato su un fianco, con il gomito appoggiato a un cuscino) avesse il busto collocato abbastanza in alto da potersi agevolmente servire. Un buon banchetto prevedeva almeno sette portate e poteva durare a lungo, anche molte ore. In genere, gli antichi Romani, a tavola, usavano le mani: non esistevano infatti forchette ma solo coltelli e cucchiai.

Per questo motivo, il cibo era servito tagliato già a pezzetti e gli schiavi provvedevano regolarmente a intervenire con brocche di acqua profumata e tovaglioli per consentire agli invitati di pulirsi. Inoltre, i convitati avevano la bizzarra abitudine di gettare a terra gli avanzi durante il pasto, come testimoniano alcuni suggestivi mosaici che riproducono, illusionisticamente, proprio un pavimento non spazzato.

Pavimento non spazzato, particolare, II sec. d.C. Dal mosaico pavimentale di una villa sull’Aventino. Roma, Musei Vaticani.


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