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I Black Paintings di Ad Reinhardt
La rappresentazione del vuoto in chiave zen.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Novecento: gli anni Cinquanta e Sessanta – Data: Agosto 31, 2022 0 commenti 7 minuti
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Nell’ambito dell’Espressionismo astratto americano, accanto ai pittori dell’Action Painting, alcuni artisti, in un processo di sublimazione della fantasia, si indirizzarono verso un genere di pittura astratta molto controllata, calibrata, logica e analitica: una sorta di astrazione sedimentata e contemplativa, espressa attraverso grandi superfici quasi monocrome o solcate da poche linee rigorose. Si possono individuare due particolari correnti: la Post Painterly Abstraction e il Color Field.

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Ad Reinhardt di fronte a uno dei suoi Black Paintings.

Il Color Field di Reinhardt

Il termine Color Field (letteralmente ‘campo colorato’) definisce una pittura caratterizzata da grandi campiture cromatiche, come quelle di Mark Rothko, Barnett Newman, Adolph Gottlieb e Ad Reinhardt (1913-1967). Quest’ultimo fondò le proprie opere sul colore puro, legandosi all’Astrattismo geometrico delle Avanguardie russe.

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All’interno dei suoi monocromi blu, rossi e neri, solo un attento osservatore può a tratti distinguere quadrati, croci e altre figure geometriche. Con questi quadri, Reinhardt intese liberare l’arte da ogni possibile implicazione emotiva, rendendola assolutamente impersonale, pura e capace di esprimere solo sé stessa, in base al principio secondo cui l’arte è solo arte.

Ad Reinhardt, Abstract painting, Red, 1952. Olio su tela, 2,74 x 1,01 m. New York, Museum of Modern Art.

Una pittura minimale

L’arte di Reinhardt, per convenzione storiografica ricondotta al contesto dell’Espressionismo astratto americano, in realtà fu assolutamente minimale. Nel corso degli anni, infatti, l’artista ripudiò dalle proprie opere ogni componente allusiva ed emozionale. L’arte astratta, secondo Reinhardt, doveva essere assoluta, non doveva contenere alcun richiamo narrativo e neppure un minimo riferimento alla realtà.

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«L’arte è arte e tutto il resto è tutto il resto», usava dire. Egli non condivise mai le posizioni di tanti suoi colleghi pittori della Scuola di New York, i quali, suggestionati dal Surrealismo, identificarono totalmente l’arte con la propria vita, con la propria dimensione interiore, sino ad approdare all’Action Painting, e neppure l’orientamento artistico dei neodadaisti, i quali affermarono, sulla scorta di Duchamp, che tutto poteva essere arte, anche gli oggetti presi dalla spazzatura.

Ad Reinhardt, Abstract painting, Blue, 1952. Olio su tela, 275 x 102 cm. New York, Museum of Modern Art.

I Red Paintings e i Blue Paintings

Reinhardt ebbe sempre un approccio assolutamente intellettuale al proprio lavoro e scelse di mantenere i due ambiti, arte e vita, nettamente separati. Per questo considerò l’arte astratta come l’unica possibile. E fu sempre per questo che negli anni Cinquanta pervenne alla creazione delle sue prime serie monocrome, i Red Paintings e i Blue Paintings. Attraverso di esse, l’artista raggiunse una purezza “definitiva”: i suoi dipinti non solo sono sostanzialmente indescrivibili (perché non contengono nulla da descrivere) ma risultano perfino non riproducibili attraverso le fotografie, che difficilmente riescono a catturare certe sfumature di colore quasi indistinguibili anche all’occhio umano, di presenza.

Ad Reinhardt, Abstract Painting no.4, 1961. Olio su lino. 152.6 x 152.9 cm. Washington, Smithsonian American Art Museum.

I Black Paintings

Negli anni Sessanta, rinunciando anche all’uso del colore, Reinhardt propose la sua serie più radicale: quella dei Black Paintings, composta da quadri apparentemente tutti neri ma in realtà composti da lievissime sfumature di grigi intensi e prossimi al nero con segni neri sovrapposti e forme geometriche appena visibili. L’influenza del pittore astratto russo Kazimir Malevič e delle sue opere, come Quadrato nero su fondo bianco, è palese.

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L’obiettivo di Reinhardt, però, era in parte diverso, e così gli esiti. Esiste, nella pittura dell’americano, una componente filosofica-spirituale del tutto assente nell’arte del maestro russo. Il nero del Quadrato nero di Malevič è assoluto e rigoroso e rappresenta il nulla radicale. Non così il “nero relativo”, il “quasi nero” dei Black Paintings di Reinhardt, il quale fu molto astratto dalle filosofie orientali, e dallo zen in particolare.

Kazimir Malevič, Quadrato nero su fondo bianco, 1915-20 (retrodatato dall’artista al 1913). Olio su tela, 1,06 x 1,06 m. San Pietroburgo, Museo Statale Russo.

Un processo di svuotamento

Il tema dei Black Paintings non è tanto il “vuoto”, inteso come assenza di tutto, ma il processo di svuotamento, letto in chiave filosoficamente costruttiva, ossia la liberazione da tutto ciò che è superfluo per raggiungere l’essenza. Egli stesso lo chiarisce quando afferma che «il nero realizza l’idea di un’arte assolutamente pura e “sublime” tautologicamente ripiegata su se stessa, scevra da contenuti narrativi ed emotivi».

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Il sublime è quindi la chiave di lettura per interpretare correttamente questi dipinti. Certo, l’arte di Reinhardt è difficile da capire e da accettare. Ma, osservava l’artista: «Il peggior nemico del pittore moderno è il creatore di immagini, colui che crea nelle persone l’illusione che non serva conoscere nulla dell’arte o della storia dell’arte per capirne qualcosa». Chi si accosta all’arte astratta contemporanea, almeno quella minimalista di Reinhardt, non può certo pretendere che le opere gli svelino magicamente i loro segreti. Spiega Reinhardt al suo pubblico: «Un dipinto astratto reagirà a te se tu reagirai a lui. Da esso otterrai quel che ad esso darai. T’incontrerà a metà strada ma non oltre. È vivo se tu sei vivo».

Ad Reinhardt, Abstract Painting No. 5, 1962. Olio su tela, 152 × 152 cm. Londra Tate Modern.

Immergersi nella contemplazione

Per molti, contemplare i dipinti neri di Reinhardt, così austeri, morali e puri, è un’esperienza mistica, quasi religiosa. Certamente, richiede attenzione, volontà e tempo. L’artista obbliga il suo pubblico a fermarsi, lasciarsi alle spalle tutto, e immergersi nella contemplazione, senza farsi distrarre, senza farsi disturbare. Il pubblico deve estraniarsi dalla propria vita, normalmente satura di informazioni, suoni, rumori, immagini in movimento. In assenza di concentrazione, chiunque potrebbe pensare, per esempio, che i dipinti neri di Reinhardt siano tutti uguali. «Guardare non è così facile come sembra», amava ripetere l’artista.

Ad Reinhardt, Abstract painting, 1963. Olio su tela, 152,4 x 152,4 cm. New York, Museum of Modern Art.

Il tema delle croci

Solo con il tempo, a poco a poco, il pubblico scoprirà le forme che essi nascondono, ad esempio le croci, oppure le sfumature cromatiche verdastre, azzurrognole, rossicce. Queste croci hanno un significato religioso? Difficile a dirsi, Reinhardt negò sempre che le sue opere avessero espliciti riferimenti di tipo simbolico. A lui interessava che sapessero invitare alla meditazione ed elevare lo spirito di chi le contemplava.

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Reinhardt nel suo studio nel 1962.

Certo, la tentazione di stabilire una relazione tra la croce greca geometrica di Reinhardt e quella cristiana è quasi inevitabile. D’altro canto, l’artista non fu solo un cultore della filosofia orientale ma anche uno studioso della teologia cristiana. E non a caso fu amico del monaco Thomas Merton, che lo introdusse agli scritti di san Giovanni della Croce. In verità, poco importano i pensieri che Reinhardt elaborava mentre dipingeva e anche dopo, quando contemplava le sue opere ultimate. Come tutti i grandi maestri astratti e informali del secondo Novecento, vedi Pollock, Rothko, Burri e Fontana, egli ha voluto che ognuno affrontasse, di fronte ai suoi Black Paintings, unicamente il proprio buio interiore, alla ricerca della propria via d’uscita, della propria via di salvezza.

I Black Paintings degli anni Sessanta esposti alla David Zwirner Gallery, New York, 2013.
Mark Rothko, The Rothko Chapel, 1964-71. Complesso di 14 dipinti (tra cui 3 trittici), Olio su tela. Houston, Texas (Usa).


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