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Il Caffè di notte di Vincent Van Gogh
Lo scenario desolante della solitudine.
By Giuseppe Nifosì Posted in Postimpressionismo e Simbolismo on Novembre 15, 2019 0 Comments 5 min read
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In una lettera dell’agosto del 1888, Vincent Van Gogh, che in quel periodo risiedeva ad Arles, scrisse al fratello Theo: «Oggi, probabilmente, inizierò a lavorare sull’ambiente interno del café dove ho una stanza, con la luce a gas, durante la sera. È quello che qui loro chiamano “café de nuit” (ci sono molti locali del genere qui), che rimangono aperti tutta la notte. I malfattori notturni possono qui rifugiarsi quando non hanno di che pagarsi un alloggio o sono troppo ubriachi per esservi ammessi». Il Caffè di notte di Vincent Van Gogh

Il mese dopo, a settembre, l’artista mise mano a quello che sarebbe diventato uno dei suoi più noti capolavori: il Caffè di notte. Il locale raffigurato, e di cui Vincent parla nelle sue lettere, è il Café de l’Alcazar di Place Lamartine. Van Gogh era solito pranzarvi o trascorrervi le sue serate, giacché il locale era vicinissimo alla sua abitazione. In un dipinto intitolato La casa gialla (la casa di Van Gogh) si possono scorgere, a destra, i suoi tavolini sotto la tettoia con gli avventori seduti. La proprietaria del locale, Madame Ginoux, fu ritratta dall’artista in alcuni dipinti, tra cui uno molto celebre noto come L’Arlesiana. Anche Gauguin, durante il suo breve soggiorno arlesiano, ritrasse Madame Ginoux nel suo locale.

Vincent Van Gogh, La casa gialla, settembre 1888. Olio su tela, 72 x 91,5 cm. Amsterdam, Van Gogh Museum.
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Vincent Van Gogh, L’Arlesiana, 1888. Olio su tela, 91,4 x 73,7 cm. New York, Metropolitan Museum of Art.

Paul Gauguin, Al caffè, 1888. Olio su tela, 73×92 cm. Mosca, Museo Puškin.

Inizialmente, Van Gogh predispose la scena in un acquerello che inviò a Theo, ispirandosi per la composizione, al linguaggio della pittura giapponese, che l’artista amava moltissimo. Poi, realizzò il dipinto su tela.

Vincent Van Gogh, Caffè di notte (prima versione), settembre 1888. Acquerello, 44 x 63 cm. Berna, Collezione H.R.Hahnloser.

Sappiamo che per dipingere il suo Caffè di notte, Van Gogh trascorse nel bar tre notti di fila. Vincent considerava il caffè notturno come l’ultimo rifugio degli ubriachi, dei vagabondi e degli artisti falliti in cerca di conforto. L’artista descrisse questo dipinto al fratello Theo in diverse lettere: «Nel mio quadro del Caffè di notte, ho cercato di rappresentare l’idea che il caffè è un posto dove un individuo può rovinarsi, impazzire o commettere un crimine. Così, ho cercato di esprimere, per così dire, i poteri dell’oscurità in un locale pubblico infimo, con il verde chiaro del tavolo da barista, che va in contrasto con il giallo/verde e il ruvido blu-verde, e tutto questo per rendere l’atmosfera sulfurea, piena di zolfo, come se fosse la fornace del diavolo». E ancora: «Ho cercato di rappresentare le terribili passioni dell’uomo attraverso il rosso ed il verde. […] Da ogni parte c’è uno scontro e contrasto con i particolari». Egli cercò, «in un’atmosfera di fornace infernale, di pallido zolfo, di esprimere qualcosa come la potenza delle tenebre di uno scannatoio».

Vincent Van Gogh, Caffè di notte, settembre 1888. Olio su tela, 70 x 89 cm. New Haven, Yale University Art Gallery.

Il caffè è un ambiente chiuso, privo di finestre; l’illuminazione è affidata ad alcune lampade a soffitto che diffondono una luce giallastra. I colori accesi, esasperati e discordanti, che l’artista definisce “in lotta fra di loro”, comunicano una sensazione di disagio e amplificano la desolazione del locale semivuoto. L’orologio segna infatti la mezzanotte passata, pochi clienti ubriachi e chiusi in sé stessi sono accasciati sui tavolini; solo una coppia, sul fondo, è intenta a conversare.

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Vincent Van Gogh, Caffè di notte, 1888. Particolare.

Si coglie un’atmosfera di desolante abbandono, gli avventori addormentati comunicano un senso drammatico di solitudine, la stessa che Vincent viveva quotidianamente. È la spietata rappresentazione di una umanità degenerata, in quanto derelitta ed emarginata. Le quattro lampade emanano un pesante alone luminoso di forma globulare che “inquina” l’atmosfera: una immagine lontanissima da quelle degli impressionisti che della luce cercavano di esaltare la lievità. Le tavole del pavimento guidano lo sguardo verso l’unica porta da cui proviene una luce radente. Tuttavia, le regole prospettiche, che Van Gogh ben conosceva, sono volontariamente trasgredite e ciò destabilizza le normali percezioni spaziali; i tavoli e le sedie, le cui raffigurazioni sono interrotte ai bordi della tela con un taglio modernamente fotografico, sembrano per esempio spinte fuori dal dipinto e fanno il vuoto attorno al grande biliardo verde, posto al centro del quadro, dove il padrone del locale resta immobile aspettando di poter chiudere.

Vincent Van Gogh, Caffè di notte, 1888. Particolare.

Proprio il tavolo da biliardo, paradossalmente, diventa il vero protagonista dell’opera: grande e solitario, esso è simbolo del pittore, mentre la sedia vuota in primo piano diventa metafora dell’assenza: nessuno siede accanto a Vincent per tenergli compagnia.

Vincent Van Gogh, Caffè di notte, 1888. Particolare.


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