menu Menu
La Casa del Fascio di Terragni
Il Razionalismo italiano al servizio del Regime.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Architettura del XIX e XX secolo – Data: Ottobre 25, 2022 0 commenti 7 minuti
La Chiesa dell’Autostrada di Michelucci Articolo precedente Il Concerto campestre di Tiziano Prossimo articolo

Versione audio:

In Italia, durante il Ventennio fascista, alcuni architetti scelsero di collaborare con il potere e di realizzare opere gradite al regime, senza trascurare l’esigenza di modernità. Tra questi, Giuseppe Terragni (1904-1943), autore di una delle opere più significative del Razionalismo italiano: la Casa del Fascio di Como.

Giuseppe Terragni, Casa del fascio, Como, 1932-1936. Vista dal Duomo. Como, Archivio G. Terragni.

Costruito tra il 1932 e il 1936 per ospitare la sezione locale del Partito Nazionale Fascista, l’edificio fu poi utilizzato dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, dal 1945 fino al 1957, quando diventò la sede del Comando Provinciale di Como della Guardia di Finanza.

Giuseppe Terragni, Casa del fascio, Como, 1932-1936. Vista della facciata posteriore in una foto d’epoca.

La pianta e il volume

L’edificio ha la forma di un grande parallelepipedo: presenta una pianta quadrata con il lato di 33,2 metri, mentre la sua altezza è l’esatta metà del lato di base. Il palazzo ha dunque il volume di un mezzo cubo. Le vaste superfici delle sue facciate, alte quattro piani, sono tuttavia concepite in modo da farlo apparire estremamente leggero, come se si trattasse di una grande scatola forata.

Leggi anche:  La Villa Savoye di Le Corbusier
Giuseppe Terragni, Casa del fascio, Como, 1932-1936. Pianta del piano terra.

Una casa di vetro

I quattro prospetti, sebbene disegnati partendo da una rigorosa maglia modulare, sono tutti diversi e presentano un gioco di superfici chiuse e di grandi aperture, poste in rigoroso rapporto proporzionale fra loro. La Casa del Fascio presenta, infatti, la prerogativa della “trasparenza”. Come spiega lo stesso Terragni nella sua relazione illustrativa, il progetto vuole dare forma alle parole di Mussolini, che aveva definito il fascismo come «una casa di vetro».

Giuseppe Terragni, Casa del fascio, Como, 1932-1936. Veduta aerea.

Il prospetto principale

Il prospetto principale presenta, a destra, il grande rettangolo verticale di una superficie muraria compatta, che fa da contrappunto ai 20 rettangoli “vuoti” degli ingressi porticati e delle logge. Il rigore geometrico dell’intero edificio, di evidente ascendenza classica, è continuamente vivacizzato, in ogni facciata, da un elegante gioco di dissimmetrie, che scongiurano l’effetto di una eccessiva rigidità.

Giuseppe Terragni, Casa del fascio, Como, 1932-1936. Facciata principale.

Grazie alle sue diverse facciate, il parallelepipedo, secondo le parole di Terragni, presenta una sorta di «asimmetria dinamica», tutta giocata sulle superfici di facciata che tuttavia costruiscono il volume. Oggi l’edificio si presenta completamente bianco e questo rende ancora più geometrico e astratto il suo aspetto. Il progetto originario dell’architetto, però, prevedeva una decorazione a pannelli smaltati, realizzati da Marcello Nizzoli e mai collocati in sede (oggi presso il Museo Civico di Como).

Leggi anche:  I cinque punti dell’architettura di Le Corbusier
Giuseppe Terragni, Casa del fascio, Como, 1932-1936. Modellino.

Il Salone delle adunate

All’interno, la Casa del Fascio è scavata da un grande atrio a doppia altezza, ossia alto due piani, chiuso da una copertura in vetrocemento, che lascia passare la luce e lo trasforma in una vera e propria piazza coperta. La presenza di quest’atrio, in origine utilizzato come Salone delle adunate, ricorda la tipologia tradizionale della “casa a corte”, che Terragni ha preso evidentemente a modello per questo suo progetto.

Giuseppe Terragni, Casa del fascio, Como, 1932-1936. Salone delle adunate.

L’architetto curò ogni minimo particolare, anche gli elementi di arredo. Le decorazioni presentano caratteri di monumentalità. L’intonaco che ricopre le pareti, oggi bianco ma un tempo verde pastello, è infatti accostato al marmo di Trani, al marmo Nero del Belgio e al marmo Giallo Adriatico. L’atrio dava accesso al Sacrario dei martiri fascisti, poi dedicato ai caduti delle Fiamme Gialle.

Arredi in un interno della Casa del fascio di Como, 1936. In Domus 135, marzo 1939.
Leggi anche:  La Casa sulla cascata di Wright e l’architettura organica
Giuseppe Terragni, Casa del fascio, Como, 1932-1936. Salone delle adunate. Veduta verso l’ingresso.
Leggi anche:  Piacentini e l’urbanistica fascista
Giuseppe Terragni, Casa del fascio, Como, 1932-1936. Salone delle adunate. Ricostruzione dell’originale intonaco verde.

Gli altri piani

Vi si affacciano sia lo scalone, che porta ai piani superiori, sia i ballatoi distributivi del primo piano, dove un tempo si trovavano la Sala del Direttorio, gli uffici della Segreteria politica e l’ufficio del Segretario politico. Il secondo e il terzo piano, che ricalcano l’impianto distributivo del primo, si affacciano sulla copertura del Salone delle Adunate, che quindi è utilizzabile come terrazza-cavedio. Un tempo ospitavano locali usati come uffici amministrativi, l’archivio e l’alloggio del custode.

Giuseppe Terragni e Mario Radice, Sala del Direttorio nella Casa del Fascio, in una foto d’epoca ricolorata.

Modernità e tradizione

La Casa del Fascio è indubbiamente uno degli esempi più convinti e convincenti di architettura moderna in Italia. Lo testimoniano i materiali adottati da Terragni, tra cui l’acciaio, il vetro e il vetrocemento. L’architetto, a tal proposito, fu esplicito: «sono i primi passi verso la casa di vetro. Noi adoriamo il vetro. […] Il vetro rivela ciò che è, non può nascondere, è sinonimo della chiarità, è l’unico materiale fratello della luce, dell’aria, dello spazio».

Leggi anche:  Piacentini e l’urbanistica fascista

«È per questo che vogliamo costruire la città di vetro. […] Dare luce, godere luce. Non respingere questo dono perfetto della natura». «Le due grandi rivoluzioni dell’architettura: vetro e acciaio. Due materiali che non hanno bisogno di retorica; e nemmeno di antiretorica». In questo senso, richiamandosi così scopertamente al lavoro di Gropius e di Le Corbusier, il linguaggio architettonico di Terragni si configurò come internazionale. Tuttavia, essendo l’architetto legato al regime fascista, si poneva il problema di un necessario richiamo alla tradizione nazionale.

Giuseppe Terragni, Casa del fascio, Como, 1932-1936. Particolare del rivestimento esterno in marmo.

Il marmo nella Casa del Fascio

Per questo, l’architetto ricorse alla poetica dei materiali, e in particolare al fascino evocativo del marmo, che garantiva un antiretorico richiamo all’antico, essendo stato il più amato nell’età classica e poi in quella rinascimentale. Nella Casa del Fascio, il marmo è ampiamente utilizzato all’interno ma anche all’esterno, in luogo dell’intonaco tanto caro ai maestri europei del Movimento Moderno.

Terragni, tuttavia, evitò accortamente l’uso enfatico e citazionista che del marmo sarebbe stato fatto, ad esempio, nel Colosseo Quadrato dell’E42. Dichiarò, infatti, di aver adottato il marmo come materiale di rivestimento esterno, «senza nessun aggetto», solo per la sua straordinaria capacità di resistenza agli agenti atmosferici, pur creando, ugualmente, una superficie neutra, un puro schermo che può diventare, all’occorrenza, un telone da proiezione.

«Questo rivestimento non va inteso come un fatto decorativistico, ma come una necessità pratica, e come un “problema risolto”. L’Italia, ricchissima di pietre naturali […] è nella fortunata situazione di poter fornire ai suoi architetti moderni la soluzione conveniente […] del problema delle grandi, nude pareti che la rigorosa esegesi della moderna architettura pretende nelle nostre costruzioni». Una risposta accorta a chi lo accusava di essere troppo esterofilo. Terragni, evitando di cadere nella trappola ideologica e propagandistica dell’architettura di regime, adottò un elemento emblematico dell’antichità, anzi per eccellenza della “romanità”, per trasformarlo in un materiale moderno, anzi contemporaneo.

Giuseppe Terragni, Casa del fascio, Como, 1932-1936. Particolare del rivestimento esterno in marmo.


Articolo precedente Prossimo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Annulla Invia commento

keyboard_arrow_up