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La Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza del Borromini
Un capolavoro architettonico del Barocco.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Seicento – Data: Settembre 15, 2021 0 commenti 6 minuti
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La Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza è forse il massimo capolavoro dell’architetto barocco Francesco Borromini (1599-1667) e certamente una delle più belle chiese barocche d’Europa. Fu eretta negli anni 1642-60, per volontà di papa Urbano VIII, nel contesto del Palazzo della Sapienza, all’estremità est del cortile porticato che l’architetto Giacomo Della Porta aveva costruito all’inizio del secolo.

Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, 1642-60. Esterno. Roma.

La facciata

La piccola chiesa si configurò, insomma, come cappella dell’Università di Roma. Vi si accede attraverso il lungo cortile che di fatto la ingloba: l’edificio non sembra avere una vera e propria facciata, giacché il suo prospetto (disegnato dallo stesso Borromini) corrisponde alla grande esedra concepita da Della Porta e continua il motivo dominante e ininterrotto delle arcate consecutive. Quando Borromini ricevette l’incarico, l’impianto del cortile su cui si doveva affacciare la chiesa era stato già definito e anche l’esedra terminale era stata realizzata. Della Porta aveva inizialmente previsto una chiesa a pianta circolare, circondata da piccole cappelle. Borromini propose un progetto alternativo.

Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, 1642-60. Esterno. Roma.
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Sant’Ivo alla Sapienza, pianta della chiesa e del cortile antistante.

La pianta e i simboli

La pianta di Sant’Ivo è centrale ma dalla geometria complessa, perché ottenuta compenetrando due triangoli, in modo da ottenere un motivo stellare a sei punte, che include al centro un esagono regolare. Le punte della stella di base sono trattate in modo differente: tre si trasformano in nicchioni concavi semicircolari, le altre sono mistilinee, con delle convessità rotte da piccole nicchie.

Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, 1642-60. Schema e pianta della chiesa.

La scelta del triangolo è di natura simbolica, in quanto rimanda alla Trinità. Il numero 3 è ricorrente altrove: le stelle della cupola sono 111 (1 + 1 + 1 = 3). Altro numero simbolico utilizzato è il 12, ottenuto moltiplicando il 3 con il 4, simbolo del mondo e dello spazio (quattro sono gli elementi naturali e i punti cardinali). Dodici sono infatti i gradini che sovrastano il tamburo. Le stelle che decorano la cupola si distribuiscono su 8 livelli e alternano 8 e 6 punte: l’otto è il numero dell’equilibrio cosmico, il sei, numero biblico per eccellenza, è mediatore tra il principio di tutto e la creazione (Dio creò il mondo in sei giorni).

Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, particolare dell’interno.

L’interno: le pareti

A compensazione di queste scelte progettuali così audaci, Borromini realizzò un interno straordinariamente continuo e omogeneo, ritmato da una sequenza di pilastri giganti scanalati che mettono in rilievo i sei angoli dell’esagono. La trabeazione riproduce il profilo della pianta, facilmente leggibile nella sua forma. Di grande suggestione è l’effetto prodotto dalla luce che, entrando dalla lanterna della cupola e dalle finestre, si riflette sui muri candidi e comunica un senso di intensa spiritualità.

Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, particolare dell’interno.

L’interno: la cupola

A differenza delle cupole tradizionali la cupola di Sant’Ivo sembra subire un processo costante di espansione e di contrazione, con un effetto “pulsante” straordinariamente audace. La cupola è infatti impostata direttamente sul profilo mistilineo delle pareti, quasi che la chiesa intera fosse stata concepita come un tamburo per la sua copertura. L’invenzione basilare di Sant’Ivo è costituita proprio dalla continuità verticale della pianta che si sviluppa senza interruzione fino alla cupola.

Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, particolare della cupola.

Quest’ultima perde totalmente la caratteristica tradizionale di copertura statica, diventa una vera e propria continuazione del corpo dell’edificio, ne accentua lo slancio verticale con la sua superficie spezzata, i suoi costoloni che convergono verso la lanterna, la decorazione a stelle. Le stelle, alternativamente di otto e sei punte, sono gradualmente più piccole e creano un effetto prospettico che suggerisce un’altezza smisurata. Sulla volta della lanterna si riconosce l’immagine dello Spirito Santo.

Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, particolare del tiburio.
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Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, particolare del tiburio.

Il tiburio e la lanterna

La forma della cupola non viene rivelata all’esterno: i sei lobi che compongono la copertura sono infatti nascosti da un tiburio sormontato da un tetto a gradinate. Questo tiburio è una sorta di alto tamburo lobato, formato da curvature opposte ornate da lesene corinzie.

Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, particolare della lanterna.

Il suo ritmo nervoso continua nella lanterna, composta da sei parti concave con doppie colonne che terminano in pinnacoli altissimi, e si conclude nel lanternino elicoidale che sembra convogliare tutte le spinte dell’edificio scaricandole nell’aria con un movimento rotatorio. La gradinata del tetto e la spirale del lanternino simboleggiano, insieme, l’ascetico itinerario che conduce la mente umana a Dio (la Sapienza, dove sorge la chiesa, era a quei tempi una sede universitaria). La sfera sormontata dalla croce non è appoggiata sulla lanterna ma resta sospesa sopra un’esile struttura metallica, che sembra “spingerla” verso l’alto.

Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, particolare della lanterna.
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Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, particolare della lanterna.

Un’architettura “di movimento”

Per soluzioni architettoniche di questo tipo, che aspirano costantemente ad una condizione di “equilibrio dinamico”, l’architettura di Borromini è stata definita “di movimento”. In effetti, certe scelte compositive stimolano costantemente, nello spettatore, l’impressione di un movimento in atto delle parti strutturali. L’esempio della Chiesa di Sant’Ivo non ebbe seguito a Roma. D’altro canto, fu proprio quest’opera che più delle altre costò a Borromini, da parte di Bernini, l’appellativo di architetto “gotico”: infatti, essa appariva come una vera e propria negazione dei canoni proporzionali e della normativa puristica del linguaggio architettonico classico.

Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, particolare della lanterna.
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Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, particolare della parte terminale della lanterna.


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