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Ciao amore, ciao
L’arte e l’emigrazione (l’arte non è razzista).
By Giuseppe Nifosì Posted in L'arte oltre l'immagine, Opere, artisti e movimenti on Febbraio 6, 2019 0 Comments 16 min read
Vecchio, ti chiameranno vecchio Previous Volare (oh oh) Next

Il tema del viaggio è sempre stato indagato dall’arte, così come dalla canzone d’autore. Spesso, purtroppo, il viaggio è forzato, obbligato, è fuga o ricerca di un posto migliore in cui vivere.

Nel 1967, il cantautore Luigi Tenco (1938-1967) accettò (controvoglia, secondo la testimonianza di De André) di partecipare al Festival di Sanremo. Tenco faceva parte di quella che oggi è definita, dagli storici della musica, Scuola di Genova, assieme a Gino Paoli, Bruno Lauzi, Umberto Bindi e Fabrizio De André. Aveva già scritto canzoni importanti, poi rimaste memorabili, come Mi sono innamorato di te, e intendeva, a Sanremo, lasciare un segno. Decise pertanto di presentare non la classica canzone d’amore ma un brano impegnato, di critica e di denuncia, affrontando il difficile tema dell’emigrazione.

La canzone, Ciao amore, ciao, fu interpretata al Festival (in versioni separate) dallo stesso Tenco e dalla cantante italo-francese Dalida (1933-1987), all’epoca sua compagna.

Luigi Tenco al Festival di Sanremo del 1967.

Il testo parla di chi, stanco della miseria e della precarietà che comporta il lavoro nei campi, decide di abbandonare tutto e di partire in cerca di fortuna, salutando chi ama nella speranza di un futuro migliore. L’insistente ripetizione del saluto nel ritornello è solo fintamente espressione di allegria e di ottimismo; in realtà, manifesta lo sconforto di chi parte solamente perché costretto. L’integrazione nella nuova realtà si rivela difficile, il protagonista è sopraffatto da un senso di smarrimento e desidera ritornare a casa. Ma una nuova condizione di miseria lo obbliga a rimanere, privato veramente di tutto, anche dell’amore.

La canzone, di profonda rottura e lontanissima dal cliché sanremese, non piacque alla giuria, che la giudicò troppo cruda; non accedette dunque alla finale, classificandosi al 12° posto su 16. In segno di protesta contro un sistema che reputava ottuso e insensibile, Tenco si sparò nella sua camera d’albergo. Poche ore dopo, fu la stessa Dalida a trovarlo privo di vita. Solo nel mese successivo al Festival, il disco del cantautore vendette più di 300.000 copie. Oggi è considerato un classico della canzone d’autore italiana.

«Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi».

Il grano da crescere, i campi da arare

La solita strada, bianca come il sale
Il grano da crescere,
I campi da arare
Guardare ogni giorno
Se piove o c’è il sole
Per saper se domani
Si vive o si muore

Già da cento anni, in Europa, gli artisti avevano iniziato a raccontare, con le loro opere, la difficile vita della povera gente, le conseguenze della miseria e il dramma dell’emigrazione. La pittura italiana dell’Ottocento, per esempio, attraverso la corrente del Verismo si era mostrata particolarmente sensibile a questi temi.

Filippo Palizzi (1818-1899), abruzzese trasferitosi a Napoli, entrò nella cosiddetta Scuola di Posillipo diventando pittore di paesaggi e di malinconiche vedute urbane, solitamente animate dalla presenza di poche figure. I suoi scorci di paese, con strade assolate e desolate, sono testimonianza quanto mai esplicita della vita agreste alla metà del XIX secolo.

Filippo Palizzi, Strada di Eboli, 1850 ca. Olio su tela, 46,5 x 36,5 cm. Piacenza, Galleria Ricci Oddi.

L’abruzzese Teofilo Patini (1840-1906), attivo a Napoli, fu artefice di un Verismo di denuncia sociale, molto prossimo al Realismo francese. Tra il 1883 e il 1884 dipinse Vanga e latte, rappresentando una famiglia di contadini al lavoro. L’opera può essere interpretata come un esplicito atto di accusa, una presa di posizione sulla questione agraria, ben lontana dall’essere risolta a vent’anni dall’Unità d’Italia. La famiglia contadina è ritratta in aperta campagna, nella limpidezza del primo mattino. L’uomo è intento a vangare il terreno; la donna, interrotto momentaneamente il lavoro, siede in terra per allattare il figlio neonato: teneramente descritta nelle sue vesti logore e nell’oro che le orna l’orecchio, è una sorta di “Madonna del latte” che accetta con rassegnazione una vita di stenti e fatiche. Si notano i pochi oggetti che appartengono alla coppia e che ne descrivono la vita quotidiana: la culla e l’ombrello posto a ripararla, la sella imbottita per il mulo, la piccola botte, la giacca, il cappello e il piatto di polenta con le due posate di legno. Non si coglie alcuna adesione sentimentale alla questione contadina ma un’interpretazione rigidamente oggettiva della realtà, osservata con un’ottica quasi distaccata che rimanda alle opere dello scrittore Giovanni Verga.

Teofilo Patini, Vanga e latte, 1883-84. Olio su tela, 2,13 x 3,72 m. Roma, Ministero dell’Agricoltura.
Dire basta

E un bel giorno dire basta e andare via
Ciao amore
Ciao amore, ciao amore ciao
Ciao amore
Ciao amore, ciao amore ciao

Ancora negli ultimi decenni del XIX secolo, il Verismo italiano perseverava nel documentare e denunciare le disuguaglianze e le miserie dell’Italia post unitaria attraverso opere a tema sociale che ovviamente non potevano ignorare il dramma crescente dell’emigrazione.

l pittore livornese Angiolo Tommasi (1858-1923), per esempio, nel suo dipinto Gli emigranti mostra un porto gremito di povera gente che attende di imbarcarsi per il Nuovo Mondo. Vediamo giovani, vecchi, bambini, donne incinte o che allattano. Con loro, pochi bagagli. I volti sono tristi e magri, scavati dalla fame e segnati da una dura vita di lavoro. Qualcuno appare appena più benestante, si tratterà forse di un commerciante o di un artigiano. Molti voltano le spalle al mare, come a voler ignorare quel futuro incerto che li attende.

Angiolo Tommasi, Gli emigranti, 1895. Olio su tela. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Un altro livornese, Raffaello Gambogi (1874-1943), nel dipinto Emigranti, per certi versi simile a quello del collega, si concentra sul saluto che un padre sta dando alla figlioletta. Aggrappata alla sua giacca, l’altra bambina. Accanto a lui, la giovane moglie e l’anziana madre in lacrime. È chiaro che solo lui si appresta a partire. La realtà dolorosa dell’emigrazione comportava, infatti, anche lo smembramento di intere famiglie.

Raffaello Gambogi, Emigranti, 1894. Olio su tela. Livorno, Museo Civico G. Fattori.
Fotografare la miseria

Andare via lontano
A cercare un altro mondo
Dire addio al cortile
Andarsene sognando

Anche illustratori e fotografi hanno reso lucida e toccante testimonianza di questo fenomeno, che ha riguardato, certo, tantissimi italiani ed europei ma che ha interessato la stessa America, soprattutto nel primo dopoguerra, quando la Grande Depressione costrinse tante povere famiglie miserabili a vagare alla ricerca di un lavoro e di migliori condizioni di vita.

Illustrazione di emigranti in partenza. «La Tribuna», 7 giugno 1896.
Emigranti in partenza. Fotografia del primo XX secolo. Lucca, Archivio della Fondazione Paolo Cresci.
Emigranti in viaggio verso l’America. Fotografia del primo XX secolo.

Fu proprio partire dagli anni Venti, infatti, che i fotoreporter iniziarono a raccontare i fatti attraverso le proprie immagini fotografiche. La fotografia divenne il veicolo fondamentale dell’informazione e tale rimase fino alla diffusione mondiale della televisione, nella seconda metà degli anni Settanta. Ci sono foto che sono entrate nell’immaginario collettivo non meno di certi coevi capolavori pittorici, di cui, anzi, sono spesso più conosciute.

La fotografa americana Dorothea Lange (1895-1965) fotografò senzatetto, immigrati, braccianti e operai. Alcuni scatti di Lange sono diventati famosissimi, perfino iconici. È il caso di Migrant mother, o Madre migrante, la foto di una donna immortalata nei pressi di un campo agricolo in California. Madre di sette figli, stava viaggiando su un camion con la famiglia, alla ricerca di un impiego, e in quel momento si era fermata sperando in un lavoro come raccoglitrice agricola. Gli occhi stanchi, carichi di un’insostenibile tristezza, ci parlano ancora oggi dell’assenza di speranza e mantengono, immutata, la propria capacità di commuovere.

Dorothea Lange, Madre migrante (Migrant Mother), 1936. Fotografia.

Erano altri tempi, si dirà. In verità, il fenomeno dell’emigrazione è ancora drammatico, anche se adesso vede protagonisti i nuovi poveri del mondo, che fuggono dalla miseria e dalla guerra in Africa e in Medioriente. I reportage giornalistici testimoniano ancora l’attualità di questo dramma: le foto sono a colori, i volti sono talvolta di un altro colore, la tragedia, invece, ha sempre le medesime tinte. Anzi, gli instabili canotti alla deriva, carichi di disperati, fanno apparire quelle grandi navi che un tempo ci portarono in America, stipati come animali, perfino confortevoli.

Un gommone con emigranti alla deriva.

È diventata una tragica icona l’immagine del corpicino di Aylan, un bambino siriano di 3 anni, morto nel 2015 sulla spiaggia turca di Bodrum. La foto, realizzata dalla fotoreporter turca Nilüfer Demir (1986), mostra in primo piano, in orizzontale, il piccolo con i suoi pantaloncini corti e la maglietta rossa, la faccia contro la sabbia, il volto bagnato dalla risacca. Lo scatto è stato così commentato da Rick Shaw, direttore di Picture of the Year International: «Questa fotografia probabilmente cambierà l’opinione pubblica. Ti afferra il cuore e te lo strappa via». Peter Bouckaert, direttore di Human Rights Watch, ha invece scritto: «Quello che mi ha colpito di più erano le sue scarpette: sicuramente i suoi genitori gliele avevano messe con amore quella mattina, mentre lo vestivano per quel viaggio pericoloso… Guardando l’immagine, non ho potuto fare a meno di pensare che lì, affogato su quella spiaggia, c’era uno dei miei figli».

Nilüfer Demir, Aylan, 2015. Fotografia.

Sono, queste, foto che hanno riempito i giornali, gli schermi televisivi, i tablet e gli spartphone e che il fotografo Oliviero Toscani (1942) ha scelto per la sua più recente campagna di sensibilizzazione sponsorizzata (come accade dagli anni Ottanta del XX secolo) dal Gruppo Benetton. I manifesti di Toscani, che ripropongono foto di Orietta Scardino dell’ANSA e di Kenny Karpov, hanno provocato violente reazioni sui social e attirato le critiche di chi lo ha accusato di speculare sulla tragedia e di essere asservito ai Benetton. Tuttavia, ogni campagna shock di Toscani, che nel tempo ha fotografato e sbattuto in faccia alla gente tematiche difficili e verità scomode come l’Aids, il razzismo, la guerra, l’anoressia, la pena di morte, la contraccezione, ha provocato, negli ultimi trent’anni, reazioni del tutto analoghe.

Oliviero Toscani, Emigranti. Campagna Benetton 2018.
In un mondo di luci sentirsi nessuno

E poi mille strade grigie come il fumo
In un mondo di luci sentirsi nessuno
Saltare cent’anni in un giorno solo
Dai carri dei campi
Agli aerei nel cielo
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te

L’arte contemporanea ha trovato molte strade e adottato molti linguaggi per affrontare, ancora ai nostri giorni, il tema dell’emigrazione, con esiti talvolta poetici, altre volte intellettuali, altre ancora decisamente disturbanti.

Lo scultore francese (di origini siciliane) Bruno Catalano (1960) ha realizzato nel 2013 una serie di sculture in bronzo intitolate Les Voyageurs e collocate sul perimetro del porto di Marsiglia. Si tratta di persone palesemente infelici, con la valigia in mano e lo sguardo fisso, che appaiono come aperte, svuotate, lacerate. Sono migranti o fuggiaschi, non lo sappiamo. La percezione del paesaggio, visibile attraverso le loro figure, le fa apparire trasparenti, e quindi marginali, insignificanti. Sono uomini e donne che sembrano aver perso la propria identità: sradicate dalla propria realtà, sono diventate inesistenti. Il viaggio obbligato, il viaggio che non ti porta “verso” ma ti porta “via” è distruttivo.

Bruno Catalano, Les Voyageurs, 2013. Bronzo. Marsiglia.
Bruno Catalano, Les Voyageurs, 2013. Bronzo. Marsiglia.

Banksy, lo street artist più famoso dei nostri giorni, ha speso dedicato i suoi stencil murali alla questione migranti, con immagini come sempre spiazzanti e provocatorie. Ha dipinto Steve Jobs, ideatore della Apple, su un muro del campo profughi a Calais, in Francia, dichiarando: «Siamo portati a pensare che l’immigrazione dreni le risorse di un Paese e invece Steve Jobs era il figlio di un migrante siriano”. Apple è l’azienda con più profitti al mondo, paga circa sette miliardi di dollari all’anno di tasse ed esiste unicamente perché hanno accolto un giovane uomo da Homs».

Banksy, Steve Jobs, 2015. Calais, muro del campo profughi.

Sempre a Calais, Banksy ha dipinto l’immagine di un bambino con una valigia, che guarda verso l’Inghilterra con un cannocchiale sul quale è appollaiato un avvoltoio.

Banksy, Bambino con la valigia, 2015. Calais.

L’artista cinese Ai Weiwei (1957) è un dissidente e un attivista politico che ha pagato prima con la censura, poi con una pesantissima multa e, infine, (nel 2011) con il carcere e il ritiro dei documenti la sua ferma opposizione al regime comunista cinese. Da sempre si batte, attraverso la sua arte, per difendere i diritti degli ultimi, dei poveri, degli emarginati e, dal 2015, dei rifugiati e dei migranti forzati. «Non c’è una crisi legata ai profughi, ma solo crisi umana… Nel trattare con i rifugiati abbiamo perso i nostri valori fondamentali».

Le sue installazioni sono un perenne atto di denuncia: ha ricoperto le colonne della Konzerthaus di Berlino con 14 mila giubbotti di salvataggio; a Firenze (in occasione della mostra a lui dedicata, Ai Weiwei. Libero) ha appeso su Palazzo Strozzi 22 canotti di salvataggio, coprendo le finestre del primo piano. A Praga nel 2016, in occasione di una mostra a lui dedicata, ha deciso di coprire alcune sue statue (sculture bronzee che riproducono le teste degli animali dello zodiaco cinese) con delle coperte termiche dorate, quelle utilizzate per soccorrere i migranti. «Ho voluto metterle sulle mie statue per protestare contro il fatto che l’umanità sta scomparendo dai nostri cuori». Alla Galleria Nazionale di Praga tra il 2017 e il 2018, ha esposto Law of the journey (La legge del viaggio), un gommone gonfiabile lungo 70 metri contenente 258 riproduzioni di rifugiati.

Ai Weiwei, Safe Passage, 2016. Installazione di giubbotti di salvataggio alla Konzerthaus di Berlino.
Ai Weiwei, Reframe, 2016. Installazione di gommoni da salvataggio sulle facciate di Palazzo Strozzi a Firenze.
Ai Weiwei, Zodiac, 2016. Bronzo e coperte termiche. Installazione, Praga.
Ai Weiwei, Law of the journey, 2017. Installazione. Praga, National Gallery.

Da ricordare anche le suggestive video-installazioni dell’artista albanese Adrian Paci (1969), attivo a Milano dove vive dal 2000. Nato e cresciuto sotto il regime, Paci si è distinto per il suo impegno in difesa dei diritti umani. Servendosi di molti linguaggi e strumenti artistici, ma privilegiando i video, con le sue opere ha voluto affrontare soprattutto il tema dell’emigrazione, dell’abbandono della propria terra, della perdita della casa e degli affetti. Il video Centro di permanenza temporanea, del 2007, ambientato nell’aeroporto di San Jose, in California, riprende alcuni immigrati che, dovendo essere rimpatriati, salgono ordinatamente sulla scaletta di un aereo. Solo che l’aereo non c’è. Uomini e donne restano dunque lì, immobili, intrappolati in un contesto sospeso, senza tempo e senza spazio. Una meravigliosa metafora della condizione di chi non sa dove andare e, spesso, neppure dove tornare.

Adrian Paci, Centro di permanenza temporanea, 2007. Fotografia da video-installazione.

Ciao amore
Ciao amore, ciao amore ciao
Ciao amore
Ciao amore, ciao amore ciao
Non saper fare niente in un mondo che sa tutto
E non avere un soldo nemmeno per tornare

Ave Maria, piena di grazia…

Pregano i migranti? Quando lasciano le proprie case, quando vengono imprigionati, quando affrontano il mare, quando il gommone affonda, quando il mare li inghiotte? Molti di loro sicuramente sì. Chi o cosa pregano? Che importa come chiamare chi presterà loro ascolto. Nel 2017 lo scultore italiano Fabio Viale (1975) ha realizzato un’opera coraggiosa, una sorta di scultura-performance, tecnicamente complessa, culturalmente elaborata, che ha scatenato un prevedibile quanto stupido e pretestuoso putiferio. Da un grande blocco di marmo bianco ha riprodotto, con grande virtuosismo, la Madonna della Pietà Vaticana di Michelangelo. Solo che l’ha privata del Cristo. In quello spazio vuoto, fra quelle braccia materne, ha fatto sdraiare un migrante di colore, un uomo vero, nudo: Lucky Ehi, giovane di fede cristiana costretto a fuggire dalla Nigeria per persecuzione religiosa e sopravvissuto alla traversata del Mediterraneo. L’opera è di una tale potenza comunicativa che non richiede spiegazioni. Solo una riflessione: quel ragazzo è cristiano ma potrebbe essere musulmano, ebreo, shintoista e perfino ateo. In quell’abbraccio troverebbe comunque accoglienza.

Fabio Viale, Pietà Vaticana senza Cristo, 2017. Marmo bianco.
Fabio Viale, Lucky Hei, 2017. Uomo (Lucky Ehi, Nigeria 1995) e marmo bianco. Milano, Galleria Poggiali.

Ciao amore
Ciao amore, ciao amore ciao
Ciao amore
Ciao amore, ciao amore ciao

Luigi Tenco in una foto degli anni Sessanta.
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