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Cleobi e Bitone: i kouroi e il concetto di bello nella Grecia arcaica
Gli antichi eroi nella fissità del tempo.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in La civiltà greca – Data: Febbraio 3, 2021 6 commenti 17 minuti
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I koùroi sono tipici soggetti della scultura greca arcaica, ossia quella prodotta, tra il VI e la prima metà del V secolo a.C., in Grecia e nelle colonie greche. Si tratta di giovani uomini, di ragazzi, in greco, appunto, koùroi (singolare koùros) sempre mostrati in posizione eretta. L’età ideale di questi giovani era compresa tra i 17 e i 19 anni. Essi sono sempre completamente nudi, perché si volle celebrare la loro bellezza; i loro volti sono sempre segnati da un delicato ed enigmatico sorriso, che la critica ha battezzato come “sorriso arcaico”. Cleobi e Bitone: i kouroi e il concetto di bello nella Grecia arcaica.

La loro rappresentazione seguiva alcune regole stilistiche abbastanza rigorose: erano rigidi, con la testa eretta, le braccia stese lungo i fianchi con i pugni chiusi, la gamba sinistra avanzata, come ad accennare un passo, ma con entrambi i piedi ben appoggiati al suolo.

Koùros di Capo Soùnion, 600 a.C. ca. Marmo, altezza 3,40 m. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

L’influenza della statuaria egizia

All’inizio del VI secolo a.C. mancavano agli scultori greci sia l’abilità tecnica sia, forse, anche l’interesse a riprodurre fedelmente il fisico di un uomo. L’influenza della statuaria egizia, in questo senso, era ancora molto forte e spingeva a rappresentare l’apparato muscolare per mezzo di semplici moduli decorativi. Anche le proporzioni e la posa dei koùroi sono tipiche delle sculture egizie. Nonostante le evidenti analogie stilistiche, però, la grande statuaria greca si distanzia profondamente da quella egizia.

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Gli Egizi non si facevano mai rappresentare completamente nudi: il corpo privo di vestiti era legato all’idea di povertà e solo gli schiavi e i servi più umili venivano ritratti così. Il faraone era, in effetti, mostrato seminudo ma quanto bastava a mettere in evidenza l’armonia del suo corpo considerato divino. I koùroi greci ostentano, invece, una nudità integrale che in tutto il mondo antico è sempre stata l’eccezione, non la regola: ma l’arte, in Grecia, voleva celebrare la bellezza, più che il potere: dunque il corpo, emblema di bellezza per eccellenza, non poteva essere coperto.

Statua di Montuemhat, 650 a.C. Granito grigio, altezza 1,37 m. Il Cairo, Museo Egizio.

Come nella statuaria egizia, i koùroi greci appaiono piuttosto stilizzati. Ma già nelle opere prodotte in Grecia nelle prime decadi del V secolo, si nota la tendenza a una resa più realistica dei corpi, in un processo che avrebbe portato, entro il 450 a.C., al meraviglioso naturalismo idealizzato di stampo classico. D’altro canto, i koùroi arcaici, nonostante l’evidente tipizzazione, ci appaiono comunque dotati di un corpo pronto all’azione e ricordano gli atleti che attendono il via per iniziare una corsa, cosa che non si riscontra mai in una qualunque delle immagini dei faraoni egizi.

L’identità dei kouroi

Non sappiamo esattamente quali soggetti corrispondessero ai koùroi. Alcuni erano certamente raffigurazioni di Apollo. Difficile però ammettere che tutti i koùroi fossero immagini apollinee: nel solo Santuario di Apollo dello Ptoion, in Beozia, ne sono stati ritrovati circa 120. Molti erano, dunque, statue votive, offerte alla divinità come ringraziamento per un favore ricevuto, e rappresentavano gli offerenti, ossia uomini mortali. Altri potrebbero essere immagini idealizzate di defunti oppure di guerrieri o atleti. Insomma, i Greci elaborarono un tipo scultoreo unico per rappresentare uomini, eroi e divinità.

Apollo Milani, 540-530 a.C. Marmo, altezza 1,39 m. Firenze, Museo Archeologico.

Non dobbiamo dimenticare che le immagini dei koùroi venivano spesso destinate ai santuari, dove si tenevano le grandi competizioni sportive. È quindi ovvio che tali statue sono essenzialmente l’espressione di un ideale insieme agonistico ed estetico. E poiché in Grecia gli atleti usavano allenarsi e gareggiare senza vestiti, gli scultori non poterono che raffigurare i loro koùroi nudi, come i grandi campioni che erano soliti ammirare negli stadi. Insomma, i koùroi non sono sempre divinità né personaggi mitologici ma, prima di tutto, comuni uomini.

Apollo Milani, 540-530 a.C. Particolare del volto.

Le tre correnti stilistiche nella statuaria greca

Nell’ambito della scultura greca arcaica, la critica ha individuato tre correnti stilistiche prevalenti: dorica, ionica e attica. La corrente dorica si affermò nella zona del Peloponneso (Argo, Corinto, Sparta), dove gli artisti amarono costruire immagini di uomini dall’anatomia possente e dai volumi squadrati, capaci di comunicare una sensazione di forza e di potenza; allo stesso modo, essi privilegiarono i contrasti chiaroscurali decisi. La coppia di koùroi, identificata con Cleobi e Bitone, mostra con evidenza i caratteri di questo stile.

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Nella corrente ionica, sviluppatasi nelle isole e nei territori orientali (Samo, Nasso, Chio, Mileto), l’oggetto scultoreo presenta accenni di delicato movimento e la forma geometrica è sempre rigorosa, ma la compattezza della massa è stemperata dalla luce che scorre sulle superfici e ammorbidisce i contorni.

Koùros di Milo, 550-540 a.C. Marmo, altezza 2,14 m. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Capolavoro dello stile ionico è considerato il Koùros di Milo, proveniente dall’omonima isola dell’Arcipelago cicladico. L’opera è giunta a noi perfettamente integra, seppure un po’ corrosa. Il giovane koùros, elegante e slanciato, presenta una definizione anatomica più sottile: nella sua corporatura, piuttosto longilinea, l’altezza prevale sulla massa. I muscoli sono appena accennati e si coglie una maggiore fedeltà alla resa della struttura corporea. L’opera, inoltre, mostra una particolare attenzione nei confronti delle vibrazioni luminose: i trapassi chiaroscurali sono infatti delicatissimi. Anche la frontalità della statua è in parte negata da un evidente richiamo alla superficie curva di un cilindro.

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Nella corrente attica, che si diffuse nella zona di Atene, si riscontra un ulteriore ammorbidimento del modellato: le figure appaiono ancora più palpitanti di quelle ioniche, le loro forme si espongono alla luce con solchi d’ombra e superfici vibranti di riflessi, modulandosi in ritmi nuovi.

Polimede di Argo, Cleobi e Bitone, 585 a.C. ca. Marmo pario, altezza 2,16 m. Delfi, Museo Archeologico.

Cleobi e Bitone

Tra il 1893 e il 1894 furono ritrovate nel Santuario di Delfi, e più esattamente nei pressi del Tesoro degli Ateniesi, due koùroi arcaici quasi identici, alti più di 2 metri, attribuiti allo scultore Polimede di Argo e identificati come Cleobi e Bitone grazie ad alcune iscrizioni sulle basi. In una delle scritte, infatti, si legge: «[Pol] imedes l’argivo mi ha fatto», mentre in un’altra, molto frammentaria, sono state riconosciute alcune delle lettere che compongono il nome di Bitone. Sulla scorta di altre testimonianze documentarie, alcuni studiosi hanno invece proposto l’identificazione dei due giovani con i Dioscuri, ossia Castore e Polluce. Tuttavia, questa seconda ipotesi non si è affermata. La data più probabile della loro esecuzione è il 585 a.C.

Polimede di Argo, Cleobi e Bitone, 585 a.C. ca. Particolare.

Secondo la mitologia greca, i fratelli Cleobi e Bitone erano i figli di Cidippe, una sacerdotessa di Era della città di Argo. Non essendo disponibili i buoi del carro che doveva portare la madre al tempio, e per consentire alla donna di arrivare ugualmente a destinazione, i due fratelli si sottoposero a una fatica estrema, trainando essi stessi il veicolo per circa 8 chilometri. La madre, commossa da tanta filiale devozione, pregò la dea di premiare i figli. Era allora concesse loro un sonno eterno, che li preservò all’invecchiamento e dalla morte.

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Una marcata stilizzazione

Polimede scolpì i due koùroi immaginando per essi una visione rigorosamente frontale, anche se poi completò le statue in ogni loro parte. Sicuramente, adottò lo stesso metodo in uso da secoli in Egitto: prima di iniziare il suo lavoro, disegnò i profili delle figure su ogni faccia dei blocchi di pietra, precedentemente squadrati, per poi sbozzarli lavorando contemporaneamente da ogni lato. I gemelli, completamente nudi, presentano un fisico possente, che sembra composto da singole parti (le braccia, le gambe, il busto, il capo) connesse fra loro in modo poco armonico. Le teste sono piuttosto grandi rispetto al resto del corpo.

Polimede di Argo, Cleobi e Bitone, 585 a.C. ca. Particolare del busto e del volto di Bitone.
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Polimede di Argo, Cleobi e Bitone, 585 a.C. ca. Particolare del braccio di Bitone.

I volti, squadrati, schiacciati e dotati di grandi orecchie, presentano fronte bassa e arcate sopraccigliari pronunciate. Gli occhi a mandorla, spalancati e fissi in un punto all’infinito, richiamano con evidenza la statuaria egizia, così come, d’altro canto, l’immancabile “sorriso arcaico” rimanda all’espressione serena dei faraoni. I capelli, secondo la moda del tempo, sono pettinati a grosse trecce e ricadono dietro e davanti alle spalle, simmetricamente.

Polimede di Argo, Cleobi e Bitone, 585 a.C. ca. Particolare del volto di Bitone.
Polimede di Argo, Cleobi e Bitone, 585 a.C. ca. Visione posteriore della testa di Bitone.

Il “finto passo”

Le braccia, stese lungo i fianchi con i pugni chiusi, sono corte e leggermente flesse mentre le gambe ostentano cosce toniche e polpacci robusti. Come sempre, entrambi i koùroi presentano la gamba sinistra avanzata ma entrambe le piante dei piedi completamente appoggiate al suolo, in quella posizione che nella scultura egizia è indicata come “finto passo”.

Polimede di Argo, Cleobi e Bitone, 585 a.C. ca. Particolare dei piedi di Cleobi.

Lo scultore ha rinunciato alla rappresentazione degli addominali e ne ha indicato la forma soltanto con una linea incisa; anche le ginocchia sono risolte con profondi solchi circolari che indicano le rotule. È evidente la ricerca di corrispondenze simmetriche, rispetto a un asse verticale e a diverse direttrici orizzontali. La curva dei pettorali richiama, per esempio, quella superiore delle clavicole; allo stesso modo, la linea addominale è ripresa in senso inverso dal solco dell’inguine.

Polimede di Argo, Cleobi e Bitone, 585 a.C. ca. Particolare delle ginocchia di Bitone.
Polimede di Argo, Cleobi e Bitone, 585 a.C. ca. Particolare del busto di Bitone.

Gli ultimi koùroi

Già nella scultura di età arcaica, la figura umana maschile era stata considerata la forma della natura più vicina alla perfezione ideale. Nel tempo, gli artisti greci sentirono che la figura umana non poteva più costruirsi in maniera sintetica, attraverso l’adozione di un linguaggio stilizzato: l’immagine dell’uomo vero era perfetta in sé, si poneva come “misura di tutte le cose” e andava dunque rappresentata in modo verosimile. Questa evoluzione appare evidente in tre koùroi, realizzati a vent’anni di distanza l’uno dall’altro.

Kroisos (Koùros di Anavyssos), 550-520 a.C. ca. Marmo, altezza 1,94 m. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Il Kroisos, detto anche Koùros di Anavyssos, è stato scolpito nel 520 a.C. ca., ossia verso la fine dell’età arcaica. Si tratta di un giovane aristocratico morto in battaglia, dunque di un guerriero, e questa scultura segnava la posizione della sua tomba rendendogli omaggio. La posizione e l’acconciatura rimandano al Cleobi di Polimède, scolpito ottant’anni prima. La resa della muscolatura, e in particolare degli addominali, è tuttavia molto più attenta al dato reale. Anche singoli particolari anatomici, come i piedi per esempio, presentano una naturalezza del tutto inedita.

Kroisos (Koùros di Anavyssos), 550-520 a.C. ca. Veduta laterale.

Aristodico

Agli esordi del V sec. a.C., nella figura del koùros si cominciò a intravedere la volontà di definire il corpo umano in maniera più realistica. Aristodico, un giovane aristocratico, è stato scolpito nel 500 a.C. ca.: pur appartenendo ancora al tipo dei koùroi arcaici, di cui condivide sostanzialmente impostazione e posa, esso presenta indubbiamente un modellato già sicuro nella raffigurazione di un giovane corpo nudo, vibrante di energia, dall’anatomia consapevole, dai trapassi chiaroscurali credibili.

Aristodico, 500 a.C. ca. Marmo, altezza 1,95 m. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

I dettagli, a parte qualche schematismo relativo alla capigliatura e ai peli del pube, mostrano una esplicita ricerca di naturalismo. Anche le braccia appaiono protese in avanti, ed è una novità davvero importante poiché per millenni gli artisti non avevano mai staccato le braccia dai fianchi, né osato abbandonare la tradizionale posizione rigida.

Aristodico, 500 a.C. ca. Particolare.

Efèbo

L’Efèbo dello scultore Crizio è stato datato al 480 a.C. ca. Crizio fu uno dei primi scultori greci ad abbandonare il sorriso arcaico, segnando il passaggio dall’età arcaica a quella classica. Il suo efèbo è infatti serio e ci appare quasi pensieroso o turbato. Benché sia rappresentato eretto, la sua posa è sciolta, del tutto naturale. Crizio si è posto il problema di rappresentare in modo credibile l’equilibrio di un corpo umano in piedi. Il ragazzo (gli efèbi, in Grecia, erano gli adolescenti sotto ai 17 anni) poggia il peso del corpo sulla gamba sinistra, sollevando lievemente il bacino dalla stessa parte, mentre la testa ruota leggermente dalla parte opposta. La gamba destra è mancante, purtroppo, ma la posizione del ginocchio ci lascia intuire che l’arto era leggermente flesso.

Crizio, Efèbo, 480 a.C. ca. Marmo, altezza 86 cm. Atene, Museo dell’Acròpoli.

Anche l’anatomia del giovane corpo di adolescente è priva di spigoli, e i trapassi chiaroscurali sono morbidi e delicati: la resa delle spalle arrotondate, dei pettorali e degli addominali è ben lontana dalle soluzioni grafiche del secolo precedente. Da questo momento, lo studio anatomico e il tentativo di raffigurare la potenza e l’armonia del corpo nudo maschile in modo non schematico avrebbero segnato tutta l’evoluzione della scultura greca, raggiungendo in soli trent’anni, entro il 450 a.C. ca., risultati assolutamente straordinari, posti come base di partenza per i successivi sviluppi di tutta l’arte antica, in Grecia come in Occidente.

Crizio, Efèbo, 480 a.C. ca. Visione anteriore e posteriore.

Il concetto di bello nella Grecia arcaica

Nella figura del koùros, per tutta l’età arcaica, i tratti dell’umano e quelli del divino si confusero l’uno nell’altro. E, tuttavia, nei vigorosi corpi di quei giovani eroi gli artisti greci vollero definire la plastica armonia del fisico atletico in maniera ben più naturalistica di quanto era accaduto nel mondo egizio, dove assai poco si concedeva alle esigenze della vista, subordinata a canoni stabiliti in maniera del tutto astratta.

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È, invece, assai evidente che le ricerche artistiche condotte dai Greci nell’arco di almeno duecento anni furono finalizzate proprio alla conquista di tale naturalismo, nel tentativo di istituire un nuovo rapporto tra l’arte e la realtà che l’arte stessa intende rappresentare, secondo un principio noto come mimesi (che si può pronunciare sia mìmesi, alla greca, sia mimèsi, alla latina), o imitazione. In questo, ribadiamolo, la cultura greca si distaccò nettamente da tutta la tradizione artistica orientale e mediterranea, che invece puntò sempre alla stilizzazione delle immagini.

Bitone di Polimede e Efebo di Crizio a confronto.

La semplice affermazione che l’arte greca aspirò a “imitare” la natura è tuttavia inesatta, o quanto meno incompleta. Il naturalismo greco, infatti, fu sempre controllato da una volontà di tipo razionale che, almeno fino al III secolo a.C., gli impedì di tradursi in una qualche forma di marcato realismo. Secondo i Greci, la natura era solo il punto di partenza: essendo imperfetta, essa doveva essere corretta e idealizzata, alla luce di concetti superiori e squisitamente razionali.

Si potrebbe affermare, certo semplificando molto il problema, che l’artista greco creò le proprie immagini, sin dall’età arcaica, cercando di tener presenti due mondi ben distinti: quello mutevole e immediatamente percepibile dai sensi, ovvero il mondo vero in cui viviamo, e quello dei princìpi eterni che governano la realtà sensibile: invisibili ma che possiamo intuire grazie all’intelligenza. E infatti, per secoli, i koùroi (immobili e apparentemente immutabili) opposero alla transitorietà del divenire il fermo-immagine della loro perfezione.

L’apparenza e l’essenza delle cose

L’arte greca fu insomma segnata dalla tensione tra due poli opposti: da una parte l’apparenza delle cose e dall’altra la loro essenza, o idea. Così, la “perfezione ideale” dell’arte classica nacque dall’assoluta volontà di coniugare idea e apparenza, assoluto e relativo, essenzialità e transitorietà.

Crizio, Efebo biondo, 490- 480 a.C. Marmo, altezza 24.5 cm. Atene, Museo dell’Acropoli.

Vi è poi un secondo aspetto dell’estetica greca arcaica che merita di essere evidenziato: la piena identità del “bello” con il “vero” e con il “buono”, già presente nelle immagini dei koùroi. Narra Esiodo che le Muse cantavano: chi è bello è caro, chi non è bello non è caro. E l’oracolo di Delfi sentenziò: il più giusto è il più bello, rispondendo a chi gli chiedeva cos’è la bellezza. Anche Omero, d’altro canto, aveva affermato questo ideale della cosiddetta kalokagathìa, ossia l’identificazione di ‘bellezza e bontà’, dai termini greci kalòs, ‘bello’, e agathòs, ‘buono’. Kalòs può essere inteso come ‘ciò che suscita ammirazione’ perché, nell’equilibrio delle sue virtù, l’eroe greco “non manca di nulla” e si trasfigura in un’icona di integrità. E proprio in tale senso di compiutezza è insito l’ideale greco della bellezza.


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