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Mathias Neithardt Gothart (1470/80-1528), noto come Grünewald, è stato uno dei più importanti pittori del Rinascimento tedesco. A lui si devono opere cariche di pathos e intensamente drammatiche. Grünewald, infatti, condivise solo in parte l’adesione ai canoni pittorici rinascimentali, scegliendo di mantenere un più radicato legame con la tradizione gotica, un legame reso manifesto da una certa bizzarria inventiva e soprattutto da una forte tensione emotiva e spirituale che si traduce in un disegno tormentato e contorto. La Crocifissione di Grünewald.
Non dipinse mai opere profane, e quasi solo Crocifissioni. Grandissimo e solitario, propose con la sua cupa e folgorante Crocifissione per il Polittico di Isenheim una rappresentazione fra le più crude e drammatiche dell’arte occidentale, condensandovi tutto il travaglio spirituale di un’epoca e di un popolo. Quest’opera era destinata a confortare i ricoverati nell’ospedale di Isenheim e destinati a morire, perché malati di ergotismo, il “fuoco dell’Inferno”: una malattia orribile che riempiva il corpo di pustole e ulcere, fino alla cancrena.
Il Polittico di Isenheim, noto anche come Altare di Isenheim, è una sorprendente “macchina pittorica” costituita da ante fisse e mobili, che si possono chiudere e aprire, a libro, facendo assumere al polittico tre differenti configurazioni. Chiuso presenta una Crocifissione con Sant’Antonio abate e San Sebastiano ai lati. Alla prima apertura mostra alcune scene della Vita della Vergine (l’Annunciazione, il Concerto degli Angeli e la Natività) e una Resurrezione. Alla seconda apertura svela alcune statue di Nicolas de Haguenau, con, a sinistra, Sant’Antonio e San Paolo eremita e, a destra, le Tentazioni di Sant’Antonio.
Ma è la Crocifissione, al centro del polittico chiuso, ad essere incomparabile: certamente una delle più intense, toccanti e drammatiche di tutta la storia dell’arte.
Cristo, gigantesco, appeso a una croce di legno malamente sgrossata, porta i segni della brutale violenza con la quale è stato torturato. Il suo corpo scheletrico è interamente segnato dalle ferite della flagellazione, oltre che da contusioni e piaghe. La sua carne è crivellata da migliaia di schegge.
Il capo è cinto da una spaventosa corona di spine; le mani magrissime, attraversate da grossi chiodi, hanno le dita tese per gli spasmi e flesse in modo innaturale. Così anche i piedi. L’intero corpo del Redentore sembra deformarsi a causa dell’estrema sofferenza ed è chiaro che un’immagine così crudamente realistica aveva lo scopo di suscitare nei fedeli sentimenti di pietà e devozione.
Accanto alla croce si trovano una pallidissima Vergine, con un’insolita veste bianca, sorretta da san Giovanni Evangelista, la Maddalena inginocchiata ai piedi del crocifisso, che si fa piccola fino quasi a scomparire, e, del tutto anacronisticamente (poiché già morto prima di Gesù), il Battista, presenza ideale, che indica Cristo a noi fedeli, accompagnato dall’agnello mistico. L’animale, che poi è lo stesso Cristo, l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, ha il petto ferito e versa in una coppa il sangue che esce a fiotti.
È un’opera la cui violenza colpisce il fedele come un pugno in faccia. Non ha nulla delle “normali” Crocifissioni, quelle in cui Cristo è sì appeso, è sì ferito, è sì sofferente ma nemmeno poi tanto, come se quella morte, quel supplizio non fossero state in fondo così disumane e abominevoli.
Scrive Melania Mazzucco, scrittrice da Premio Strega: «è come se avessi visto morire qualcuno, e non l’hai aiutato. E anche se non tornerai più a Colmar, rimane dentro i tuoi occhi e dentro di te, indelebile come una colpa. […] Il pittore ci costringe a guardarlo morire. La visione può risultare intollerabile. […] Ancora oggi si discute se sia lecito mostrare la morte e la sofferenza degli uomini, ogni volta che una foto rubata ce li mostra nel loro orrore. Si parla di pornografia del dolore. C’è chi ne abusa – e per provocare convoca frattaglie, mutilazione, corpi avariati, negando il confine dell’invisibile.
Ma Grünewald, chiunque fosse, non vuole scioccare né provocare. Vuole, al contrario, consolare. […] Quel Cristo repellente diceva ai poveri moribondi che anche il figlio di Dio aveva sofferto ogni dolore. In fondo, che anche loro erano figli di Dio. Grünewald vuole anche rafforzare. La fede, intendo. Poiché era credente, e sapeva che solo morendo Cristo poteva risorgere. Cioè che tutto il male sofferto – da lui e da loro – doveva essere accettato, e sopportato, perché aveva un senso. Questo era il messaggio più autentico del cristianesimo, e la ragione della sua popolarità fra gli ultimi del mondo».
Ho cercato questa crocefissione dopo aver letto alcuni articolo su Huysmans.
Sono credente, cattolico e, da ora, ancora più consapevole dell’insopportabile strazio fisico ed umano cui Gesù si è sottoposto, scegliendo di “sospendere” la sua natura divina, per soffrire con e come noi.
E Grunewald, di questo volontario martirio, dà la più crudele, concreta e reale raffigurazione
l’ho visto l’altare con la Crocifissione… è toccante e sconvolgente, terribile, ma riesce segretamente a consolare perchè sai che il Cristo è risorto, è vivo, è sempre con noi nella sua trasfigurata bellezza.
Buongiorno,
nessun commento. Vorrei sapere se il testo dell’articolo, corredato dalle illustrazioni ,
è stato stampato in un volume…
Grazie.
Buonasera, le informazioni si trovano anche nei miei testi di storia dell’arte, ma non con questo apparato iconografico così ricco.
Ogni volta che vedo i particolari di questo dipinto, mi viene la pelle d’oca. E’ per me il segno del dolore, che tanto temo. Solo la RESURREZIONE mi consola.
Uno dei capolavori più straordinari di tutta la Storia dell’Arte. Una vera esperienza mistica nell’anti-bellezza classica che si contrappone al Dio ideale di Raffaello e Michelangelo.