menu Menu
Crocifissioni contemporanee (prima parte): Congdon e Bacon
Un credente e un ateo di fronte al sacrificio di Cristo.
By Giuseppe Nifosì Posted in Arte Ieri Oggi on Aprile 24, 2019 0 Comments 6 min read
La Trinità di Masaccio Previous La Resurrezione di Piero della Francesca Next
Versione audio:

La rappresentazione del corpo di Gesù crocifisso comparve molto presto nell’arte cristiana: risale infatti al V secolo la prima Crocifissione. Tuttavia, in molte crocifissioni, soprattutto bizantine e ancora romaniche, Cristo appare completamente vestito. Dal XII secolo, quando nacque in Occidente la tradizione delle croci dipinte, l’esposizione del corpo ferito del Redentore divenne invece la prassi. Da allora, nel corso dei secoli successivi, migliaia di crocifissi sono stati dipinti o scolpiti, e questo fino all’Ottocento. L’arte del Novecento, eminentemente laica, non ha dato grande spazio al tema della Passione di Cristo o al soggetto della Crocifissione, anche se importanti artisti – tra cui Rouault, Chagall, Picasso, Guttuso e Fontana – hanno voluto affrontare questo tema. Al contrario, importanti registi cinematografici, nel raccontare la vita di Gesù, hanno riservato particolare attenzione al racconto della sua morte. Ricordiamo soprattutto Il Vangelo Secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini (1964), il Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli (1977) e L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese (1988).

Fotogramma dal Vangelo Secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini (1964).
Fotogramma dal Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli (1977).
Fotogramma da L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese (1988).

Nel 2004 è uscito nelle sale cinematografiche La Passione di Cristo del regista americano Mel Gibson, interamente dedicato alle ultime ore di vita di Gesù. Il film ha fatto molto discutere, soprattutto per l’estrema crudezza di molte scene. Non viene infatti risparmiato allo spettatore lo scempio del corpo di Cristo il quale fu, secondo una attendibile ricostruzione storica, brutalmente picchiato e selvaggiamente frustato prima di essere crocifisso. L’opera di Gibson, tuttavia, non intende guardare con intento documentaristico alla realtà storica: essa vuole, soprattutto, rendere visibile e manifesto ciò che il profeta Isaia aveva predetto nel Vecchio Testamento: «Molti si stupirono di lui tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto […] Eppure si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori […] Era come un agnello condotto al macello» (cfr. Isaia 52-54). È dunque la carne martoriata di Cristo la vera protagonista del film.

Fotogramma dalla Passione di Cristo di Mel Gibson (2004).
Congdon

In tal senso, risulta estremamente interessante anche l’interpretazione che, del Crocifisso, hanno proposto William Congdon e Francis Bacon, due pittori contemporanei molto lontani fra loro, per formazione artistica e vicende biografiche. William Congdon (1912-1998), statunitense, ha fatto parte della Scuola di New York negli anni Quaranta, assieme a Pollock e Rothko, e si è distinto come brillante esponente dell’Astrattismo americano e dell’Action Painting. Nel 1959 maturò una profonda conversione religiosa e decise di vivere in Italia. Diventò “il pittore dei Crocifissi”, dipingendone quasi 200. «Nella misura in cui Cristo aveva salvato la mia vita dal naufragio e adesso era la mia Verità, la Sua figura cominciava a prevalere su qualsiasi altra fonte di ispirazione. L’incontro con Cristo mi fa scoprire che il suo dramma di croce è pure mio». Congdon è dunque un artista profondamente credente che trasforma la sua arte in una ricerca esistenziale.

William Congdon, Crocefisso, 1960. Milano, William G. Congdon Foundation.

I suoi Crocifissi sono ottenuti con estrema economia di mezzi: due barre di nero per la croce, appena visibili contro lo sfondo bruno scuro, la figura di Gesù ottenuta con poche e dense spatolate, che ne modellano il corpo sommariamente ma perentoriamente. Sono echi evidenti della gestualità tipica dell’Action painting, una forma di pittura caratterizzata da segni creati con gesti immediati e spontanei. La testa è rovesciata in modo che i capelli coprano il volto; gli arti sono innaturalmente stirati e formano una sorta di Y. Il corpo di Cristo è, dunque, quasi del tutto irriconoscibile, ridotto a una massa catramosa: un corpo disumanizzato, come quello delle vittime di tutti i conflitti, delle violenze e delle torture, della fame e della povertà. L’artista sembra cogliere, nel sussulto delle spatolate e nell’oscurità del colore, l’unità inscindibile tra la sofferenza dell’uomo e quella di Cristo.

Bacon

L’artista irlandese Francis Bacon (1909-1992), pittore di spicco dell’arte figurativa europea del secondo dopoguerra, fu, al contrario di Congdon, dichiaratamente e ostinatamente ateo; eppure, fu attratto dal più cristiano dei simboli e dipinse più di una Crocifissione. Bacon si è soffermato, come Congdon ma con più brutale accanimento, sulla rappresentazione del corpo di Cristo, che però ha concepito urlante e ha equiparato a quello di un animale macellato.

Francis Bacon, Frammento di Crocifissione, 1950. Olio e cotone su tela, 139 x 108 cm. Eindhoven, Stedelijk Van Abbemuseum.

Bacon, gravato e schiacciato da un mal di vivere che mai aprì varchi alla speranza, ha sempre pensato che gli animali nei macelli siano consapevoli di quanto stia loro accadendo: in questo colse una similitudine con l’esperienza di Cristo e, per estensione, con quella di ogni uomo. La Crocifissione, per Bacon, rappresenta quindi l’ineluttabilità del dolore, della malattia e della morte: «siamo di carne, siamo potenziali carcasse», ha spiegato l’artista. «So che per le persone religiose, per i cristiani la Crocifissione riveste un significato totalmente diverso. Ma per me, non credente, è solo un atto del comportamento umano, un modo di comportarsi nei confronti di un altro». Il corpo di Cristo, che secondo Bacon fu solo un uomo vittima della cattiveria del mondo, viene trasformato in carcassa di carne appesa proprio per simboleggiare il corpo di ogni essere umano brutalizzato. Così diventa metafora della dannazione umana priva di riscatto, di una condizione in cui sembrano trovare spazio solo violenza, disperazione, infelicità e tormento. Non a caso, Bacon equiparò i suoi Crocifissi a ideali autoritratti. Cristo è ognuno di noi, concludono entrambi i pittori: ma per il credente Congdon, le braccia spalancate dell’uomo-Dio crocifisso sono preludio di un abbraccio universale e salvifico, simboleggiano la vita che rinasce dalla sofferenza; per l’ateo Bacon, esse sono soltanto l’emblema della vita che ci consuma.

Condividi con gli amici:
Facebooktwitterlinkedinmail


Previous Next

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cancel Pubblica il commento

keyboard_arrow_up