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La Cupola del Brunelleschi a Firenze
Un simbolo del Rinascimento e dell’ingegno dell’uomo.
By Giuseppe Nifosì Posted in L’età rinascimentale: il Quattrocento on Ottobre 21, 2019 3 Comments 9 min read
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Ci sono monumenti che per grandiosità, potenza e bellezza non solo entrano di diritto a far parte del patrimonio dell’umanità ma sono universalmente ammirati, generazione dopo generazione, oramai da alcuni secoli. È il caso della Cupola del Brunelleschi a Firenze, un simbolo del Rinascimento e un monumento all’ingegno dell’uomo. Di un solo uomo, ossia del suo autore, prima di tutto, ma attraverso di lui all’umanità intera: quella umanità operosa capace di costruire, fisicamente e metaforicamente, le migliori testimonianze della propria civiltà.

Al momento della sua costruzione, la Cupola del Brunelleschi era la più grande del mondo: rimane ancora oggi la più grande in muratura mai costruita. «Chi mai sì duro o sì invido non lodasse Pippo architetto vedendo qui struttura sì grande, erta sopra e’ cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti e’ popoli toscani, fatta sanza alcuno aiuto di travamenti o di copia di legname, quale artificio certo, se io ben iudico, come a questi tempi era incredibile potersi, così forse appresso gli antichi fu non saputo né conosciuto?». Sono parole di Leon Battista Alberti, grandissimo architetto rinascimentale, che al celebrato maestro Brunelleschi volle rendere questo rispettoso omaggio. Tanto grande da coprire con la sua ombra tutti i popoli toscani: una grandezza non solo fisica, dunque, quella di una cupola che mortificava ogni altra costruzione, per quanto ardita, passata e presente, e proiettava il suo autore, e tutta Firenze, nell’Olimpo dell’Arte.

Questo capolavoro architettonico ha una storia interessante, che vale la pena raccontare.

Fu nel 1418 che la corporazione dell’Arte della Lana bandì il concorso per la realizzazione della cupola del Duomo di Firenze, dedicato a Santa Maria del Fiore. La grandiosa architettura di questo sacro edificio era stata progettata oltre cento anni prima dall’architetto e scultore Arnolfo di Cambio, che aveva posto la prima pietra nel 1296. Nel suo progetto, Arnolfo aveva previsto una copertura a cupola; questo lo sappiamo con ragionevole certezza, non perché si siano conservati i disegni di Arnolfo ma grazie a un affresco della seconda metà del Trecento: la Chiesa militante, dipinto dal fiorentino Andrea Bonaiuti nella Basilica di Santa Maria Novella, prima che la chiesa fosse ultimata. Il dipinto ci mostra, quindi, quale aspetto avrebbe dovuto assumere la nuova cattedrale, così come Arnolfo l’aveva progettata: un corpo longitudinale innestato a un vano ottagonale aperto da tre nicchioni, coronato da cappelle e coperto a cupola. Osserviamo, nell’affresco, che la cupola (certamente pensata in pietra) è priva di tamburo, dunque più bassa di quella che poi sarà realizzata nel XV secolo, eppure vi riconosciamo senza difficoltà il prototipo della copertura che ancora oggi ammiriamo.

Andrea Bonaiuti, La Chiesa militante, 1366-68, particolare. Affresco. Firenze, Basilica di Santa Maria Novella, Cappellone degli Spagnoli

Arnolfo morì a lavori iniziati; il cantiere venne quindi diretto da altri architetti dopo di lui: Giotto, assistito da Andrea Pisano, dal 1334; Francesco Talenti, dal 1349, e altri, tra cui Lapo Ghini, che vi lavorò dal 1357. Giotto progettò il campanile; Talenti ampliò la pianta; Ghini, invece, alzò l’imposta della cupola di tredici metri sopra la copertura delle navate, costruendo il bel tamburo ottagonale aperto dalle grandi finestre circolari. La generale concezione arnolfiana venne tuttavia rispettata. All’inizio del XV secolo, l’edificio era quasi completamente ultimato; mancavano la facciata (che poi sarebbe stata realizzata nell’Ottocento) e, appunto, la cupola, e questo non era un problema da poco.

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Dobbiamo considerare che il Duomo di Firenze è un edificio enorme, che giganteggia nella città: lungo 153 metri, progettato per contenere 30.000 persone, è oggi la quinta chiesa d’Europa per grandezza, dopo la Basilica di San Pietro a Roma, la Basilica di San Paolo a Londra, la Cattedrale di Siviglia e il Duomo di Milano. Il diametro della cupola è largo, da solo, 43 metri verso l’interno (il diametro totale è di 54,8 metri): un vero e proprio cratere che si apriva sul tetto del Duomo ad un’altezza di circa 60 metri e che, in qualche modo, si doveva coprire. Ma come? Arnolfo non aveva lasciato indicazioni, ammesso poi che davvero sapesse come fare, giacché non si può escludere che si fosse limitato a concepire una grande idea lasciando che i suoi continuatori trovassero il modo di metterla in pratica.

Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, 1296-1470. Veduta dall’alto

Costruire una copertura di quelle dimensioni era un’impresa non da poco, e anche l’esempio della cupola del Pantheon a Roma, ancora meravigliosamente intatta, non aiutava: gli antichi romani l’avevano realizzata in calcestruzzo, una tecnica che nessuno conosceva più. La cupola del duomo fiorentino doveva per forza essere costruita in pietra o in mattoni, come le volte delle cattedrali gotiche. Ma la realizzazione di un’armatura in legname (centina) che partisse da terra innalzandosi per novantatre e più metri di altezza (stiamo parlando dell’equivalente di un edificio di 31 piani), era considerata impossibile oltre che troppo costosa. Inoltre, nessuna varietà di legno avrebbe potuto reggere il peso di una copertura così ampia e pesante fino al suo completamento.

Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, 1296-1470. Veduta latrale

Il concorso del 1418 richiedeva proprio la risoluzione a questo problema: non “se” fare la cupola o meno, ma “come” farla. Si presentarono diciassette architetti, fra cui Filippo Brunelleschi (1377-1446), che fu l’unico ad arrivare in fondo alle selezioni. La sua idea era semplice e geniale insieme: realizzare una cupola “autoportante”, costruita senza centine e capace di sostenersi da sé in ogni fase della sua costruzione. Predispose un modello e simulò la costruzione della cupola (ovviamente in scala) nella Chiesa di San Jacopo Soprarno.

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Ottenuto l’incarico, Brunelleschi costruì una struttura a doppia calotta, ossia due cupole distinte, una dentro l’altra, connesse da ventiquattro speroni (legati da archi orizzontali d’irrigidimento) che irrobustiscono quella interna e scompongono in tre parti le facce molto larghe di quella esterna.

Filippo Brunelleschi, Cupola di Santa Maria del Fiore, spaccato assonometrico

L’aggetto costante di questi speroni garantisce il parallelismo delle due calotte, all’interno delle quali fu realizzata una scala che porta fino in cima alla struttura.

Filippo Brunelleschi, Cupola di Santa Maria del Fiore, scala interna

La cupola fu costruita in pietra nella parte inferiore, sino a quando la curva delle pareti lo consentì; poi si usarono i mattoni, disposti non per ricorsi paralleli concentrici, com’era usuale, ma con un sistema di incastro detto a “spina di pesce”, che consisteva nel disporre i ricorsi di mattoni verticalmente, di seguito ad altri collocati di piatto.

Filippo Brunelleschi, Cupola di Santa Maria del Fiore, struttura con i mattoni a spina di pesce

Per ragioni di ordine statico, Brunelleschi fu obbligatorio realizzare una struttura di forma ogivale, ossia non semicircolare ma con una punta, come i tipici archi gotici. Nelle rifiniture, l’architetto dette grande prova delle sue capacità progettuali. Scartando ogni soluzione mirata a legare visivamente la sua costruzione alle preesistenti strutture trecentesche, egli determinò l’immagine della cupola attraverso un semplice ma efficacissimo effetto cromatico, ben percepibile anche a molti chilometri di distanza; la superficie della struttura infatti fu ricoperta con tegole rosse e spartita con otto creste di marmo bianco, poste in corrispondenza dei costoloni angolari. Tali creste, la cui raggiera è conclusa dalla lanterna, non hanno alcuna funzione portante, eppure sembrano costituire uno scheletro leggero, simile a quello di un ombrello, che fa apparire le pareti come fossero membrane tese.

Filippo Brunelleschi, Cupola di Santa Maria del Fiore, 1418-36

La cupola, «magnifica e gonfiante» secondo il biografo quattrocentesco di Brunelleschi, Antonio Manetti, appare dunque sospesa sulla città, oltre i profili dei tetti, senza però risultare incorporea, grazie al suo congegno geometrico che ne garantisce la necessaria consistenza tridimensionale. Il nitido profilo della sua sagoma le conferisce un valore paesaggistico eccezionale, obbligato punto visivo di riferimento per l’intero territorio, tenuto conto che la cupola è visibile da 70 km di distanza.

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La cupola di Santa Maria del Fiore nel panorama fiorentino

Completata la costruzione della cupola, molti anni dopo la sua progettazione, Brunelleschi iniziò a realizzare anche la Lanterna (1438-60) e le quattro edicole semicircolari note come “tribune morte” (1438-70). La Lanterna, concepita come un vero e proprio tempietto a pianta centrale, conclude magistralmente la struttura della copertura, raccordando le otto creste di marmo bianco con le volute dei propri contrafforti. Il suo valore urbanistico è evidente; le straordinarie dimensioni (la sola sfera bronzea di coronamento ha oltre 2 m di diametro) le consentono di spiccare sul panorama fiorentino.

Filippo Brunelleschi, Lanterna della cupola, 1436-60. Firenze, Santa Maria del Fiore

Alla base del tamburo, le Tribune morte furono realizzate con funzione di contenimento statico, dunque in sostituzione degli archi rampanti gotici, per puntellare i quattro lati dell’ottagono non rinforzati dalle volte delle tre absidi. Aperte da grandi nicchie adorne di grosse conchiglie, esse presentano una delle forme più pure fra quelle concepite dall’architetto.

Filippo Brunelleschi, Tribune morte, 1438-70. Firenze, Santa Maria del Fiore

Brunelleschi è descritto dai suoi contemporanei come un tecnico geniale e un inventore versatile, un giudizio del tutto condivisibile. Come ha osservato un celebre storico dell’architettura, Leonardo Benevolo, egli intervenne nel cantiere aperto del duomo raggiungendo «una virtuosistica combinazione fra la fedeltà al tema da portare a termine e la libera scelta dei mezzi». Brunelleschi, insomma, riuscì a dare forma ad una nuova figura professionale di architetto: quella di un progettista in grado di riassumere e fare propri tutti gli strumenti della tradizione oltre che di garantire, con la sua personale responsabilità, l’intero processo esecutivo, inclusa la realizzazione dei particolari. Non fu una conquista né facile né indolore. Ma qualunque architetto contemporaneo, oggi, dovrebbe essere consapevole di quanto è grande il debito di riconoscenza che ogni professionista dell’architettura deve a questo genio.

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  1. Grazie mille. Curare un blog come questo con la necessaria professionalità richiede tempo e impegno, che si sommano a quelli spesi per altre iniziative e lavori. L’apprezzamento dei lettori, a cui tutto questo è dedicato, è quindi la condizione per perseverare. Parlare di arte e di bellezza non risolve i problemi della nostra società contemporanea, ma certamente aiuta a ricordare qual è la parte migliore della civiltà umana.

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