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Giacomo Balla, un cagnolino e una bambina
Due amabili capolavori futuristi.
By Giuseppe Nifosì Posted in Il Novecento: la stagione delle avanguardie on Maggio 13, 2019 0 Comments 6 min read
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Il Futurismo nacque ufficialmente nel 1909 con la pubblicazione sul «Figaro» del Manifeste du Futurisme, redatto dallo scrittore Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944). Nel Manifesto di Marinetti, si celebrò il culto del coraggio e dell’audacia, l’amore del pericolo, il mito della velocità e soprattutto si incitò il pubblico alla lotta contro il passato: «noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie», fu il grande proclama futurista. Il Futurismo, attraverso le sue forme dinamiche, esaltò il movimento aggressivo, «l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno» e perfino la guerra, «sola igiene del mondo».

Fra le iniziative più interessanti dei pittori futuristi, vanno segnalate soprattutto l’abolizione della prospettiva tradizionale e la moltiplicazione dei punti di vista, finalizzate a esprimere il dinamico interagire dell’immagine con lo spazio circostante. Quello che però, più di ogni altro aspetto, identifica il movimento futurista e lo connota rispetto a tutte le contemporanee Avanguardie storiche, incluso il Cubismo, è il cosiddetto “mito del progresso”, “l’elogio alla velocità”. Questi artisti sostennero l’idea che il ritmo cittadino, lo sviluppo tecnologico e la modernità fossero la vera conquista dei tempi.

Un cagnolino

Il torinese Giacomo Balla (1871-1958) fu uno dei più importanti pittori del Futurismo. Dimostrò sin da adolescente una spiccata predilezione per l’arte, che lo spinse allo studio prima del violino e poi della pittura. Il padre gli trasmise invece la passione per la fotografia. Dal 1895, Balla si trasferì a Roma, città che saltuariamente lasciò per compiere alcuni viaggi a Parigi, dove studiò l’Impressionismo, il Neoimpressionismo e l’Art Nouveau e dove riuscì a esporre alcune sue opere, per esempio al Salon d’Automne del 1909. Il suo atelier romano, frequentato tra gli altri da Boccioni e Severini, diventò un luogo di incontro e di discussioni, nonché un laboratorio di nuove ricerche pittoriche.

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Giacomo Balla, Dinamismo di un cane al guinzaglio, 1912. Olio su tela, 90,8 x 110 cm. Buffalo, New York, Albright-Knox Art Gallery.

Nelle sue opere degli anni Dieci, Balla amò costruire immagini che scomponevano il movimento, adottando una metodologia analitica e sperimentale capace di evidenziarne la struttura sequenziale. In altre parole, l’artista fu interessato dal movimento in sé stesso, rotatorio, ellissoidale o a spirale, e il soggetto proposto divenne un semplice pretesto per studiare e rappresentare le forme che si muovono nello spazio. Dinamismo di un cane al guinzaglio, del 1912, è lo studio di un bassotto che trotterella a fianco della sua padrona. Balla vi segue lo spostamento delle zampe del cane e dei piedi della donna. L’immagine appare, dunque, in sequenza temporale: ognuna delle sue singole parti corrisponde a momenti consecutivi, solo che noi le vediamo tutte simultaneamente. Il risultato è quasi quello di una fotografia di un soggetto in movimento realizzata con un tempo di esposizione molto lungo. Ne consegue un’immagine “mossa”, con elementi che si compenetrano e si sovrappongono. In quest’opera, il movimento è analizzato soltanto in rapporto all’oggetto ma non coinvolge l’ambiente circostante; infatti, la concezione del dinamismo si basa, nella pittura di Balla, sulla ripetizione ritmica del movimento, studiato in rapporto alla permanenza dell’immagine sulla retina.

Giacomo Balla, Dinamismo di un cane al guinzaglio, 1912. Particolare.
Una bambina

Anche Bambina che corre sul balcone fu dipinto da Giacomo Balla nel 1912. In questa tela di forma quadrata, decise di riprodurre l’immagine di una bambina che sta correndo in un balcone, soggetto che poi diede il titolo al quadro. La medesima figura di una bambina, dipinta interamente e di profilo, è ripetuta più volte, da sinistra verso destra, e occupa l’intera superficie della tela: il busto s’inclina, i piedi e le gambe si alzano e si abbassano ritmicamente.

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Giacomo Balla, Bambina che corre sul balcone, 1912. Olio su tela, 1,25 x 1,25 m. Milano, Museo del Novecento.

Questa sequenza di immagini non si limita a scomporre le fasi del movimento della corsa, perché riesce a sottolinearne il dinamismo. In tal senso, l’opera costituisce un passo avanti rispetto a Dinamismo di un cane al guinzaglio, dove animale e padrona muovono gli arti ma non si spostano, che se camminassero in senso contrario su un tapis roulant. La figura della bimba è frantumata in una miriade di tessere colorate, che ricordano i tasselli di un mosaico. Questa particolare tecnica testimonia che l’artista manteneva ancora un forte legame con l’ambiente del Divisionismo, nell’ambito del quale si era formato in gioventù. Le tinte scelte da Balla sono piuttosto vivaci: predominano, infatti, le tonalità del rosso, del giallo, dell’arancione, del blu e dell’azzurro; quest’ultimo sottolinea i contorni della figura, mentre alcuni tocchi di rosa definiscono il volto e le gambe. Il corpo in movimento si compenetra con la ringhiera del balcone, resa con linee verticali, che contribuisce a sottolineare la bidimensionalità dell’intera composizione.

Giacomo Balla, Bambina che corre sul balcone, 1912.
La rappresentazione futurista del movimento

In queste due opere di Balla emergono con chiarezza due fondamentali tematiche futuriste: la resa del movimento e, più in generale, l’esaltazione della velocità. Sin dall’antica Grecia, gli artisti si erano posti il problema di come rappresentare una figura in movimento. Ovviamente, sia i pittori sia, ancor di più, gli scultori si erano accontentati di presentare un corpo in azione cogliendo un singolo momento del suo svolgimento, scegliendo un gesto, una posizione che avesse l’effetto, come diremmo noi moderni, di una istantanea fotografica. Magistrali, in tal senso, furono i risultati ottenuti nel XVII secolo da Caravaggio in pittura e da Bernini in scultura. Balla, che era molto più interessato al tema del movimento in sé, mostrò grande attenzione ai risultati della recente cronofotografia, d’altra parte egli stesso aveva avuto esperienza come fotografo. La cronofotografia è l’arte di fissare in una sola lastra fotografica le diverse posizioni di un soggetto. Ed è indubbio che i suoi dipinti degli anni 1912 e 1913 si propongono come intelligenti rielaborazioni delle scoperte dal francese Étienne-Jules Marey (1830-1904) in questo campo. In particolare, proprio la Bambina che corre sul balcone e gli studi relativi alla realizzazione dell’opera rimandano alle sequenze di movimento ottenute da Marey nel 1883, quando riprese un uomo in marcia e in corsa.

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Étienne-Jules Marey, Camminando, 1883. Cronofotografia.

Certo, la pittura si serviva di ben altro linguaggio visivo. Marey, che conduceva esperimenti scientifici, fotografò i suoi modelli contro un fondale scuro; al contrario Balla, aggiornando e modernizzando le sue precedenti esperienze divisioniste, volle estendere l’idea del movimento all’intero ambiente circostante, colse la mutevolezza di tale movimento sotto l’effetto della luce, tenne conto della molteplicità dei punti di vista (come avevano insegnato Cézanne e i cubisti) e soprattutto si avvalse della valenza emotiva del colore, che a quell’epoca era ancora preclusa alla fotografia.

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