Nella sua edizione delle Vite, pubblicata nel 1568, Giorgio Vasari dedicò un ampio capitolo allo scultore Donatello. Nel racconto vasariano, l’artista non è solo uno scultore eccellente, ma una figura chiave della rinascita dell’arte moderna, chiamata a misurarsi con l’eredità dell’antico e a superarla.
Per Donatello, Vasari ebbe parole di grande lode.
«E dando opera all’arte del disegno, fu non pure scultore rarissimo e statuario maraviglioso, ma pratico negli stucchi, valente nella prospettiva, e nell’architettura molto stimato. Et ebbono l’opere sue tanta grazia, disegno e bontà, ch’oltre furono tenute più simili all’eccellenti opere degl’antichi Greci e Romani, che quelle di qualunche altro fusse già mai; onde a gran ragione se gli dà grado del primo che mettesse in buono uso l’invenzione delle storie ne’ bassi rilievi».
Vasari qui mette in evidenza la versatilità di Donatello, che fu «rarissimo» nello scolpire il marmo ma anche «pratico» negli stucchi, abile disegnatore e perfino architetto, benché non si conoscano edifici progettati da lui. Tutto questo lo rendeva meritevole di essere paragonato agli antichi. Nel lessico di Vasari, infatti, l’aggettivo «rarissimo» non indica soltanto un’eccellenza tecnica, ma una condizione di eccezionalità storica. Donatello era un artista capace di riunire in sé qualità che raramente si trovano insieme e che, proprio per questo, diventava un punto di riferimento per tutti gli altri.
L’insistenza con cui Vasari ritorna dul tema della versatilità non è casuale: per lo studioso, la grandezza di un artista si misurava anche nella capacità di padroneggiare più tecniche e discipline, secondo un ideale umanistico che vedeva nell’arte un sapere complesso e unitario.
Vasari rinnovò questo giudizio commentando il Monumento equestre al Gattamelata, laddove osserva che:
«dimostrossi Donato tanto mirabile nella grandezza del getto in proporzioni et in bontà, che veramente si può aguagliare a ogni antico artefice, in movenza, disegno, arte, proporzione e diligenza».
Donatello era ancor più degno di lode se si considera che ai suoi tempi i modelli classici di riferimento erano davvero pochissimi. Vasari sottolinea così che l’arte di Donatello si sviluppò in un momento in cui il confronto diretto con l’antico era ancora limitato, rendendo la sua capacità di “inventare” forme nuove tanto più straordinaria.
«Insomma Donato fu tale e tanto mirabile in ogni azzione, che e’ si può dire che in pratica, in giudizio et in sapere, sia stato de’ primi a illustrare l’arte della scultura e del buon disegno ne’ moderni; e tanto più merita commendazione, quanto nel tempo suo le antichità non erano scoperte sopra la terra, dalle colonne, i pili e gli archi trionfali in fuora».
Vasari ebbe parole di gran lode anche per il San Giorgio, alcune delle quali davvero emblematiche. In questo passo emerge uno dei temi centrali della riflessione vasariana: la capacità dell’artista di infondere vita e movimento alla materia inerte.
«All’Arte de’ Corazzai fece una figura di S. Giorgio armato, vivissima; nella testa della quale si conosce la bellezza nella gioventù, l’animo et il valore nelle armi, una vivacità fieramente terribile et un maraviglioso gesto di muoversi dentro a quel sasso. E certo nelle figure moderne non s’è veduta ancora tanta vivacità, né tanto spirito in marmo, quanto la natura e l’arte operò con la mano di Donato in questa».
Il meraviglioso gesto «di muoversi dentro a quel sasso» indica che, secondo Vasari, san Giorgio pare vivo, e non di pietra.
D’altro canto, quest’ansia degli artisti rinascimentali di dar vita alle proprie opere è ben testimoniata da un aneddoto, forse inventato, secondo il quale Donatello parlava al suo Abacuc mentre lo scolpiva: «mentre che lo lavorava, guardandolo tuttavia gli diceva: “Favella, favella, che ti venga il cacasangue!”» come a dire, in modo poco elegante, “parla, ti venisse la dissenteria”. Attraverso questi aneddoti, Vasari costruisce l’immagine di un artista che misura il valore della propria opera sulla capacità di renderla viva, presente, quasi parlante. Un aneddoto simile è ricordato anche per Michelangelo, che avrebbe preso a martellate il suo Mosè colpevole di tacere.
È sempre da Vasari che veniamo a conoscenza dell’episodio dei due crocifissi, quello di Donatello nella Basilica di Santa Croce e quello di Brunelleschi nella Basilica di Santa Maria Novella:
«fece con straordinaria fatica un Crucifisso di legno, il quale quando ebbe finito, parendogli aver fatto una cosa rarissima, lo mostrò a Filippo di ser Brunellesco suo amicissimo, per averne il parere suo; il quale Filippo, che per le parole di Donato aspettava di vedere molto miglior cosa, come lo vide sorrise alquanto. Il che vedendo Donato, lo pregò, per quanta amicizia era fra loro, che gliene dicesse il parer suo; per che Filippo, che liberalissimo era, rispose che gli pareva che egli avesse messo in croce un contadino e non un corpo simile a Gesù Cristo, il quale fu delicatissimo, et in tutte le parti il più perfetto uomo che nascesse già mai. Udendosi mordere Donato, e più a dentro che non pensava, dove sperava essere lodato, rispose: “Se così facile fusse fare come giudicare, il mio Cristo ti parrebbe Cristo, e non un contadino: però piglia del legno e pruova a farne uno ancor tu”».
Alcuni mesi dopo, realizzato il Crocifisso in gran segreto, Brunelleschi invitò Donatello a pranzo e gli chiese di precederlo a casa sua con la spesa.
«Entrato dunque Donato in casa, giunto che fu in terreno, vide il Crucifisso di Filippo a un buon lume, e fermatosi a considerarlo, lo trovò così perfettamente finito, che vinto e tutto pieno di stupore, come fuor di sé, aperse le mani che tenevano il grembiule. Onde cascatogli l’uova, il formaggio e l’altre robe tutte, si versò e fracassò ogni cosa». E a Filippo, appena sopraggiunto, riconobbe: «a te è conceduto fare i Cristi, et a me i contadini».
Anche in questo celebre episodio, Vasari non si limita a raccontare una rivalità tra artisti, ma definisce due diversi modi di intendere l’arte, fondati sulla verità del corpo, sull’osservazione della natura e sulla competizione come motore del progresso artistico.
Alcuni mesi dopo, realizzato il Crocifisso in gran segreto, Brunelleschi invitò Donatello a pranzo e gli chiese di precederlo a casa sua con la spesa.
Sono entrambi due Crocifissi bellissimi, opere di due credenti nella crocifissione di Gesù. Quello di Filippo pare addirittura l’ abbia scolpito ignudo, come si legge nel Vangelo che giunto sul Golgota lo spogliarono e crocifissero ignudo come ogni schiavo.