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Le donne di Ingres
Una bellezza femminile senza tempo.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Neoclassicismo e Romanticismo – Data: Marzo 11, 2020 1 commento 7 minuti
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Jean-Auguste-Dominique Ingres (1780-1867) fu tra i più importanti pittori del Neoclassicismo; di più, egli rimase il più autorevole rappresentante della stagione neoclassica dopo che questa si era sostanzialmente conclusa, dunque in piena età romantica. Con la Restaurazione, infatti, il Neoclassicismo, che aveva legato le sue sorti all’epopea napoleonica, tramontò. E ciò avvenne a tutto vantaggio del Romanticismo, che poté vivere il suo tanto atteso momento di gloria. In tale contesto, pochi furono gli artisti capaci di difendere con sufficiente autorevolezza il credo neoclassico. Tra questi, si distinse proprio Ingres, l’allievo prediletto di David, di tutti quanti i suoi studenti di certo il più bravo e il più ribelle.

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La bagnante di Valpinçon

Nel 1806, Ingres partì per Roma. Avrebbe vissuto in Italia, a più riprese, per oltre trent’anni. Durante il primo soggiorno romano (1806-24), il classicismo dell’artista francese trovò un modello insuperato nella pittura di Raffaello e dei manieristi italiani, esprimendosi in opere di grande equilibrio compositivo, come La bagnante di Valpinçon del 1808.

Jean-Auguste-Dominique Ingres, La bagnante di Valpinçon, 1808. Olio su tela, 146 x 97 cm. Parigi, Musée du Louvre.

L’opera mostra una donna seduta mentre si appresta a calarsi in una vasca. Ben poco dello spazio intorno ci spiega quale sia il soggetto del quadro: solo il tondino a bocca di leone, da cui sgorga uno zampillo d’acqua, e la luce fredda riflessa dalla vasca piena, che s’intravede dietro la tenda, denunciano che la donna si trova in una stanza da bagno.

Jean-Auguste-Dominique Ingres, La bagnante di Valpinçon, 1808. Particolare.

Vista di spalle, ella è ferma, come sospesa (ma non bloccata) in una statuaria immobilità. Sembra consapevole che gli occhi dello spettatore stanno scorrendo sulla sua schiena, sino a scivolare sulle cosce, le caviglie, i piedi. La sua integrale nudità è appena protetta dalla veste che, avvolta attorno al gomito, verosimilmente le copre ancora il ventre. La sua sensualità è perfino esaltata dal pudore di quel gesto, memore certamente delle “Afroditi pudiche” dell’Ellenismo. In fondo, non ha un bel corpo, la bagnante, almeno non secondo i canoni classici: la sua schiena è troppo larga, i fianchi troppo espansi, le gambe troppo sottili: ma quel fisico ampio e dilatato serve al pittore quasi da schermo per la luce solare, che proviene da sinistra e, riflessa dal candore del lenzuolo, scivola come una carezza sulla pelle di alabastro.

Jean-Auguste-Dominique Ingres, La bagnante di Valpinçon, 1808. Particolare.

La grande odalisca

Un altro celebre nudo femminile di Ingres è La grande odalisca, dipinta nel 1814. Si tratta della donna di un harem, con i capelli raccolti in un turbante e sensualmente adagiata sui morbidi tessuti di un letto.

Jean-Auguste-Dominique Ingres, La grande odalisca, 1814. Olio su tela, 91 x 162 cm. Parigi, Musée du Louvre.

Quest’opera è la prima incursione di Ingres nel genere dell’orientalismo, che la pittura francese del suo tempo aveva considerato solo per rappresentare i musulmani travolti dalla cavalleria di Bonaparte. In una controllatissima e studiata composizione, la figura è appena contenuta nel perimetro della tela, che ne tocca la testa, il gomito, il piede, e si allunga sinuosa lungo la diagonale del rettangolo.

Jean-Auguste-Dominique Ingres, La grande odalisca, 1814. Particolare.

Scandalizzati dal corpo molle e sensuale della Grande odalisca, apparentemente privo di tendini e muscoli, i contemporanei accusarono Ingres di aver adottato una pittura priva di volume e di profondità, caratterizzata da una stesura cromatica debole e piatta e da una sostanziale mancanza di naturalismo. I critici cercarono persino di calcolare il numero di vertebre della donna, concludendo che il lunghissimo busto avrebbe dovuto contenerne tre in più del normale.

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Ingres, insomma, fu considerato come una sorta di “ribelle” dai neoclassici più ortodossi, perché si rifiutava di attenersi scrupolosamente alle regole definite e corrette dell’accademia e si ostinava ad attribuire più importanza ai valori lineari e di superficie che agli effetti volumetrici. Il suo credo classicista, tuttavia, non fu mai messo in discussione; d’altro canto, egli fu esplicito nell’affermare che «l’arte dev’essere solo bellezza e deve insegnare solo la bellezza».

Jean-Auguste-Dominique Ingres, La grande odalisca, 1814. Particolare.

Il bagno turco

Nel 1841, Ingres tornò a vivere a Parigi, dove fu accolto in modo trionfale ricevendo importanti commissioni; tuttavia, già nel 1849, una malattia agli occhi lo costrinse a ridurre la mole di lavoro e a ricorrere sempre più spesso all’aiuto di collaboratori. Ma oramai era ricercatissimo fra borghesi e aristocratici che facevano a gara per avere un suo ritratto. Ingres era diventato, insomma, una sorta di monumento della pittura francese. Basti pensare che nel 1855, all’Esposizione Universale di Parigi, vennero scelte ben quarantatré sue opere.

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Certo, i tempi erano assai cambiati da quando Ingres aveva realizzato le sue prime bagnanti e odalische; però nessuno, nemmeno tra i giovani pittori più trasgressivi, si sognò mai di mancare di rispetto al grande maestro neoclassico. Nel 1862, l’artista ormai vecchio dipinse Il bagno turco, l’ultimo capolavoro che la critica considera una somma delle sue esperienze pittoriche precedenti e una sorta di testamento spirituale.

Jean-Auguste-Dominique Ingres, Il bagno turco, 1862. Olio su tela, diametro 1,05 m. Parigi, Musée du Louvre.

Il soggetto di questo dipinto è ispirato alle lettere di Lady Mary Wortley Montagu, ambasciatrice d’Inghilterra nel Regno ottomano, che nel 1805 erano state pubblicate in edizione francese con le descrizioni degli harem orientali. Un gruppo di donne, completamente nude e mollemente abbandonate su cuscini e tappeti, si gode il piacere di una sauna, in un ambiente che facilmente identifichiamo con un bagno turco, da cui il titolo del quadro.

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Il singolarissimo taglio circolare, un tempo destinato alle Madonne e alle Sacre Famiglie, evoca di fatto la forma di uno spioncino e ha il palese intento di scatenare nell’osservatore una componente voyeuristica. La tela venne acquistata dall’imperatore Napoleone III ma fu in seguito restituita al pittore per le proteste della moglie Clotilde, scandalizzata dalla sensualità e dall’erotismo di quei nudi femminili. In effetti, questo dipinto ospita il pantheon delle “dee” alle quali l’artista consacrò tante delle sue opere. Ritroviamo la bagnante di Valpinçon, già riproposta nel 1828 come Piccola bagnante e qui di nuovo presentata nella figura di suonatrice posta di schiena in primo piano.

Jean-Auguste-Dominique Ingres, Il bagno turco, 1862. Particolare.

Questo ripetersi dei medesimi soggetti non deve stupire: Ingres amava riproporre i temi del suo repertorio in nome di una continua e ossessiva ricerca di ordine formale. Egli ripresentò più volte figure, immagini, particolari nei suoi dipinti, convinto che in pittura, come nella musica, la nuova esecuzione di un “pezzo” era legittima, in quanto suscettibile di sempre maggiore perfezione. Il soggetto di un quadro non lo interessava in sé stesso: egli concepiva l’arte come pura forma. I nudi femminili di Ingres non ritraggono, dunque, una stessa donna nella medesima posa, quanto piuttosto lo stesso ideale formale di donna.


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  1. Di Ingres apprezzo la resa della materia, che pone la differenza fra gli oggetti e la materia vivente, trattando egli con pari attenzione epidermidi dorate, morbidi tessuti, lucenti ceramiche. Cromatismo tonale ed atmosfera senza tempo, anticipano l’estetismo di una realtà non ritratta, bensì ricreata nella composizione pittorica, dove ogni forma vive in un perfetto equilibrio armonico, superando le durezze tecniche e la retorica del suo Maestro per aprire la strada alla ricerca di un equilibrio interiore.

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