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Le donne di Raffaello
Mogli, madri, amanti nella pittura del grande artista rinascimentale.
By Giuseppe Nifosì Posted in L’età rinascimentale: il Cinquecento on Marzo 5, 2019 0 Comments 10 min read
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Il pittore Raffaello Sanzio (1483-1520), uno dei più celebrati artisti del Rinascimento italiano, è oggi normalmente conosciuto per le sue meravigliose Madonne con Bambino. Nel Cinquecento, tuttavia, egli fu particolarmente apprezzato anche per i suoi ritratti. Raffaello, infatti, si distinse non solo per la straordinaria abilità nella resa realistica dei dettagli ma anche, e soprattutto, per la sua capacità di analizzare il carattere individuale dei personaggi. Pochi artisti, non solo del Rinascimento ma di tutta la storia dell’arte, seppero, al suo pari, rendere così “vivi” i protagonisti dei propri ritratti, di cui sono colte perfino le sfumature del carattere. Signori e dame, nobili e popolani creano con lo spettatore una sorta di dialogo, tutto impostato sui reciproci sguardi. Molti ritratti di Raffaello sono dedicati alle donne, la cui femminilità è indagata con sensibilità vivissima.

La Dama con il liocorno

Fu a Firenze che Raffaello ebbe l’occasione di conquistare la sua fama di ritrattista. Qui dipinse, probabilmente, la Dama con il liocorno (o con l’unicorno), intorno al 1505. L’opera è così chiamata perché la donna ritratta tiene fra le braccia un piccolo unicorno, simbolo di purezza virginale. Le radiografie eseguite sul dipinto hanno tuttavia evidenziato che in origine l’animale era un cagnolino, simbolo di fedeltà coniugale. La delicata fanciulla era quindi una giovane sposa, la cui identità non è stata tuttavia ancora scoperta.

Raffaello Sanzio, Dama con il liocorno, 1505-1506. Olio su tavola, 65 x 51 cm. Roma, Galleria Borghese.

L’elegante vestito scollato, dalle grandi maniche estraibili allacciate, il piccolo diadema sulla fronte, la catena d’oro annodata, con il vistoso pendente che accoglie un rubino e una perla a goccia, indicano chiaramente che si tratta di una aristocratica. La ragazza, presentata a mezza figura, è seduta, con il busto ruotato di tre quarti verso sinistra e il viso rivolto frontalmente all’osservatore. Alle sue spalle si nota una sorta di parapetto con colonne, oltre il quale si intravede metà un paesaggio lacustre sullo sfondo.

Raffaello Sanzio, Ritratto di giovane donna, 1505. Inchiostro nero su carta, 22 x 16 cm. Parigi, Musée du Louvre.

Di quest’opera conserviamo il disegno preparatorio, raffigurante il soggetto originale, in cui la donna non tiene alcun animale ma presenta le braccia incrociate sul busto in primo piano. È palese la derivazione del soggetto e dell’impianto compositivo dalla Gioconda di Leonardo cui, secondo le fonti, il maestro di Vinci stava lavorando in quegli anni e che il giovane Raffaello ebbe chiaramente modo di vedere e di copiare.

Leonardo da Vinci, Ritratto di Lisa Gherardini, noto come Gioconda, 1503-10 o 1513-19. Olio su tavola, 77 x 53 cm. Parigi, Musée du Louvre.
Maddalena Strozzi

Dopo il 1504, sempre a Firenze, Agnolo Doni, ricco e facoltoso mercante, commissionò a Raffaello un doppio ritratto per celebrare le sue nozze già avvenute con Maddalena Strozzi, chiedendogli di raffigurare lui e la sua giovane sposa. Questi due ritratti sarebbero diventati i prototipi della nuova ritrattistica cinquecentesca.

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Raffaello Sanzio, Ritratto di Maddalena Strozzi, 1506 ca. Olio su tavola, 63 x 45 cm. Firenze, Palazzo Pitti.

Maddalena ha l’espressione fiera della giovane sposa che ha fatto il matrimonio giusto e mostra la piena consapevolezza del proprio ruolo sociale, ostentando un elegante abito di seta e broccato e magnifici gioielli: anelli con pietre preziose e al collo un preziosissimo ciondolo ornato da un rubino, uno smeraldo, uno zaffiro e una grande perla a goccia. La scelta delle pietre ha un suo preciso significato: lo smeraldo infatti è simbolo di castità, il rubino di forza, lo zaffiro di purezza, la perla di integrità morale, tutte doti che si presupporrebbero proprie di una moglie. Anche in questo caso, lo schema compositivo deriva palesemente da quello della Gioconda. Come la Monna Lisa, infatti, Maddalena è rappresentata a mezzo busto, di tre quarti, con le mani appoggiate al bordo inferiore del quadro, concepito come il davanzale di un’ideale finestra. Ma se Leonardo da Vinci aveva mostrato i “moti dell’animo” della sua Monna Lisa, qui Raffaello volle coniugare una resa psicologica magistrale con una profonda attenzione alla moda e ai suoi mutamenti, necessaria per esprimere tutta la dignità umana e sociale del soggetto rappresentato.

La Gravida

Il ritratto di donna noto come La Gravida fu dipinto fra il 1505 e il 1506, verosimilmente a Firenze. Nonostante siano state formulate alcune ipotesi, ad oggi la sua identità non è stata riconosciuta con certezza.

Raffaello Sanzio, La gravida, 1505-1506. Olio su tavola, 66 x 52 cm. Firenze, Galleria Palatina.

La dama, non più giovanissima, è ritratta a mezza figura su sfondo scuro. Seduta presso un invisibile parapetto, sul quale appoggia il braccio destro, porta la mano sinistra sul ventre gonfio, che sembra indicare uno stato di gravidanza avanzato. È vero, tuttavia, che le sue forme potrebbero essere semplicemente quelle di una donna in carne. Mirabile il dettaglio delle dita che muovono leggermente la stoffa plissettata della veste. Nella mano destra, la signora tiene un fazzoletto e, all’apparenza, anche un piccolo libro rilegato in cuoio. Il busto è ruotato di tre quarti verso destra e gli occhi sono puntati direttamente verso lo spettatore, con il quale la donna sembra voler stabilire un contatto psicologico. Il vestito, scollato con bordature in velluto e ampie maniche staccabili rosse, ricorda quello della Dama con il liocorno. Una catena d’oro elaborata pende dal suo collo, infilandosi nello scollo assieme al suo pendente, che quindi non viene mostrato.

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La Muta

Durante gli anni del suo soggiorno fiorentino, Raffaello realizzò altri ritratti. La Muta, dipinta dall’urbinate intorno al 1507, comunque prima del suo trasferimento a Roma, è considerata uno dei suoi più intensi ritratti femminili. Le fonti e i documenti non hanno aiutato a fare chiarezza né intorno all’identità della donna, che potrebbe essere sia fiorentina sia urbinate, né sulle circostanze della commissione. È stato tuttavia proposto il nome di Giovanna da Montefeltro, terzogenita di Federico, andata in sposa a Giovanni della Rovere.

Raffaello Sanzio, La Muta, 1507. Olio su tavola, 64 x 48 cm. Urbino, Galleria Nazionale delle Marche.

La donna è ritratta a mezza figura, leggermente di tre quarti verso la sua destra: una posa ancora una volta ispirata a quella della Gioconda di Leonardo, rispetto alla quale la signora di Raffaello appoggia le mani sul bordo inferiore del quadro, come se si trattasse di un ideale parapetto. La signora, che non è più una ragazza, indossa un abito di panno verde con bande di velluto rosso; le maniche, allacciate al bustino con nastri rossi, lasciano fuoriuscire lo sbuffo della camicia bianca di lino. Al collo porta una sobria catena d’oro con una croce. Le dita delle mani aristocratiche sono ornate da anelli con gemme: un rubino all’anulare sinistro (simbolo di forza), uno zaffiro dell’indice sinistro (simbolo di purezza). Il colore scuro della veste e l’espressione triste della dama farebbero pensare a una sua condizione di vedovanza.

Il quadro ha destato da sempre l’ammirazione di tutti, soprattutto per la straordinaria, vivissima espressione della donna, intensamente malinconica e nostalgica, che sembra voler parlare ma tiene la bocca chiusa, come a non volere, o non potere, esternare un dolore segreto: da qui, il nome “Muta” con cui è universalmente conosciuta.

La Velata e La Fornarina

Raffaello amò profondamente le donne, nell’arte come nella vita. Vasari racconta che morì prematuramente per aver troppo amato, e così dicendo si riferiva alla sua vita privata giudicata disordinata, o «fuor di modo». Egli fu sempre accompagnato dalla fama di rubacuori e, secondo le leggende romane, divenne l’amante di splendide donne, che posarono per lui nelle vesti di Madonne e sante, ninfe e divinità olimpiche. La più famosa, e misteriosa, fra le donne di Raffaello fu Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere (e per questo motivo chiamata Fornarina), che secondo il Vasari «Raffaello amò fino alla morte», scegliendola per modella (per la Galatea, la Madonna Sistina) e ritraendola in due famosi dipinti: La Velata e La Fornarina.

Raffaello Sanzio, La Velata, 1516 ca. Olio su tavola, 85 x 64 cm. Firenze, Galleria Palatina.

La Velata, dipinta a Roma tra il 1512 e il 1518, presenta la giovane donna mostrandola a mezza figura, voltata di tre quarti verso sinistra. Il capo velato, che dà il titolo all’opera, rimanda all’iconografia tradizionale della Vergine. Anche la mano destra portata al petto indica devozione religiosa. Raffaello scelse dunque di idealizzare l’immagine della donna amata, riconducendola a una dimensione puramente spirituale. Concretissimo e sontuosamente terreno è invece il ricco abito della ragazza dalle maniche rigonfie, che creano pieghe e gorghi di panneggio, rilucendo nelle molte sfumature del bianco. Mirabile è anche il particolare di un’impalpabile ciocca di capelli sfuggita, sulla fronte, alla composta pettinatura.

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Raffaello Sanzio, La Fornarina, 1518-19. Olio su tavola, 85 x 60 cm. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica.

La Fornarina, databile 1518-19, è ritratta di tre quarti verso sinistra a seno nudo, appena coperta da un velo trasparente che regge al petto con la mano destra e da un manto rosso steso sulle gambe. In testa porta un turbante di seta dorata a righe verdi e azzurre, annodato tra i capelli. Il bracciale con la firma dell’artista, RAPHAEL VRBINAS, che la donna porta sul braccio sarebbe il suggello, la ratifica del loro amore. Secondo la tradizione, l’artista conservò questo dipinto nel suo studio, fino alla morte, e la critica non esclude vi abbia messo mano – per completarlo – anche Giulio Romano, allievo di Raffaello.

Non è affatto sicuro che la Velata e la Fornarina ritraggano la stessa persona (benché la critica sia incline a riconoscervi la medesima modella) e nemmeno che le due immagini omaggino la donna veramente l’amata da Raffaello (tanti lo escludono, considerando questa love-story solo frutto di una gentile leggenda). I quadri potrebbero, alla fine, essere delle generiche immagini femminili, non identificabili: figure di donne tanto belle quanto morigerate o sensuali, in cui possiamo riconoscere la Venere celeste (capace di elevare lo spirito umano) o la Venere terrestre (forza generatrice della natura), oppure, su un piano meno filosofico, un modello desiderabile e desiderato di moglie devota o di amante appassionata. Certo, gli spiriti romantici potranno pure continuare a immaginare la scena di un Raffaello innamorato, intento a ritrarre la sua adorata Fornarina. w

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