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L’eleganza della stilizzazione
I volti cicladici e le sculture di Brâncus͕i a confronto.
By Giuseppe Nifosì Posted in Arte Ieri Oggi on Novembre 12, 2018 0 Comments 4 min read
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Migliaia di anni fa, nell’Arcipelago delle Cicladi, nel Mar Egeo (la parte orientale del Mediterraneo), si affermò una civiltà detta, appunto, cicladica. Fu ricca, di marmo, di rame, di ossidiana; fu fiorente e pacifica. Poi sparì, quasi senza lasciare traccia. Ce ne restano, a ricordo, alcuni misteriosi idoletti, realizzati con un linguaggio talmente arcaico, remoto e astruso da risultare magnetico. Statuette, dicevamo, caratterizzate da pochi e significativi elementi, molto stilizzate eppure immediate, efficacissime. Il loro scopo sembra essere quello di proiettare il mondo divino nel mondo terreno e dunque di confondere l’immagine del dio con quella umana. Un dio che è uomo senza esserlo, un uomo che vorrebbe essere dio senza diventarlo.

A cosa servissero queste sculturine, quindi, non sappiamo: a proteggere i defunti, probabilmente, e accompagnarli nell’aldilà. Donne nude con le mani sul ventre, musicisti, cacciatori e guerrieri, eretti e severi. Le loro figure sono trattate come composizioni di forme geometriche, le diverse parti anatomiche appaiono ridotte a volumi semplici. I volti, privi di occhi e bocca e dotati solo di un lungo naso, rimandano a forme triangolari, rettangolari oppure ovali; le braccia, senza mani, sono incise nel busto o quasi prive di spessore; i corpi, completamente nudi, sono idealmente racchiusi in volumi cilindrici.

Testa di idolo femminile, 2700-2500 a.C. Marmo, altezza 25.3 cm. New York, Metropolitan Museum of Art.
Rappresentare il divino

Non sono riproduzioni fedeli della figura umana, e questo balza agli occhi. Anime, spettri, spiriti più che umani, essi mostrano il corpo e il volto dell’uomo (ma soprattutto della donna) in modo minimale. Sono il risultato di un estremo processo di semplificazione della forma. All’artista cicladico non interessò affatto perseguire una verosimiglianza e una espressività capaci di donare alle sculture un alito di umanità, soffermandosi sullo sguardo o sulle pieghe della bocca o altri dettagli, appunto, verosimili. L’artista cicladico volle andare oltre la dimensione puramente visiva, smaterializzando il volto e il corpo, snaturandoli per così dire, lasciando il minimo indispensabile per riconoscere un volto e un corpo, nel convincimento di poter, per questo tramite, esprimere l’immagine inimmaginabile del divino. Secondo la mentalità cicladica, il divino è all’essenza di tutto e quindi va raffigurato in modo essenziale. Ciò rende le sculture cicladiche, che sono così antiche, di una modernità incomparabile e come tali perennemente attuali, dunque eterne.

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La ricerca di Constantin Brâncusi

Ricerche artistiche del tutto analoghe a quelle degli scultori cicladici sono state messe in opera a più riprese, in particolare negli ultimi due secoli. Consideriamo, per esempio, il lavoro di un grande maestro del Novecento, lo scultore rumeno Constantin Brâncuși (1876-1957), artista d’avanguardia, esponente di spicco, nei primi anni del XX secolo, della cosiddetta Scuola di Parigi. Brâncuși operò sempre seguendo un rigoroso processo di semplificazione della forma, al fine di ottenere immagini essenziali, capaci non solo di valorizzare la pura bellezza della materia ma di fornire un volto al “Mistero”. L’artista rumeno amò le forme solide elementari: l’uovo, la sfera, il cubo, i prismi, che ottenne lavorando materie semplici e nobili, come il legno, la pietra, il marmo, il bronzo, l’ottone.

Uno dei soggetti ricorrenti nella sua arte fu la Musa, divinità antica che ispirava i poeti e gli artisti, di cui volle mostrare soprattutto il volto, muto ed enigmatico, perfetto nella sua geometria appena intaccata da cenni di tratti somatici. E spesso immaginò, non a caso, che le sue Muse fossero anche addormentate, giacché il sonno, come lo stato di trance, consente di entrare nella dimensione del sogno, dell’allucinazione e dunque di accedere al Mistero.

Constantin Brâncuși, Musa, 1912. Marmo, 45 x 23 x 17 cm. New York, Solomon R. Guggenheim Museum.

I volti delle Muse di Brâncuși sono, al pari di quelli cicladici, quasi astratti ma tutt’altro che astratti. «Folli sono quelli che considerano le mie sculture astratte» disse una volta lo scultore. «Ciò che essi credono essere astratto è quanto vi è di più reale, [perché mostra] l’essenza dei fenomeni». secondo Brâncuși, d’altro canto, «è impossibile per chiunque esprimere qualcosa di reale imitando la superficie esteriore delle cose». Probabilmente proprio ciò che forse avrebbe detto, 5000 anni fa, anche un artista delle Cicladi.

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