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Elogio dell’imperfezione. Quando il brutto è anche bello
Cos’è la bellezza?
By Giuseppe Nifosì Posted in Idee e provocazioni dell'arte on Ottobre 16, 2018 0 Comments 6 min read
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Cos’è la bellezza? È una domanda complessa alla quale filosofi, intellettuali, artisti, poeti, teologi di tutti i tempi hanno tentato di dare una riposta. Non è possibile in poche righe sintetizzare il pensiero espresso in millenni, possiamo però concederci una breve riflessione. La risposta più spontanea a questa domanda, frutto di una educazione culturale durata secoli, ci porterebbe a identificare immediatamente la bellezza con quanto appaga il nostro gusto estetico, con ciò che giudichiamo gradevole, armonioso, proporzionato, equilibrato; con ciò che suscita in noi sensazioni piacevoli, che ci rasserena. Ciò che è bello è anche buono, così ci ha insegnato la cultura classica.

Prendiamo l’esempio dei Bronzi di Riace, che sono giustamente diventati delle statue-simbolo, l’espressione più esemplare del concetto di bellezza sviluppatosi in Grecia. La bellezza maschile, nella mentalità greca, si identificava completamente con l’armonia di un corpo muscoloso: l’avvenenza di un uomo era determinata dal possesso di un fisico atletico, capace di esprimere forza, vigore e salute. La perfezione di un tale corpo era uno strumento per rappresentare plasticamente l’essenza più alta, l’umanità più profonda dell’uomo. Nella rappresentazione classica del nudo risiedeva anche un’ispirazione essenzialmente religiosa: l’immagine di un corpo perfetto era certamente la più gradita agli dèi, e in quella essi si riconoscevano. Così, gli atleti e i guerrieri dotati di corpi perfetti erano privilegiati, in quanto vicini alla divinità e dunque superiori agli altri.

Agelada, Tideo (Guerriero di Riace, Bronzo A), 455 a.C. ca. Bronzo, altezza 1,98 m.
Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale.
Alcamene, Anfiarao (Guerriero di Riace, Bronzo B), 455 a.C. ca. Bronzo, altezza 1,98 m.
Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale.

Secondo tale concezione, il brutto è l’antitesi del bello, in quanto emblema di disarmonia. Il brutto è quindi il risultato di una mancanza, di una alterazione o addirittura di una deviazione. Se però svincoliamo l’idea di bellezza dall’estetica classicistica, queste categorie saltano. Per esempio: ci può essere bellezza nel dolore, nella sofferenza, nella morte? Secondo il sentire cristiano, sì: perché l’imperfezione è propria della dimensione umana, così come il dolore è insito nella vita di ciascuno di noi.

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Il cristianesimo ha proposto una diversa dimensione etica della bellezza, riconducendola alla sfera della verità. Cristo fu spesso rappresentato nel momento massimo della sua umiliazione. Inchiodato alla croce, piagato e sanguinante, egli appare certamente deforme; ma quella sua deformità esteriore sa magnificamente esprimere l’interiore bellezza del suo sacrificio. I romantici hanno identificato la bellezza con il “sublime” e sostenuto che è bello soprattutto ciò che sa emozionare e perfino turbare. Lo spettacolo sconvolgente della natura, pensiamo a un mare in tempesta, non è detto sia propriamente bello, in senso estetico almeno, ma coinvolge e quindi piace. Anche di questa idea romantica del bello noi siamo debitori: anzi, per certi versi la nostra modernità relativista è molto incline a legare la bellezza alla soggettività del sentimento.

Mathias Grünewald, Polittico di Isenheim, 1512-15. Olio su tavola, intero 2,69 x 3,07 m.
Colmar (Francia), Musée d’Unterlinden.

Nel corso del Novecento, a partire dall’Espressionismo, si è sviluppata una vera e propria estetica del brutto, di cui è stato esaltato il valore artistico sia in chiave etica sia in chiave emozionale. Alcuni artisti hanno aggredito (metaforicamente) il pubblico proponendo la rappresentazione di una bruttezza che s’identifica con il male, e questo per denunciare le storture di una società che consideravano ipocrita, corrotta e degradata. Oppure, attraverso la bruttezza, hanno dato un volto terribile alla propria paura di vivere e alla propria angoscia, hanno voluto sondare, attraverso la sgradevolezza di immagini imperfette, i propri limiti, le proprie umanissime fragilità. Così facendo, essi hanno riconosciuto, implicitamente, la tradizionale equazione di “bello = bene”: ma solo rinunciando alla rappresentazione del bello classico potevano mostrare a tutti che l’uomo contemporaneo aveva perso la sua primigenia virtù. Ovviamente, tali artisti non hanno mai percepito le proprie opere come “brutte”, pur nella consapevolezza di non aver rispettato per nulla i canoni estetici tradizionali.

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Arnold Schönberg, Lo sguardo rosso, 1910. Olio su cartone, 32 x 24,6 cm.
Monaco, Städtische Galerie im Lenbachhaus.

Oggi, una nuova sensibilità porta alcuni pittori, scultori e fotografi a indagare con nuovo spirito i temi della percezione della bellezza e della “controestetica” del corpo. Le immagini televisive delle Paralimpiadi ci portano a guardare atleti che un tempo erano chiamati “disabili” (e che in età classica sarebbero stati considerati dei mostri) come campioni capaci di compiere gesti eroici, degni della nostra più profonda e convinta ammirazione. Nuotatori paraplegici o senza braccia, corridori o ciclisti senza gambe, calciatori o pentatleti ciechi, tennisti in sedia a rotelle potrebbero definirsi imperfetti, mancando di alcune parti, ma non per questo ci appaiono meno belli.

Scrisse il poeta greco Pindaro (518-438 a.C.), cantando le imprese di un atleta: «era bello alla vista, la bellezza confermò sul campo». Perfino in Grecia la bellezza doveva suggerire capacità di azione e se gli atleti vincevano la loro bellezza era ancora più apprezzata. Noi oggi siamo in grado di ribaltare questo giudizio, riconoscendo la bellezza anche nell’imperfezione, che non solo è (finalmente) accettata in quanto parte della vita ma che si riscatta eroicamente, che diventa il manifesto della tenacia, della volontà, dell’impegno e del sacrificio.

Atleti paralimpici, Paralimpiadi di Rio, 2016.

Lo scultore britannico Marc Quinn (1964) si è imposto alla ribalta internazionale con opere che raccontano il coraggio di convivere con la disabilità, la lotta per la vita, la difesa della propria dignità, la fatica quotidiana. Nel 2005, l’artista ha scolpito l’opera che lo ha reso più famoso: Alison Lapper incinta, una statua in marmo di quindici tonnellate inizialmente esposta (fino al 2007) in Trafalgar Square, a Londra, e successivamente ospitata per lunghi periodi in altre città, tra cui anche Verona. Alison Lapper è un’amica dell’artista, nata senza braccia e praticamente senza gambe a causa di una malformazione genetica. Abbandonata subito dopo la nascita, questa donna non ama commentare la scelta di sua madre: «Le dissero che non sarei vissuta più di una ventina di giorni, le dissero di lasciarmi in ospedale, e così fece». Invece è sopravvissuta e diventata adulta. Non volendosi arrendere alla sciagura, Alison ha preteso per sé una vita normale, una famiglia, l’esperienza della maternità. E, con notevole coraggio, è riuscita a ottenere tutto questo: rimasta incinta («Non sono la nuova Immacolata Concezione, ho fatto come fanno tutte le donne, perché è davvero stupido non capire che anche in un corpo diverso la sessualità è uguale», ha scritto), ha avuto un bambino perfettamente sano. La scultura di Alison Lapper incinta è dunque un monumento all’eroismo femminile, all’amore che tutto vince, alla maternità che non si arrende. Un esempio per tutti.

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Marc Quinn, Alison Lapper incinta, 2005. Marmo, 3,55 x 1,80 x 2,60 m.
Installazione a Trafalgar Square, Londra (2005-2007).

 

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