I generi artistici, o “generi iconografici”, sono categorie specifiche nelle quali vengono ricondotte le opere d’arte di pittura e di scultura in base ai loro contenuti. Una prima importante formulazione dei principali generi artistici risale al 1667 ed è opera di André Félibien, storiografo, architetto e teorico francese. Félibien non solo propose un loro elenco ma ne stabilì anche una gerarchia, certamente non secondo il suo arbitrio ma tenendo conto di una secolare e consolidata tradizione di gusto e di giudizio.

Scrisse infatti lo studioso: «Chi fa un paesaggio perfetto è superiore a chi fa solo frutta, fiori o conchiglie. Chi dipinge animali vivi è più bravo di chi rappresenta solo cose morte e senza movimento; come la figura di un uomo è l’opera più perfetta di Dio sulla Terra, è anche certo che chi fa l’imitatore di Dio dipingendo figure umane, è più bravo di tutti gli altri [mentre] un pittore che produce solo ritratti non dimostra grande perfezione nell’arte, e non può pretendere l’onore che ricevono i più sapienti.
Ciò richiede il passare dalla rappresentazione di una figura ad un insieme; il trattare la storia e la favola; rappresentare le grandi azioni come gli storici o gli argomenti piacevoli come i poeti; e andando ancora oltre, dover saper creare composizioni allegoriche, vale a dire far emergere sotto il velo della favola le virtù dei grandi uomini e rivelare la maggior parte dei misteri».
La gerarchia dei generi non è neutra, ma riflette una visione del mondo, del sapere e del potere che si è sviluppata nel corso del tempo: infatti, perse progressivamente valore normativo a partire dall’Ottocento. Venne formalizzata in base a criteri di prestigio e di valore culturale, secondo quest’ordine: pittura di storia (comprendente soggetti allegorici, religiosi, mitologici e storici), ritratto, pittura di genere, pittura di animali, paesaggio, natura morta.
A questi dobbiamo aggiungere il nudo. Questa terminologia fa riferimento solo alla pittura ma può essere tranquillamente estesa anche alla scultura, nelle sue forme del tutto tondo e soprattutto del bassorilievo, certo considerando i maggiori limiti alla raffigurazione che quest’arte a volte comporta.

La “pittura di storia” presenta scene, più o meno complesse, animate da vari personaggi, che illustrano particolari episodi relativi alla storia propriamente intesa, passata e presente (ad esempio scene di battaglia, incoronazioni, trionfi, celebri episodi storici), alla religione (scene della vita di Cristo, di Maria, dei santi, scene della Passione) o alla mitologia (episodi che hanno per protagonisti eroi, divinità pagane o personaggi della letteratura antica).

Possono essere anche scene con significato allegorico (allegoria dell’amore, della morte, delle arti, dei sensi). Rientrano nella pittura di storia anche quei soggetti letterari, e dunque di fantasia, che illustrano pagine divenute celebri (della Divina Commedia di Dante o di Romeo e Giulietta di Shakespeare, per esempio). Il termine “storia” qui utilizzato deriva, infatti, dalla parola latina historia, scelta nel suo più ampio significato di “narrazione”: la pittura di storia, insomma, è quella che racconta storie.

In effetti, i dipinti che trattano di storia propriamente intesa sono stati per lungo tempo i meno comuni di questo genere, che ha visto piuttosto prevalere i soggetti religiosi e mitologici. Nel XIX secolo, invece, raffigurazioni ispirate dalla storia laica divennero molto più diffuse e apprezzate, tanto che oggi si usa il termine “pittura storica” per indicare questo specifico sottogenere (gli altri sono “pittura sacra”, “pittura mitologica” e “pittura allegorica”).

Il ritratto rappresenta uno specifico soggetto umano, un personaggio (pubblico o no) dotato di una precisa identità. Non si limita a registrare l’aspetto esteriore di una persona, ma contribuisce a costruirne l’immagine pubblica e sociale, fissandone il ruolo, il rango e l’autorità. Può essere “a mezzo busto”, se la figura è ritratta fino alle spalle, “a mezza figura”, se l’immagina arriva alla vita, o “a figura intera”, in piedi o seduta. Il ritratto con più persone è detto “familiare” se raffigura una famiglia o “di gruppo” se rappresenta i componenti di una qualche associazione o compagnia.

Gli artisti, sin dall’antichità, usarono ritrarre prevalentemente i ricchi e i potenti, soprattutto i sovrani, gli imperatori e i pontefici, che usavano farsi raffigurare sia a scopo propagandistico e celebrativo (“ritratto di stato”) sia per motivi privati. Altrettanto diffusi furono tuttavia i ritratti di esponenti della classe media, che oggi però è molto più difficile, se non impossibile, riconoscere. Il ritratto è detto “fisionomico” se riproduce realisticamente i caratteri fisici e psicologici del soggetto; “idealizzato” se i tratti somatici vengono corretti per fare apparire l’immagine del soggetto più avvenente e nobile; “tipologico” se fa solo riferimento all’identità del personaggio ritratto, senza alcuna pretesa di somiglianza, limitandosi a caratterizzare la sua dignità e regalità.
Con il termine “tipologico”, infatti, non si intende un “tipo umano” generico, ma un’immagine che rinuncia alla somiglianza individuale per concentrarsi sul ruolo, sulla funzione e sulla dignità del personaggio. In tutti i casi, il ritratto non mira mai a semplice riproduzione fedele dei tratti somatici, ma punta a manifestare una verità più profonda, che può essere fisica, psicologica, simbolica o politica. Proprio perché mette al centro l’individuo e la sua identità, il ritratto occupa una posizione elevata nella gerarchia dei generi, anche se, secondo la tradizione accademica, resta inferiore alla pittura di storia, che ambisce a rappresentare valori universali.

Rientra nel genere del ritratto anche l’autoritratto, con il quale gli artisti raffiguravano sé stessi. Nel corso dei secoli, l’autoritratto divenne uno strumento di affermazione sociale, attraverso il quale gli artisti rivendicarono il proprio status intellettuale e il valore della propria arte. Nell’autoritratto, infatti, l’artista non si è quasi mai limitato a rappresentare il proprio aspetto, ma ha scelto di riflettere sulla propria identità, sul proprio ruolo e sulla propria condizione di creatore.
A differenza di quando ritraeva altre persone, nell’autoritratto l’artista aveva il pieno controllo dell’immagine di sé che intendeva trasmettere, potendo scegliere se mostrarsi in modo realistico, idealizzato, simbolico o persino provocatorio. Non a caso, a partire dal tardo Ottocento e soprattutto in età moderna e contemporanea, l’autoritratto si è trasformato sempre più in uno spazio di sperimentazione e di introspezione, diventando uno dei luoghi privilegiati della ricerca artistica.

La “pittura di genere” rappresenta le cosiddette “scene di genere”, che vedono persone qualunque impegnate nel lavoro (nei campi, nelle botteghe, nelle officine) o a compiere azioni di tutti i giorni (in casa, per strada, al mercato) o mentre si gode momenti di festa o di svago e riposo. La pittura di genere, in altre parole, racconta la vita quotidiana della gente.

Non si tratta però di una rappresentazione neutra o documentaria del reale: anche la pittura di genere seleziona, interpreta e costruisce le scene secondo valori culturali, morali e sociali condivisi. Spesso queste immagini veicolano messaggi morali o allusioni simboliche, invitando a riflettere su vizi e virtù, sul lavoro, sulla famiglia, sul tempo libero e sul comportamento umano. Proprio perché si concentra su soggetti comuni e su episodi della vita ordinaria, la pittura di genere fu a lungo considerata meno prestigiosa della pittura di storia e del ritratto, pur richiedendo notevoli capacità di osservazione e di invenzione narrativa.

La pittura di animali ritrae animali vivi (mandrie, cavalli, cani, animali domestici), fermi o in movimento, talvolta mostrati in compagnia dei propri padroni o accanto a pastori e contadini. In questo genere l’animale non ha più un ruolo accessorio o simbolico all’interno di una scena più ampia, ma diventa il vero soggetto dell’opera.

La pittura di animali è più nobile rispetto a quella di paesaggio e della natura morta, e non per caso. Essa richiede, infatti, una particolare attenzione all’osservazione dal vero, al movimento, all’anatomia e al carattere degli animali, spesso colti in atteggiamenti dinamici o espressivi. Questo genere ebbe particolare fortuna in contesti legati alla vita rurale, all’allevamento e alla caccia, ma anche nelle corti aristocratiche, dove cavalli e cani erano simboli di prestigio e potere.

Il paesaggio ha come soggetto un ambiente naturale (marino, campestre, montano) o urbano (strada, piazza, vicolo), raffigurato dal vero (come nel caso dei paesaggi realisti o impressionisti), inventato (i “paesaggi ideali” classicistici) o – dal XIX secolo – caricato di significati simbolici e allegorici (si pensi ai paesaggi romantici o espressionisti). Per lungo tempo il paesaggio ha fatto solo da sfondo alle scene di storia e ai ritratti all’aperto, pur avendo in molti casi, soprattutto in ambito veneto durante il Rinascimento, una considerevole importanza. Divenne un genere autonomo e fortunatissimo a partire dal XVII secolo.

Il paesaggio urbano è anche detto “veduta”; le vedute immaginarie sono chiamate “capricci”, perché combinano edifici e spazi reali e inventati in composizioni di fantasia. A partire dal XVII secolo, soprattutto in Italia, si sviluppò il fenomeno del vedutismo, una pittura specializzata nella rappresentazione estremamente accurata delle città, delle piazze e dei monumenti, spesso destinata a viaggiatori e collezionisti stranieri.

La natura morta rappresenta oggetti inanimati (fiori, frutta, cibo, libri, gioielli, strumenti musicali, tavole imbandite) o animali morti (cacciagione, pescato). Gli oggetti (come gli animali) sono sempre stati presenti nell’arte ma con funzione accessoria o simbolica. Questo genere che li vede protagonisti comparve nel XVI secolo ed ebbe grande diffusione a partire dal XVII secolo.

Un sottogenere del paesaggio e della natura morta è il trompe-l’œil (letteralmente ‘inganna l’occhio’), in cui l’intento illusionistico prevale su altri aspetti compositivi. L’immagine di un trompe-l’œil vuole essere iperrealista, sembrare più vera del vero. Gli artisti più capaci, effettivamente, hanno raggiunto risultati impressionanti. Con il termine trompe-l’œil si fa anche riferimento a un genere di pittura su muro i cui soggetti (finestre, porte, ambienti, paesaggi) sono talmente realistici da far sparire alla vista la parete su cui sono dipinti.

Costituirebbe, di fatto, un genere artistico a sé stante il nudo (o nudo artistico), ossia la rappresentazione del corpo umano nella sua nudità. Sappiamo che ogni soggetto nudo, totalmente o parzialmente, può essere ricondotto alla pittura di storia, al ritratto o alla pittura di genere; il nudo sarebbe, insomma, un tema iconografico. Tuttavia, esso è diventato nel tempo un genere vero e proprio. È indubbio, infatti, che nella gran parte dei casi è stato il nudo in sé e non la nudità del personaggio, che quindi costituisce un pretesto, ad interessare gli artisti. Non a caso, a partire dal XVIII secolo, sono state realizzate così tante immagini di nudo generiche, che non rimandano a episodi o persone riconoscibili ed intendono solo affrontare il tema della bellezza maschile e femminile (idealizzata o realistica).
