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Dal Gentiluomo di Fra’ Galgario al Giovin Signore del Parini
Un confronto tra pittura e letteratura.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Settecento – Data: Settembre 14, 2021 0 commenti 3 minuti
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Il bergamasco Giuseppe Ghislandi (1655-1743), detto Fra’ Galgario in quanto frate laico nell’Ordine dei Frati minimi, fu un pittore settecentesco di un certo rilievo. Visse e operò tra Bergamo e Venezia, specializzandosi nell’arte del ritratto. I ritratti di Fra’ Galgario furono definiti, dai suoi contemporanei, “capricciosi”: i suoi personaggi, infatti, appaiono assai fieri, perfino arroganti, e vestono spesso con abiti vistosi e appariscenti.

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Il Gentiluomo col tricorno

La sua opera più conosciuta è il cosiddetto Gentiluomo col tricorno: il ritratto di uno sconosciuto personaggio che apparteneva all’ordine dei Cavalieri di San Giorgio. Lo si comprende dallo stemma decorato in oro della sua giacca, una croce rossa con quattro gigli. Imparruccato come voleva la moda settecentesca, vestito con abiti eleganti e riccamente decorati da un pizzo argentato assai elaborato, il nobile rivolge lo sguardo verso l’osservatore con fare quasi sprezzante.

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Nella mano sinistra, parzialmente infilata nella giacca, porta appeso il bastone da passeggio. Sul capo, indossa un tricorno, tipico cappello a tre punte. I personaggi di Fra’ Galgario non sono mai né idealizzati né particolarmente nobilitati, nonostante appartengano spesso alla più alta aristocrazia. Nel descriverli minuziosamente, l’artista ne indaga moralità e vizi con viva lucidità.

Fra’ Galgario, Gentiluomo col tricorno, 1740 ca. Olio su tela, 109 x 87 cm. Milano, Museo Poldi Pezzoli.

Il Giovin Signore del Parini

La sua pittura può essere accostata, in tal senso, all’opera letteraria di Giuseppe Parini (1729-1799), tra i massimi esponenti della letteratura italiana del XVIII secolo, noto soprattutto per Il Giorno, componimento didascalico-satirico in endecasillabi sciolti, con il quale descrisse ironicamente, e non di rado spietatamente, il decadimento dell’aristocrazia. Il poemetto, inizialmente composto di tre parti (Mattino, Mezzogiorno e Sera) e poi di quattro (l’ultima sezione venne ulteriormente divisa nel Vespro e nella Notte) fu pubblicato a partire dal 1763. Protagonista è un Giovin Signore, «che da tutti servito a nullo serve», di cui Parini descrive la giornata, dal risveglio, che avviene a giorno inoltrato (giacché l’intera notte è stata impiegata in attività mondane), fino al momento di ricoricarsi.

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Le occupazioni mattutine

Le occupazioni mattutine del Giovin Signore sono del tutto futili: scegliere tra il caffè e la cioccolata per colazione, gestire noiose visite che lo importunano, prendere lezioni di francese o di violino, fare toilette, leggere qualcosa per avere un po’ di cultura da sfoggiare in pubblico, vestirsi con abiti nuovi, imparruccarsi, salire in carrozza per recarsi a pranzo dalla dama di cui è cavalier servente.

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Il racconto di Parini continua alternando l’ironia a momenti di acuto sarcasmo, con il quale sembra compiacersi nello svelare la pochezza e l’ipocrisia della classe aristocratica. Nella casa della dama, le vacue conversazioni dei personaggi, i pettegolezzi, il pedante e gratuito sfoggio di cultura, la degustazione del caffè, i giochi si susseguono in attesa che arrivi l’ora del ricevimento notturno, animato da insignificanti figure caratterizzate da risibili manie. Ha un carattere quasi pittorico, la capacità del Parini di descrivere tolette, specchi, abiti, parrucche, tabacchiere, monili e tutto ciò che faceva da tronfia scenografia a quella recita perenne che era la vita di un nobile del Settecento, colpevole di consumare senza produrre, vivendo del lavoro altrui.

Gaetano Matteo Monti, Monumento a Giuseppe Parini, 1838. Milano, Palazzo di Brera, scalone richiniano.


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