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Il Ghirlandaio
La storia sacra incontra la vita quotidiana.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in L’età rinascimentale: il Quattrocento – Data: Aprile 6, 2020 9 commenti 11 minuti
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Nella Firenze di Lorenzo il Magnifico operò da protagonista il pittore Domenico Bigordi (1449-1494), detto il Ghirlandaio in quanto figlio di un orefice che cesellava ghirlande d’argento per le acconciature delle dame fiorentine. Dopo essersi formato prima presso l’orafo Bartolomeo di Stefano, poi con il pittore Alessio Baldovinetti e infine, forse, anche con il Verrocchio (ma quest’ultima ipotesi è sempre meno condivisa), Domenico riuscì ad aprirsi una delle più nutrite ed efficienti botteghe della città, dove accolse numerosi collaboratori e allievi, tra cui un riluttante e caparbio Michelangelo Buonarroti, all’epoca appena tredicenne, che tuttavia preferì ai suoi insegnamenti quelli dello scultore Bertoldo di Giovanni.

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Nella fiorente bottega del Ghirlandaio operarono anche i fratelli dell’artista, ossia David e Benedetto, il figlio Ridolfo e il cognato Sebastiano Mainardi. Abile e rinomato ritrattista (Vasari ne parla con grande ammirazione), molto apprezzato per il suo stile elegante e gradevole, Domenico fu autore di importanti cicli di affreschi, sia a Firenze sia a Roma.

Domenico Ghirlandaio, Ritratti di (da sinistra) David Ghirlandaio, Tommaso Bigordi (o Alesso Baldovinetti), Domenico Ghirlandaio e Sebastiano Mainardi. Firenze, Cappella Tornabuoni, particolare della Cacciata di Gioacchino.

La Cappella di Santa Fina

La prima importante impresa del Ghirlandaio fu la decorazione ad affresco della Cappella di Santa Fina nel Duomo di San Gimignano, progettata da Giuliano e Benedetto da Maiano e costruita dal 1468. Ghirlandaio vi dipinse, intorno al 1475, i due lunettoni laterali con due storie della santa: Gregorio Magno annuncia a Fina la sua morte e le Esequie di Santa Fina. Quest’ultima è vivacizzata da una serie di ritratti molto realistici e vitali: una scelta che sarebbe diventata caratteristica del suo stile e che fu enormemente apprezzata dai ricchi committenti del tempo, i quali amavano riconoscersi nelle scene sacre.

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La fastosa architettura classicheggiante dello sfondo è indice della buona cultura dell’autore. L’episodio contiene anche due miracoli compiuti simultaneamente da Fina durante i propri funerali: la guarigione della vecchia balia, che poté muovere il braccio prima paralizzato, e la riacquisizione della vista da parte di un bambino, inginocchiato ai piedi del feretro. Tali eventi miracolosi erano resi solenni dal concerto di campane suonate dagli angeli, che si intravedono lontani sul fondo. Tra le torri di destra è chiaramente riconoscibile la Torre Grossa della città di San Gimignano.

Domenico Ghirlandaio, Esequie di Santa Fina, 1473-75. Affresco. Duomo di San Gimignano, Cappella di Santa Fina.

I cenacoli

Ghirlandaio fu autore di alcuni cenacoli, ossia rappresentazioni ad affresco dell’Ultima cena di Cristo, che solitamente venivano realizzati nei refettori dei monasteri. Il territorio di Firenze vanta ben tre cenacoli di questo pittore: il Cenacolo della Badia di Passignano (1476), il Cenacolo di Ognissanti (1480) e il Cenacolo di San Marco (1486), quest’ultimo nel cosiddetto Refettorio piccolo dell’omonimo convento fiorentino, riservato agli ospiti e non i frati. Nel Cenacolo di Ognissanti, la scena è ambientata sotto una loggia, che due grandi archi aprono su un verdeggiante giardino, con agrumi, meli e datteri, animato da uccelli in volo. Giuda, come voleva la tradizione della scuola fiorentina (poi superata da Leonardo), è qui mostrato separato dai suoi compagni, isolato dall’altra parte della tavola. Tutti gli apostoli reagiscono all’annuncio del prossimo tradimento con gesti pacati e contenuti, senza manifestare sentimenti troppo accesi.

Domenico Ghirlandaio, Cenacolo di Ognissanti, 1480. Affresco, 400 x 810 cm. Firenze, Museo del Cenacolo di Ognissanti.

I minuti dettagli (la tovaglia ricamata, le stoviglie, le caraffe di vetro colme di acqua e vino bianco, il cibo, come pane, prosciutto, formaggi e ciliegie) sono certamente frutto di un accurato studio dal vero e ripropongono fedelmente una tavola imbandita della Firenze quattrocentesca.

Domenico Ghirlandaio, Cenacolo di Ognissanti, 1480. Particolare.

Molti singoli particolari hanno precisi significati simbolici, tutti legati ai temi della Passione e Resurrezione di Cristo: la palma del giardino simboleggia il martirio, le melagrane la morte, le rose rosse nel vaso il sangue di Cristo, il pavone a destra, sulla finestra, l’immortalità, i cardellini in volo l’imminente sacrificio.

Domenico Ghirlandaio, Cenacolo di Ognissanti, 1480. Particolare.

Il San Girolamo

Nel 1480, su incarico della Famiglia Vespucci, cui fu sempre molto legato, dipinse ad affresco, nella Chiesa di Ognissanti a Firenze, un San Girolamo nello studio. Questa figura fa da pendant al Sant’Agostino nello studio di Botticelli. Ispirandosi palesemente a un dipinto di Van Eyck con il medesimo soggetto (già di proprietà di Lorenzo il Magnifico e oggi a Detroit), Domenico immaginò il santo al lavoro, in un angolo del suo studio: una zona confortevole e attrezzata con razionalità. Il bel mobile scrittoio, coperto da un elegante tappeto orientale, con tanto di piano inclinato per scrivere e il leggio posto all’altezza degli occhi, consente di tenere a portata di mano gli occhiali, le boccette di inchiostro rosso e nero, un paio di forbici, una riga.

Un candeliere permette di continuare la lettura anche al calar del sole. Sulle mensole fanno bella mostra di sé libri, vasi di maiolica e di vetro, frutti, cartigli: oggetti che costituiscono, nel loro insieme, un precoce ed efficacissimo esempio di natura morta. Girolamo è stanco, con tutta evidenza: appoggia la testa su un braccio puntato col gomito e, distogliendo lo sguardo dal suo funzionale scrittoio inclinato, ci guarda un po’ scocciato, quasi gli avessimo fatto perdere una concentrazione tenuta a fatica.

Domenico Ghirlandaio, San Girolamo nello studio, 1480. Affresco, 1,84 x 1,19 m. Firenze, Chiesa di Ognissanti.
Sandro Botticelli, Sant’Agostino nello studio, 1480 ca. Affresco, 1,52 x 1,12 m. Firenze, Chiesa di Ognissanti.

Gli affreschi della Sistina

Nel 1481, su suggerimento del Magnifico, Domenico venne convocato a Roma da papa Sisto IV per contribuire alla decorazione della Cappella Sistina. A lui vennero affidate due Storie di Cristo: la Vocazione dei primi apostoli e la Resurrezione, quest’ultima (come quella di Signorelli nella stessa parete) parecchio danneggiata già nel XVI secolo e dunque ridipinta. Forse è di sua mano anche una delle scene veterotestamentarie, il Passaggio del Mar Rosso, che parte della critica attribuisce invece a Cosimo Rosselli.

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La scena della Vocazione dei primi apostoli si svolge sullo sfondo di un disteso paesaggio lacustre, segnato a destra e a sinistra da rilievi montuosi. In secondo piano riconosciamo Gesù, che sulla riva sinistra chiama Pietro e Andrea; sulla riva destra, ricompare il Cristo che si rivolge a Giacomo e Giovanni. Al centro, il Messia benedice Pietro e Andrea, inginocchiati davanti a lui. Assistono alla scena molti personaggi contemporanei dell’artista, fiorentini che vivevano a Roma in quegli anni (tra questi, alcuni esponenti delle famiglie Tornabuoni e Vespucci), tutti vestiti in abiti rinascimentali e fedelmente ritratti. Sull’acqua del lago si specchiano due città: a destra riconosciamo Firenze, grazie profilo del Battistero e di Palazzo Vecchio; l’altro borgo fortificato è invece di pura invenzione e richiama certe città fiabesche tipiche della pittura fiamminga.

Domenico Ghirlandaio, Vocazione dei primi apostoli, 1481-82. Affresco, 3,49 x 5,70 m. Roma, Città del Vaticano, Palazzi Vaticani, Cappella Sistina.

La Cappella Tornabuoni

Tornato da Roma, Ghirlandaio affrontò la decorazione prima della Cappella Sassetti in Santa Trinita (1482-85), con Storie di San Francesco, e poi quella del coro della Basilica di Santa Maria Novella, su incarico della famiglia Tornabuoni che se ne accollò le spese. Per questo, tale ambiente è noto come Cappella Tornabuoni. Il ciclo, eseguito tra il 1485 e il 1489, distribuisce su quattro livelli, lungo tre pareti, Scene della vita di Maria e Storie di san Giovanni Battista.

Gli episodi non sono ambientati nell’antico Israele ma nella Firenze contemporanea e, spesso, in contesti domestici sontuosamente arredati. L’artista li animò con personaggi della vita civile quattrocentesca, ventuno dei quali appartenenti alla famiglia committente, tutti elegantemente vestiti e ritratti con grande maestria. Tra le storie, una delle più celebri è la Nascita del Battista. La vicenda della nascita del precursore di Cristo è ambientata in una splendida camera nuziale.

Domenico Ghirlandaio, Nascita del Battista, 1485-89. Affresco. Firenze, Santa Maria novella, Cappella Tornabuoni.

Il letto è magnifico; circondato sui tre lati da cassoni preziosamente intarsiati, presenta una testiera conclusa da una cornice aggettante che funge anche da mensola. Le pareti sono rivestite da parati in stoffa. In questa abitazione non si usavano le porte interne: quella sul fondo è sostituita da un arazzo decorato a motivi floreali, attaccato a un paletto e inserito entro due uncini. Completa l’arredamento la sopracoperta in stoffa rossa ricamata sui bordi e una cassapanca intarsiata dove sono posate la brocca e la bacinella. Elisabetta distoglie la sua attenzione dalla lettura per ricevere la visita di una giovane donna (certamente una Tornabuoni), magnificamente abbigliata e accompagnata da due dame più anziane.

Domenico Ghirlandaio, Nascita del Battista, 1485-89. Particolare.

In primo piano, seduta su un basso sgabello, la balia si appresta ad allattare il bambino. Un’altra domestica allunga le braccia, pronta a fare il bagnetto al neonato. A destra, una ragazza dall’abito fluttuante entra in scena, portando sulla testa una cesta di frutti e in mano una brocca d’acqua. Sullo sfondo, una domestica porge a Elisabetta un desco da parto, con una bottiglia d’acqua e una di vino.

Domenico Ghirlandaio, Nascita del Battista, 1485-89. Particolare.

Le opere della maturità

Tra le opere della maturità di Ghirlandaio si distingue una bella Visitazione, datata 1491, oggi al Louvre. L’opera venne dipinta dall’artista su commissione di Lorenzo Tornabuoni, per un altare di famiglia nella Chiesa di Santa Maria Maddalena dei Pazzi. L’episodio evangelico della visita di Maria alla cugina Elisabetta, qui inginocchiata ai piedi della Vergine, è ambientato all’aperto, in prossimità di un maestoso arco all’antica decorato da perle e conchiglie (simboli di Maria, nuova Venere), che inquadra, sullo sfondo, uno scorcio di città circondata da mura, identificabile con Roma per la presenza del Pantheon.

Le due figure femminili ai lati sono Maria di Cleofa e Maria Salomè: la loro presenza rimanda al momento della crocifissione e della resurrezione di Gesù. Sono mirabili i dettagli, tra cui il velo impalpabile della Madonna e il suo vistoso medaglione con rubino (simbolo del sangue di Cristo).

Domenico Ghirlandaio, Visitazione, 1491. Tempera su tavola, 172 x 165 cm. Parigi, Musée du Louvre.

Particolarissimo è il dipinto noto come Ritratto di vecchio con nipote, oggi al Louvre. Il quadro mostra un personaggio anziano (mai identificato) che si intrattiene con il nipotino. Il fanciullo, meno pregevole nell’esecuzione, è probabilmente opera di aiuti. Colpisce l’estremo realismo dell’opera, che non tenta di idealizzare i tratti fortemente irregolari del vecchio, affetto da rinofima, una malattia che porta alla progressiva deformazione del naso. La cura minuziosa per tutti i particolari (il neo che sporge sulla fronte, la resa dei capelli grigi, la bordatura di pelliccia della veste) mostra, ancora una volta, l’ammirazione dell’artista per la pittura fiamminga, assai apprezzata e studiata in quegli anni a Firenze.

Domenico Ghirlandaio, Ritratto di vecchio con nipote, 1490 ca. Tempera su tavola, 62 x 46 cm. Parigi, Musée du Louvre.


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  1. Ho letto e visto estasiata. Sarebbe interessante sapere perchè dipinti suoi notevoli si trovino al Louvre. Immagino ci siano giunti attraverso acquisti e cessioni di privati.
    Cercavo notizie di Alessio Baldovinetti che mi pare possa individuarsi con una certa esattezza nella figura accanto a David Ghirlandaio nel particolare della Cacciata di Gioacchino.
    Nello studio di San Gerolamo, mi pare di riconoscere un oggetto su cui è posata della frutta che ancora è in uso nel sud, confezionato da mani artigiane esperte. Sarebbe un setaccio. Così mi sembra piuttosto che una comune scatola.
    La grazia delle figure femminili è di alta poesia.

    1. Grazie mille per l’apprezzamento. Conosco bene i setacci che si usano al sud. Vero, gli assomiglia. Ma, mi chiedo, che ci farebbe un setaccio nello studio di in umanista? È un oggetto più da cucina, non trova? 🙂

      1. Ho dimenticato di dirle che l’incipit del suo commento, ha l’andatura di una fiaba : “Nella Firenze di Lorenzo il Magnifico operò da protagonista il pittore Domenico Bigordi (1449-1494), detto il Ghirlandaio in quanto figlio di un orefice che cesellava ghirlande d’argento per le acconciature delle dame fiorentine.”
        Lo trovo bellissimo.
        Il racconto continua nella mia immaginazione femminile che cerca di indovinare la vita di diafane nobildonne, dai capelli ornati di raffinati diademi e fermagli.
        Ciò detto, il setaccio ( crivo in dialetto siciliano e calabrese) in effetti, non avrebbe senso in uno studio. Ma neanche la frutta vi dovrebbe stare a meno che ” la stanza del pensiero” costituisse in epoca rinascimentale un rifugio non solo per i silenzi dello studio e e della mente , ma anche una sorta di soggiorno in cui tenere lo ” spuntino” per non interrompere la meditazione. Non saprei dirlo. Possibile invece che quella frutta abbia un significato simbolico ?
        Da non esperta, a questo punto mi taccio.
        Grazie davvero.

        1. Sono io che la ringrazio per le sue belle parole. Ritengo che la frutta abbia un significato simbolico e rimandi ai “frutti del pensiero”, che nel caso di un umanista sono gli scritti. Ma non ne sono certissimo e quindi, per adesso, prudentemente taccio anche io.

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