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Giorgione e il tonalismo veneto
Sfaldare le forme nel colore e nella luce.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in L’età rinascimentale: il Quattrocento – Data: Maggio 3, 2021 0 commenti 6 minuti
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La pittura veneta visse nel corso del Cinquecento una straordinaria stagione che fu quasi la naturale evoluzione dell’arte di Antonello da Messina e di Giovanni Bellini. Essa fu assai diversa dalle ricerche rinascimentali fiorentine e romane, improntate sul classicismo di stampo neoplatonico, in quanto molto più concentrata sul dato coloristico. Giorgione e il tonalismo veneto.

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La cultura veneta, piuttosto incline alle divagazioni poetiche e letterarie, favorì l’affermazione di un rapporto poco intellettualistico fra artisti e natura, e proprio dalla contemplazione dello spettacolo naturale, percepito nei suoi valori atmosferici di luce e colore, nacque quel sentimento della bellezza tipico dei due maggiori esponenti della pittura veneta del tempo: Giorgione e Tiziano.

Antonello da Messina, Pala di San Cassiano, 1475-76. Olio su tavola, 115 x 65 cm (pannello centrale), 55,9 x 35 cm (pannello di sinistra), 56,8 x 35,6 cm (pannello di destra). Vienna, Kunsthistorisches Museum.

La pittura tonale

Questi due pittori, «usando nondimeno di cacciarsi avanti le cose vive e naturali» – come scrisse Vasari – iniziarono a dipingere senza l’uso del disegno, sfumando dolcemente i contorni. Fu questa la cosiddetta pittura tonale, o “atmosferica”, che basava le variazioni d’intensità del colore su quelle della luce. Figure, oggetti, elementi naturali, ottenuti accostando zone di colore armoniche o contrastanti, risultavano imbevute di luce. Ritenendo che le costruzioni della pittura tosco-romana non corrispondessero in alcun modo alla fisiologia umana della visione, Bellini, Giorgione e Tiziano abbandonarono, progressivamente, la linea di contorno delle figure e superarono anche la prospettiva lineare.

Con questo non intendiamo certo dire che essi vollero negare, concettualmente, la struttura dello spazio o che si astennero dall’usare la prospettiva o che ne ignorarono le regole matematiche: solo, essi preferirono imitare i fenomeni naturali e la fusione atmosferica delle forme. Per questo, facendo riferimento all’esperienza visiva, si servirono principalmente dei rapporti fra i colori, ispirandosi più volentieri al procedimento che fisiologicamente avviene sulla retina dell’occhio che ai trattati redatti nel secolo precedente dall’Alberti o da Piero della Francesca.

Questa inclinazione ad accogliere nella loro arte il dato naturalistico, osservandolo con così viva attenzione spinse gli artisti veneziani ad accogliere pienamente la tecnica della pittura ad olio, che nel Quattrocento era stata importata dalle Fiandre e della quale divennero maestri incontrastati in Italia.

Giovanni Bellini, Pala di San Giobbe, 1486-88. Olio su tavola, 4,71 x 2,58 m. Venezia, Galleria dell’Accademia.
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Giorgione e lo sfumato

Giorgione (1477-1510) è il soprannome con cui è universalmente conosciuto il pittore Giorgio da Castelfranco, nato a Castelfranco Veneto e formatosi nello splendido ambiente artistico veneziano. Le notizie sulla sua vita sono scarse e frammentarie, così come molti e complessi i problemi attributivi e d’interpretazione iconografica delle sue opere.

Giorgione, Autoritratto come David, 1509-10. Olio su tavola, 52 x 43 cm. Braunschweig, Herzog Anton Ulrich-Museum (HAUM).

Giorgione partì dall’esperienza fondamentale di Giovanni Bellini, anche se probabilmente non fu realmente suo allievo; tuttavia, egli riuscì a rivoluzionare sia lo stile sia i contenuti delle opere belliniane, in quanto, nei suoi dipinti, raggiunse una finezza straordinaria nella realizzazione dello sfumato pittorico. Vasari, decisamente filotoscano, scrisse che il “veneziano” ne imparò il segreto da Leonardo, quando il maestro di Vinci si recò a Venezia; in realtà, non è semplice stabilire se e quanto lo scambio di esperienze, e dunque l’arricchimento, sia stato reciproco.

Leonardo, Ritratto di Lisa Gherardini, noto come Gioconda, 1503-10 o 1513-19. Olio su tavola, 77 x 53 cm. Parigi, Musée du Louvre.
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La Pala di Castelfranco

Grazie al suo sfumato pittorico, Giorgione rappresentò il paesaggio come nessuno aveva fatto prima di lui, restituendo la viva sensazione della densità atmosferica. Nella sua Pala di Castelfranco, la Madonna col Bambino siede isolata sul trono, contro una dolcissima distesa collinare ricca di prati e alberi. Tale paesaggio è un’immagine “diretta” della natura perché le sue distanze sono costruite sulla tavola attraverso le diverse reazioni dei colori alla luce.

Giorgione, Pala di Castelfranco, 1500 ca. Olio su tavola, 2 x 1,52 m. Castelfranco Veneto, Cattedrale di San Liberale.
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Le poesie di Giorgione

Giorgione è ritenuto il creatore del genere pittorico definito delle ‘poesie’, ossia quadri di tipo paesaggistico con figure, dove il soggetto è come annullato nella composizione, poiché nessun elemento sembra primeggiare sull’altro. Con questi dipinti, l’artista seppe esprimere tutti gli aspetti più misteriosi e affascinanti della cultura lagunare, realizzando opere che per la loro complessità intellettuale risultarono oscure e misteriose anche ai suoi contemporanei.

La Venere di Dresda

La Venere addormentata, o Venere di Dresda, è un’opera pittorica fondamentale per la sua originalità: neanche le opere famose dell’antichità avevano infatti presentato una donna, così intensamente femminile, sdraiata con tanta sensuale naturalezza. Associando il tema del paesaggio al nudo classico, Giorgione propose un’invenzione poetica semplice, dolce e castamente sensuale. La dea è sdraiata su un prato e dorme all’ombra di un grande cespuglio, sopra una coltre di morbide stoffe di seta. Il paesaggio sullo sfondo riporta l’immagine di una natura amica, con la quale l’uomo può vivere sereno e in assoluta armonia.

Giorgione, Venere addormentata (Venere di Dresda), 1507-12. Olio su tela, 1,08 x 1,75m. Dresda, Gemäldegalerie.
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I tre filosofi

I tre filosofi è senza dubbio una delle opere più colte di Giorgione, in quanto presenta tre uomini, di tre età differenti, le cui figure si stagliano contro il paesaggio, dominato a sinistra da una profonda e inquietante caverna. Qualche critico vi ha riconosciuto i tre Re Magi, dunque l’unione delle conoscenze scientifiche orientali e occidentali. Altri studiosi considerano invece l’opera come l’allegoria delle tre età dell’uomo.

Giorgione, I tre filosofi, 1506-8 ca. Olio su tela, 1,23 x 1,44 m. Vienna, Kunsthistorisches Museum.

La tempesta

La tempesta ha per protagonista un paesaggio fluviale prima dell’arrivo di un temporale, con un soldato e una donna seminuda che allatta. I due personaggi non dialogano fra di loro, non si relazionano; appaiono solo come presenze immerse nella natura. Sullo sfondo si distende un ridente paesino, improvvisamente illuminato da un fulmine. L’opera è straordinariamente innovativa per l’uso del colore: l’integrità delle forme risulta sfaldata e le immagini appaiono mutevoli e vive.

Il dipinto è privo di soggetto apparente: sino ad oggi, nessun tentativo d’interpretazione è mai risultato veramente convincente. La donna Madre potrebbe simboleggiare la funzione nutritiva della natura, l’uomo-soldato potrebbe essere, invece, il principio maschile che feconda la terra.

Giorgione, La tempesta, 1506-8. Olio su tela, 82 x 73 cm. Venezia, Gallerie dell’Accademia.
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