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Graffiti antichi e moderni
Le pareti preistoriche e i muri contemporanei di Haring.
By Giuseppe Nifosì Posted in Arte Ieri Oggi on Novembre 30, 2018 2 Comments 3 min read
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Gli uomini preistorici disegnavano e dipingevano su pareti di roccia, dentro caverne o all’aria aperta. Si dirà: non avevano carta e tele, non potevano fare diversamente. In realtà, avevano altri materiali, il legno, per esempio, o le pelli di animale, e non possiamo affatto escludere che li abbiano utilizzati per creare opere che poi non sono giunte fino a noi. Ma vogliamo immaginare che gli uomini del Paleolitico e del Neolitico abbiano proprio privilegiato le pareti rocciose come supporto per realizzare le proprie creazioni. Un supporto stabile a cui dunque affidare immagini destinate a durare. Una scelta ben riuscita, dato che le loro opere hanno superato la prova del tempo.

Figure umane danzanti, 3200-2500 a.C. Graffito rupestre. Grande Roccia in Val Camonica, Lombardia, Brescia.

La parete di una caverna, come il muro di un edificio, non è un supporto qualsiasi: è destinata ad accogliere figure, scene, storie che diventeranno tutt’uno con il luogo in cui sono state create, che in tanti guarderanno, possibilmente per molti, moltissimi anni, generazione dopo generazione. Lungo l’arco dei millenni, dalla preistoria in poi, dipingere sui muri è stata una costante ricerca dell’uomo-artista. Basti pensare all’evoluzione delle tecniche, dalle pitture parietali agli affreschi veri e propri. Ancora oggi, si continua a dipingere sui muri. Anzi, per certi versi, mai come oggi la pittura su muro ci richiama, visivamente, quella prodotta dagli artisti preistorici. In una sorta di ciclicità dell’arte che ci riporta al punto di partenza. Un importante fenomeno artistico tipicamente contemporaneo non a caso viene chiamato graffitismo, o anche Street Art, perché è un’arte che viene prodotta per strada, sulle pareti esterne di case e palazzi (non a caso queste opere si chiamano anche murales), nei luoghi pubblici, dove tutti passano e possono vedere.

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Gli omini di Haring

Spesso, i graffiti moderni sono considerati atti di inciviltà, ma non possiamo liquidare questo fenomeno come una semplice forma di vandalismo. E infatti, alcuni graffitisti (in inglese writers) sono diventati artisti di fama mondiale. Tra questi, l’americano Keith Haring (1958-1990) ha scelto per la sua pittura la scena urbana di New York, iniziando col realizzare i suoi colorati disegni nella metropolitana della città.

Keith Haring colto mentre realizza uno dei suoi graffiti nella metropolitana di New York, 1983.

Arrestato più volte (ricordiamo che ancora oggi quella dei graffiti è un’attività illegale), Haring ha perseguito il suo motto «un muro è fatto per essere disegnato», creando alcune immagini che, nel corso degli anni Ottanta del Novecento, sono diventate vere e proprie icone dell’arte contemporanea. Una, particolarmente conosciuta e suggestiva, è quella di un uomo (o meglio un ometto, un omuncolo), ottenuto con un disegno essenziale, fumettistico e (apparentemente) infantile, caratterizzato da una spessa linea di contorno. Lo stile di Haring non è stato poi così lontano da quello degli artisti paleolitici e neolitici: ne ha condiviso certi caratteri di immediatezza e semplicità che sanno rendere le immagini comunicative e come tali universali. E come, ben 15.000 anni fa, gli uomini primitivi raccontarono sulle pareti delle grotte di sé stessi, della loro vita, delle loro abitudini, delle paure e dei sogni, allo stesso modo, ai nostri giorni, sulle pareti dei nostri edifici contemporanei, Haring ha affrontato temi che riguardano tutti noi: l’amore, la felicità, l’amicizia, la guerra, la malattia e la morte. Temi, a pensarci bene, con cui da sempre, sin dalla preistoria, l’umanità ha fatto i conti.

Keith Haring, We Are The Youth, 1987. Ellsworth Streets, Philadelphia (Usa).
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  1. Siano le strade un trionfo per l’arte… Lo disse, se non ricordo male, un protagonista della rivoluzione russa Majakovskij negli anni 30.

    1. Molto prima, già nel 1918, mi pare…. Erano, quelli, tempi rivoluzionari in cui si proponeva la chiusura dei musei (pensiamo anche ai nostri futuristi). Oggi possiamo spalancarli virtualmente e fare entrare l’arte, attraverso internet, addirittura nelle case e perfino “nelle tasche” di tutti. Quindi, in qualche modo, fare di più di quanto non proponesse, provocatoriamente (ma poeticamente), Majakovskij. E’ una bella sfida.

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