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Guttuso: ora e per sempre, Resistenza
Da Crocifissione al Gott mitt Uns.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Novecento: gli anni Venti, Trenta e Quaranta – Data: Aprile 27, 2020 4 commenti 11 minuti
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In Italia, prima del 1936, non si formò una cultura figurativa di esplicita opposizione al fascismo. Ciò dipese certamente dall’atteggiamento più conciliante che Mussolini mantenne nei confronti dei movimenti artistici più di avanguardia. Il fascismo, a differenza di altri regimi totalitari, cercò di ottenere un certo consenso anche da parte degli artisti meno legati alla tradizione e permise loro una qualche libertà di ricerca. Solo dopo il rafforzamento del regime autoritario in Italia, il processo di emarginazione dei pittori non allineati interessò anche il nostro paese: l’espressionista milanese Aligi Sassu (1912-2000), il torinese Carlo Levi (1902-1975), che fu anche un noto scrittore, e il milanese avanguardista Renato Birolli (1905-1959) pagarono il loro dissenso al regime con l’esclusione dalle commissioni pubbliche o addirittura con il carcere o con il confino. Guttuso: ora e per sempre, Resistenza.

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Guttuso e il Gruppo Corrente

Nel 1939, attorno alla rivista «Corrente di vita giovanile» fondata l’anno precedente dal giovanissimo pittore milanese Ernesto Treccani (1920-2009), si formò a Milano il movimento artistico-culturale denominato Corrente, punta avanzata dell’antifascismo italiano. Vi aderirono sia intellettuali, filosofi, letterati, poeti, registi cinematografici e teatrali, sia artisti, come i pittori Birolli, Sassu, Migneco, Cassinari, Morlotti, e gli scultori Manzù, Cherchi, Broggini e Fontana. Dopo la prima mostra di orientamento ancora naturalista (1939), si tenne nello stesso anno una seconda esposizione, cui parteciparono solo giovani artisti (tra cui Prampolini, Reggiani, Santomaso, Guttuso, Afro, Pirandello), che in un Manifesto di Pittori e Scultori promulgarono la concezione di un’arte ispirata da princìpi morali. Accentuando il carattere politico delle loro opere, questi artisti elessero a modello della propria pittura Guernica di Picasso, scelto come esempio insuperabile di arte rivoluzionaria e di denuncia sociale.

Renato Guttuso, Studio per Crocifissione, 1940. Disegno a china su carta. Collezione privata.

Ricorda uno dei protagonisti di Corrente, Ennio Borlotti: «Con Guernica abbiamo cominciato a voler vivere, a uscir di prigione, a credere nella pittura e a noi, a non sentirci soli, aridi, inutili, rifiutati; a capire che anche noi pittori esistevamo in questo mondo da fare, eravamo uomini in mezzo agli uomini, dovevamo ricevere e dare». La rivista «Corrente di vita giovanile» fu soppressa dalle autorità fasciste nel giugno del 1940; tuttavia, il movimento continuò la sua attività attraverso l’omonima galleria d’arte sino all’anno successivo.

Renato Guttuso, Studio per la Crocifissione, 1940. Disegno e acquerello su carta. Collezione privata.

Tra gli esponenti di Corrente, il giovane Renato Guttuso (1911-1987), siciliano di Bagheria, propose una sua personalissima interpretazione della realtà, indagata e valutata in base a precisi presupposti politici e sociali. Nelle opere giovanili, il linguaggio formale di Guttuso prese spunto da una traduzione aggiornata del Romanticismo e del Realismo francesi (da Delacroix a Géricault a Daumier), rivisitato in chiave postimpressionista e picassiana. Nella fase più matura, propriamente antinovecentista, la sua figurazione si avvicinò al linguaggio espressionista (fino al 1945) e neocubista (fino al 1949).

Crocifissione

Crocifissione del 1941 è considerato l’indiscusso capolavoro di Guttuso. La tela raffigura Gesù e i due ladroni crocifissi all’interno di un paesaggio abitato e in prossimità di un fiume, tra l’indifferenza dei due carnefici e il pianto di una pia donna.

Renato Guttuso, Crocifissione, 1941. Olio su tela, 62,2 x 72 cm. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

La Madonna, nuda, tenta di asciugare il sangue che sgorga dalla ferita aperta nel costato del Redentore, mentre la Maddalena, anch’essa nuda, è inginocchiata davanti alla croce con le braccia spalancate: particolari, questi, che suscitarono lo scandalo delle sfere ecclesiastiche, le quali proposero la messa all’indice dell’opera ritenendola blasfema e indecente. D’altro canto, per il carattere non convenzionale della rappresentazione, il quadro si pose decisamente controcorrente rispetto alla cultura italiana ufficiale del tempo.

Renato Guttuso, Crocifissione, 1941. Particolare.

Si noti come la violenza dei colori accentui la concitazione drammatica dei corpi e come emergano elementi espressionistici e palesi riferimenti al Picasso di Guernica (tra cui il cavallo in primo piano). Una natura morta raccoglie gli strumenti tradizionali del martirio di Cristo, i chiodi e il martello, accanto ad altri oggetti di vita quotidiana (un coltello da cucina, un paio di forbici, una tazza, due bottiglie), che presentati in questo contesto, divengono simbolo dei soprusi e della violenza che l’uomo è costretto a subire. Crocifissione è un quadro di forte impegno civile, in cui il pittore grida apertamente la sua ribellione contro gli orrori della guerra.

Renato Guttuso, Crocifissione, 1941. Particolare.

A proposito di questo suo dipinto, Guttuso dichiarò: «Voglio dipingere questo supplizio del Cristo come una scena di oggi … come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio, per le loro idee… le croci (le forche) alzate dentro una stanza. I soldati e i cani – le donne scarmigliate, discinte, piangenti, al lume di candela (la candela di Guernica?). Gente che entra ed esce… oppure puntare sul contrasto. Il supplizio tra il popolo con giocolieri e soldati – circo e massacro – al sole con l’uragano che arriva».

Renato Guttuso, Crocifissione, 1941. Particolare.

Gott mit Uns

A partire dal 1943, un numero crescente di artisti decise di rendere manifesto il proprio antifascismo, non pochi (Aligi Sassu, Mirko Basaldella, Armando Pizzinato, Emilio Vedova, Giulio Turcato) parteciparono attivamente alla Resistenza partigiana. Tutti loro, attraverso l’arma della propria arte, si resero testimoni e portavoce dell’angoscia di un intero popolo e di un’intera generazione, raccontarono delle fatiche, delle speranze, delle illusioni e delle disillusioni di tutti. Alcuni aderirono al PCI, ossia al Partito Comunista Italiano, facendo coincidere strettamente l’impegno intellettuale e quello politico.

Renato Guttuso, Fucilazione a Roma, 1943-44. Da Gott mit Uns. Serigrafia. Collezione privata.

Nel 1944, in una Roma “città aperta”, Antonello Trombadori allestì la rassegna “L’arte contro la barbarie”, patrocinata da L’Unità, creata da Antonio Gramsci e appena uscita dalla clandestinità. Vi partecipò anche Renato Guttuso, con la propria reinterpretazione delle Fucilazioni di Goya. In quello stesso anno, Guttuso dedicò alla Resistenza una serie di disegni e acquerelli, realizzati tra il 1943 e il 1944 (durante i terribili nove mesi dell’occupazione di Roma). In quel periodo Guttuso si trovava in città e contribuiva alla Resistenza con il volantinaggio.

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Si nascondeva nei locali di una tipografia e durante le ore di coprifuoco disegnava con i pochi colori tipografici a sua disposizione. Questi disegni vennero pubblicati nel 1944 dal Saggiatore, in un album intitolato Gott mit Uns, dalla frase “Dio è con noi”, in tedesco, incisa sulle fibbie d’acciaio dei soldati nazisti. Quella stessa frase che migliaia di partigiani lessero sulla divisa del nemico prima di essere uccisi. Lotte, rivolte, fucilazioni e stragi vennero rappresentati da Guttuso con sintetico e immediato realismo.

Renato Guttuso, Notte di coprifuoco a Roma, 1943-44. Da Gott mit Uns. Serigrafia. Collezione privata.

Nel suo Manifesto per la Resistenza italiana, Guttuso disegnò una grande mano rossa, sbucata dall’Italia, che agguanta con decisione la mano di un fascio-nazista, pronta a pugnalare un uomo a torso nudo e legato con le mani dietro alla schiena: partigiano, sicuramente, ma anche l’allegoria di tutte le vittime civili trucidate dai fascisti e dai tedeschi. I simboli del fascio e della croce uncinata compaiono sul polso e sul manico del pugnale di quella mano minacciosa. L’opera fu concepita come un manifesto celebrativo dell’azione di Resistenza contro l’occupazione nazista in Italia.

Renato Guttuso, Manifesto per la Resistenza italiana, 1943-44. Da Gott mit Uns. Serigrafia. Collezione privata.

In Colpo di Grazia, Guttuso rappresentò la barbara uccisione di alcuni giovani partigiani italiani da parte di soldati nazisti. Un militare tedesco punta la pistola alla nuca di un prigioniero inginocchiato di fronte a lui, a torso nudo e le mani legate dietro la schiena. In primo piano, giacciono due prigionieri appena trucidati. Sul fondo a destra, in prossimità di un cavallo legato alle stanghe di un carretto, si scorge il corpo di un terzo partigiano ucciso. In piedi, al centro del disegno, un prigioniero, giovanissimo per quello che si può intuire, e con la bianca camicia aperta sul petto magro, resta in attesa della propria esecuzione.

Il 24 marzo del 1944, i soldati nazisti uccisero a Roma, con un colpo alla nuca, 335 civili e militari italiani, come ritorsione per l’attentato compiuto il giorno prima dai partigiani in via Rasella. Un gesto di crudeltà inaudita, uno dei tanti di cui i tedeschi si macchiarono in Italia, ricordato come L’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Renato Guttuso, Colpo di Grazia, 1944. Da Gott mit Uns. Serigrafia. Collezione privata.

Le tavole di Gott mit Uns, nel loro complesso, sono quindi un atto d’accusa esplicito e diretto nei confronti della violenza nazifascista ma, al contempo, di ogni forma di violenza perpetuata da un uomo contro l’altro uomo, sono il grido orgoglioso di chi rivendica, ora e sempre, la propria libertà.

Renato Guttuso, Studio per Colpo di Grazia, 1944. Disegno e acquerello su carta. Collezione privata.

Due poesie: Ungaretti e Calamandrei

Vogliamo concludere questa breve trattazione con due poesie. La prima è del grande Giuseppe Ungaretti (1888-1970), scritta in quegli anni e poi pubblicata in Nuove, 1968-1970. Si intitola Per i morti della Resistenza: una profonda e toccante metafora della vita, attraverso la quale il poeta ribadisce l’importanza della libertà per tutto il genere umano.

Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce.

“Gli occhi che furono chiusi alla luce” rappresentano i soldati della resistenza morti “perché tutti li avessero aperti per sempre alla luce”, ossia perché le generazioni successive, e quindi anche noi oggi, potessero godere della luce della libertà. Con questi pochi versi, Ungaretti celebra il sacrificio, compiuto come atto di generosità, di uomini e donne che hanno rinunciato alla propria vita per garantire a chi sarebbe venuto dopo di loro e al proprio paese un futuro migliore.

La seconda poesia fu scritta nel 1952 da Piero Calamandrei (1889-1956) politico, avvocato e accademico. Essa venne ispirata da un fatto di cronaca. Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu processato nel 1947 per crimini di guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre stragi) e condannato a morte. La sua condanna fu, tuttavia, commutata nel carcere a vita e, già nel 1952, per motivi di salute, il gerarca fu rimesso in libertà e rimandato in patria, dove fu accolto come un eroe dai circoli neonazisti. Kesselring ebbe anche la spudoratezza di dichiarare che non doveva rimproverarsi nulla e che, anzi, gli italiani avrebbero dovuto erigere per lui un monumento.

Fu così che Calamandrei scrisse questa poesia in forma di epigrafe, incisa in una lapide e murata nell’atrio del Palazzo Comunale di Cuneo, come protesta per l’avvenuta scarcerazione del criminale nazista.

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

La poesia-epigrafe di Calamandrei.


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