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Hayez, Manzoni e il Risorgimento
Arte e patriottismo.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Neoclassicismo e Romanticismo – Data: Giugno 18, 2024 0 commenti 14 minuti
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Francesco Hayez (Venezia, 1791 – Milano, 1882) fu un pittore italiano, esponente di rilievo del Romanticismo. Le sue opere, nate nel contesto del Risorgimento italiano, sono diventate popolarissime e hanno lasciato un segno molto profondo nella storia dell’arte italiana. Pur essendo un romantico, Hayez non rinunciò mai del tutto alla ricerca del bello ideale, aspetto che molti suoi colleghi europei tendenzialmente ignorarono.

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L’artista rimase legato alla poetica neoclassica che aveva segnato la sua formazione e così mantenne sempre uno stile impeccabile, un disegno nitido, la resa dei particolari più minuti, soprattutto la fiducia incondizionata nel potere educativo della storia. Scelse, così, di rappresentare soggetti del passato. Il suo Romanticismo è stato infatti definito “storico”. Hayez fu certamente l’artista romantico che più credette nel ruolo educativo della Storia, anche se a differenza dei neoclassici fece riferimento alla storia medievale per spiegare il presente.

Hayez fu anche un celebrato e ricercato ritrattista. Ritrasse noti letterati, compositori e patrioti contemporanei, come il grande scrittore romantico Alessandro Manzoni, il musicista Gioacchino Rossini, il filosofo Antonio Rosmini e il politico Massimo D’Azeglio. Molti di questi ritratti sono conservati nella Pinacoteca milanese di Brera.

Francesco Hayez, Autoritratto, 1862. Olio su tela, 125,5 x 101,5 cm. Firenze, Uffizi.

I Vespri siciliani

Uno fra i più grandi capolavori di soggetto storico di Hayez è del 1821 ed è intitolato I Vespri siciliani. Di questo quadro Hayez dipinse in tutto ben quattro versioni, l’ultima delle quali è del 1844-46. Quest’opera ha per tema un episodio, avvenuto a Palermo nel 1282, che provocò la rivolta dei siciliani e la cacciata dall’isola dei dominatori angioini. Subito dopo la funzione religiosa del Vespro (la preghiera del tramonto), del Lunedì di Pasqua, un soldato francese importunò una ragazza con il pretesto di perquisirla; il marito, furibondo, riuscì a sottrarre la spada al militare e a ucciderlo.

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Quel gesto scatenò la rivolta dei concittadini presenti; i palermitani si abbandonarono a una vera e propria “caccia ai francesi” che si trasformò in una carneficina e dilagò in tutta l’isola. Nell’ottica risorgimentale, la scelta di tale soggetto ha un significato evidente: celebrare un remoto episodio in cui gli italiani erano riusciti a cacciare gli invasori stranieri non poteva che essere l’incoraggiamento a ritrovare lo stesso coraggio e proseguire la lotta di liberazione.

Francesco Hayez, I Vespri siciliani, 1844-46. Olio su tela, 2,25 x 3 m. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Hayez scelse di rappresentare il momento immediatamente successivo all’omicidio. Tutti i protagonisti sono distribuiti in primo piano: la donna turbata e sostenuta dal fratello, il francese caduto a terra con una mano sulla ferita, il marito con la spada ancora intrisa di sangue, i palermitani accorsi a vedere cos’era accaduto. Le figure hanno atteggiamenti molto teatrali, quasi da melodramma, che denunciano chiaramente la formazione neoclassica dell’autore.

Anche lo stile, d’altro canto, è assai vicino a quello dei pittori neoclassici: il quadro presenta un disegno molto definito, chiaroscuri decisi che rendono le figure statuarie, colori tenui, grande chiarezza della visione d’insieme. L’opera resta comunque totalmente romantica, per il soggetto medievale, per la capacità di trasmettere emozioni e per la suspense drammatica della sua composizione, ricca di sentimenti esibiti e di esortazioni alle virtù civili.

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La Meditazione

Agli occhi dei suoi contemporanei, Hayez era un pittore politicamente schierato. La Meditazione, un suo dipinto del 1851, venne subito identificata dai giornali come una allegoria della Patria sofferente a causa della dominazione straniera. In effetti, il titolo originario del quadro sarebbe stato L’Italia nel 1848, ma venne sostituito con quello attuale per non incorrere nella censura austriaca ed evitare possibili ritorsioni.

Francesco Hayez, La Meditazione, 1851. Olio su tela, 92,5 x 71 cm. Verona, Galleria d’Arte Moderna.
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Il dipinto presenta una giovane donna dai lunghi capelli neri, con il volto parzialmente in ombra e l’espressione mesta, vestita di una veste candida che tuttavia le cade dalle spalle, lasciando scoperto il seno destro. Tiene in mano un libro, intitolato Storia d’Italia, e una croce, simbolo di martirio, nella quale si può leggere, dipinta, la scritta “18.19.20.21.22 marzo /1848”, un evidente riferimento alle Cinque Giornate di Milano. È assai probabile che Hayez abbia tratto ispirazione, per questa figura allegorica, dal capolavoro di Delacroix, La Libertà che guida il popolo, opera manifesto del Romanticismo in Francia.

Eugène Delacroix, La Libertà che guida il popolo, 1830. Olio su tela, 2,60 x 3,25 m. Parigi, Musée du Louvre.
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Al di là del chiaro messaggio politico, l’opera è un capolavoro di introspezione, che ben testimonia l’inquietudine diffusa tra gli intellettuali e il popolo in quegli anni tormentati della storia italiana. La Malinconia davvero incarna la Patria bella e perduta invocata nel celeberrimo coro del Nabucco di Giuseppe Verdi (1813-1901), capolavoro del 1842. Era questa, infatti, l’opera lirica più risorgimentale del grande compositore: gli spettatori italiani dell’epoca potevano identificarsi negli Ebrei soggetti al dominio babilonese.

Giuseppe Verdi fotografato nel 1876 da Étienne Carjat.

Il bacio

Nel più grande capolavoro di Hayez, Il bacio, l’ambientazione (con le pareti nude a grandi blocchi di pietra) e anche i vestiti dei due amanti sono medievali. Da un lato, Il bacio è considerato l’immagine per eccellenza dell’amore romantico (questo suggeriscono i due giovani che si baciano appassionatamente); dall’altro, però, offre un’interpretazione patriottica. L’abbigliamento e l’atteggiamento del ragazzo, pronto a partire in tutta fretta, probabilmente in fuga perché braccato, richiamano la condizione di tanti giovani cospiratori che in quegli anni rischiavano la vita per amore della patria.

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Inoltre, il bianco delle maniche della donna, il rosso della calzamaglia dell’uomo, il verde della sua camicia (appena percepibile in alcuni punti sotto la mantella) e infine l’azzurro dell’abito femminile sono colori che richiamano quelli delle bandiere d’Italia e di Francia, alleati dopo gli accordi di Plombières.

Francesco Hayez, Il bacio (prima versione), 1859. Olio su tela, 112 x 88 cm. Milano, Pinacoteca di Brera.
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Il bacio di Hayez fu presentato all’Esposizione di Brera del 1859, a soli tre mesi dall’ingresso di Vittorio Emanuele II e Napoleone III a Milano. L’opera raccolse subito unanimi giudizi positivi e conquistò un successo di pubblico con pochi precedenti nella storia della pittura ottocentesca italiana. Nonostante il titolo ufficiale, Il bacio. Episodio della giovinezza. Costumi del secolo XIV, che alludeva a una generica storia d’amore medievale, a nessuno era sfuggito il vero significato patriottico dell’opera. Il poeta Francesco Dall’Ongaro (1808-1873), riferendosi al quadro di Hayez, ne parlò come del Bacio del volontario. D’altro canto, lo stesso Hayez, nelle sue versioni successive, rese tale significato sempre più esplicito, adattando i colori per rendere più palese il richiamo ai tricolori italiano e francese. Nell’ultima versione, realizzata nel 1861, anno della proclamazione dell’Unità d’Italia, Hayez mantenne solo i colori del neonato Regno italiano.

Giuseppe Reina, Una triste novella, 1862. Olio su tela. Collezione privata.

Il bacio, icona risorgimentale

Diventato in poco tempo un’icona risorgimentale, Il bacio di Hayez iniziò a essere citato anche da altri artisti, tra cui Girolamo Induno (1825-1890) e Giuseppe Reina (1829-1905), che scelsero quella immagine proprio perché nell’abbraccio dei due amanti avevano riconosciuto la scena del commiato tra un patriota che parte volontario e la sua donna che resta ad aspettarlo. Nel quadro di Reina, Una triste novella, la giovane donna guarda una riproduzione del quadro di Hayez, pensando alla comune sorte.

Nel dipinto di Induno, Triste presentimento, una ragazza guarda con espressione malinconica un ritratto del fidanzato arruolato: sulla parete alle sue spalle, una piccola stampa riproduce proprio Il bacio di Hayez. Il simbolismo risorgimentale di quest’opera, datata 1862, è ulteriormente rimarcato dal piccolo busto di Giuseppe Garibaldi, posto nella nicchia proprio al centro della scena, e da una stampa appesa sull’anta della finestra, raffigurante le Camicie rosse garibaldine che sventolano il tricolore. Di quest’opera esiste un’altra versione dello stesso Induno, datata 1871 e intitolata La fidanzata del garibaldino, priva del busto in gesso di Garibaldi e con una fanciulla leggermente diversa.

Girolamo Induno, Triste presentimento, 1862. Olio su tela, 67 x 86 cm. Milano, Pinacoteca di Brera.

Hayez e Stendhal

Lo scrittore francese Stendhal (pseudonimo di Marie-Henri Beyle, 1783-1842), celebrato per i suoi romanzi Il rosso e il nero (1830) e La Certosa di Parma (1839) fu un fervente estimatore dell’arte italiana. A lui si ispira il nome della Sindrome di Stendhal, la quale colpisce persone che restano sopraffatte dalla bellezza delle opere d’arte, sino a raggiungere una sorta di estasi contemplativa. Fu lo scrittore, infatti, a descrivere questa condizione, nel suo libro del 1817 Roma, Napoli e Firenze, in cui racconta: «Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere».

In una sua lettera del 1828, Stendhal scrisse parole di elogio su Hayez, che riteneva uno dei pochi artisti capaci di dar voce agli ideali romantici: «Hayez, pittore veneziano a Milano, mi sembra niente di meno che il primo pittore vivente. I suoi colori rallegrano la vista come quelli del Bassano e ognuno dei suoi personaggi mostra una sfumatura della passione. Qualche piede, qualche mano sono attaccati male. Ma che me ne importa! Guardate la Predicazione di Pietro l’Eremita, che espressioni di fede su quei visi! Questo pittore m’insegna qualcosa di nuovo sulle passioni che dipinge».

Francesco Hayez, Pietro l’eremita predica la crociata,1827-29. Olio su tela, 2,1 x 2,8 m. Milano, Collezione privata.

Hayez e Mazzini

Anche Giuseppe Mazzini (1805-1872) il più importante ideologo del Risorgimento italiano, fu un sincero ammiratore della pittura di Hayez. In un suo articolo intitolato La pittura moderna in Italia, del 1841, Mazzini si mostra molto critico nei confronti dei pittori romantici in genere, artisti dediti solo «a contemplare la natura, il loro sguardo si perde così amorosamente, così artisticamente attorno alle forme; sanno e v’insegnano così bene a memoria l’organismo d’ogni fiore, la melodia d’ogni auretta, la lucentezza d’ogni goccia di pioggia o di rugiada, che il senso e l’armonia del tutto sfugge a loro […].

Quando tutto è finito, voi ammirate talvolta uno stupendo paesaggio: ma l’anima vostra ricade nell’inazione […]. Dio, l’uomo, la natura sono passate dinanzi a voi; ma come i tre lati staccati di un triangolo, che bisognerebbe riunire». Per Mazzini, l’arte «deve esprimere profeticamente la vita dell’umanità». Un’arte così concepita «suscita desiderii d’azione, germi di fede» e diventa «una manifestazione eminentemente sociale, un elemento di sviluppo collettivo, inseparabile dall’azione di tutti gli altri, che formano insieme quel fondamento di vita una e comune».

Francesco Hayez, Pietro Rossi prigioniero degli Scaligeri, 1818-20. Olio su tela, 157,5 x 131 cm. Milano, Collezione San Fiorano.

Per fortuna, a riscattare la pittura romantica, era intervenuto il «genio democratico» di Hayez, «un grande pittore idealista italiano del secolo XIX», il «capo della scuola di Pittura Storica, che il pensiero Nazionale reclamava in Italia», «l’artista più inoltrato che noi conosciamo nel sentimento dell’Ideale che è chiamato a governare tutti i lavori dell’Epoca, perché è l’interprete dei grandi sentimenti popolari». Mazzini, quindi, riconobbe ad Hayez che «la sua ispirazione emana direttamente dal Genio» e lo celebrò come il maggior interprete del Romanticismo.

Francesco Hayez, Gli ultimi momenti del doge Marin Faliero sulla scala detta del piombo, 1867. Olio su tela, 238 x 192 cm. Milano, Pinacoteca di Brera.

Dalla pittura alla letteratura risorgimentale

Negli anni tormentati del Risorgimento italiano, non solo i dipinti divennero icone popolari di stampo patriottico: fu, quello, un periodo in cui anche le opere letterarie e musicali (raccolte poetiche, tragedie, romanzi, saggi storici, melodrammi) celebrarono in vari modi il mito della nazione italiana, attraverso il racconto della sua storia passata e delle sue vicende recenti. Alcune opere, come le Poesie di Giovanni Berchet (1783-1851), l’Adelchi di Alessandro Manzoni (1785-1873), l’Ettore Fieramosca di Massimo d’Azeglio (1798-1866), Le mie prigioni di Silvio Pellico (1789-1854) divennero autentici best-seller nazional-patriottici (nonostante o proprio grazie all’azione della censura), veri e propri cult per le giovani generazioni dell’epoca.

In pochi anni, le Poesie di Berchet vennero ristampate in quindici edizioni, l’Ettore Fieramosca di d’Azeglio in tredici, la Francesca da Rimini di Pellico in venti e Le mie prigioni dello stesso Pellico in nove. Pur nella varietà dei generi e degli stili, tutte queste opere letterarie delineano un’idea di popolo e di nazione italiana, per cui è necessario battersi. Come scrisse Manzoni nell’ode Marzo 1821: «una gente che libera tutta, / o fia serva tra l’alpe ed il mare; / una d’arme, di lingua, d’altare, / di memorie, di sangue e di cor». Un solo esercito, una sola lingua, un’unica religione, uguali radici, un solo sangue e un unico cuore.

Francesco Hayez, Alessandro Manzoni, 1841. Olio su tela, 117 x 91 cm. Milano, Pinacoteca di Brera.

Manzoni e il romanzo storico

Alessandro Manzoni è considerato il padre del romanzo storico italiano, e proprio Hayez lo raffigurò in uno dei suoi più celebri ritratti. «La tendenza alla rappresentazione della storia – tendenza che fu tra le caratteristiche salienti dell’età romantica – si spiega anche con il bisogno di sollecitare gli italiani, attraverso le opere d’arte, alle loro glorie passate, di renderli coscienti della loro unità di nazione al di sopra di ogni divisione politica, di spronarli all’azione. […] Di questo carattere politico-patriottico della loro opera i nostri romantici furono lucidamente coscienti. […] Il romanzo storico – che presto diede luogo a opere numerosissime e assai diverse per tono e valore – si configurò di solito, secondo il modulo manzoniano, come un racconto di temi per lo più patriottici (sì da poter essere strumento di battaglia nazionale)» (G. Petronio).

Prima pagina del manoscritto autografo de Gli sposi promessi, 1821. Milano, Biblioteca Nazionale Braidense.

La visione della storia manzoniana

La società di cui Manzoni fornisce un quadro nel suo romanzo I promessi sposi, pubblicato nella sua versione definitiva fra il 1840 e il 1842, è quella lombarda del Seicento, affamata e in tumulto, soggetta alla dominazione spagnola e retta da una classe politica inetta e corrotta, che stritola nei perversi ingranaggi del potere Renzo e Lucia, i due popolani protagonisti. Nell’ambito dell’invenzione letteraria, lo scrittore vi ricostruisce gli eventi storici principali con senso fortemente critico, facendo evidente riferimento alla situazione del presente, e trasforma una contrastata storia d’amore nell’epopea di un popolo oppresso e dei suoi oppressori. D’altro canto, nella sua Lettera sul Romanticismo, il grande letterato aveva affermato che «la poesia, e la letteratura in genere debba proporsi l’utile per iscopo, il vero per soggetto, e l’interessante per mezzo».

Alessandro Manzoni, I promessi sposi. Storia milanese del secolo XVII, Tipografia Vincenzo Ferrario, Milano 1825.

Importanti tematiche del capolavoro manzoniano sono, poi, la Provvidenza e la pochezza delle vicende umane rispetto alla grandezza del disegno divino. Manzoni aveva assai caro il concetto di «provvida sventura» (molto presente anche nell’Adelchi): il male rende consapevoli e, se accettato con la fede, aumenta la virtù. Certamente, la visione della storia manzoniana è, in tal senso, nazionale ma anche tipicamente cristiana: una successione di eventi necessari, guidata da un ordine provvidenziale che governa il mondo.


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