menu Menu
L’Icona della Natività di Andrej Rublëv
La Nascita di Cristo raccontata con il linguaggio delle icone.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in L’età altomedievale – Data: Dicembre 26, 2020 0 commenti 5 minuti
I manichini e Le Muse inquietanti di de Chirico Articolo precedente Andy Warhol, divo pop Prossimo articolo

Versione audio:

Il pittore russo Andrej Rublëv (1360-1430), venerato come santo dagli ortodossi, è considerato il più grande autore di icone della storia della pittura. A lui, che dipinse l’importantissima Icona della Trinità, si riconduce anche una Icona della Natività destinata a grandissima fortuna in Russia, tanto da essere fedelmente riprodotta, con minime varianti, in un gran numero di esemplari, a partire dal primo Quattrocento.

Leggi anche:  Le icone, manifestazioni del divino

Si tratta di una piccola tavola che rielabora un antico schema iconografico bizantino risalente al VI secolo e ispirato, sostanzialmente, dai Vangeli apocrifi. L’opera illustra il momento della nascita di Gesù, attraverso una serie di personaggi che mantengono, nelle varie versioni, tendenzialmente le stesse posizioni.

Scuola di Andrej Rublëv (1410-1430), Icona della Natività, seconda metà del XV secolo. Tempera su tavola. San Pietroburgo, Ermitage.

Il Bambino e gli angeli

L’articolata composizione si divide in tre parti: quella più alta fa riferimento alla sfera del divino, quella centrale al tema dell’Incarnazione e quella inferiore alla dimensione umana. In un brullo e roccioso paesaggio, dominato da tre montagne, simboli della Trinità, si apre, al centro, la grotta in cui venne al mondo Gesù. Il Bambino, vegliato dal bue e dall’asino, occupa il centro della scena, in corrispondenza della grande montagna centrale dalla forma tendenzialmente conica o piramidale, affiancata da schiere angeliche.

Scuola di Andrej Rublëv (1410-1430), Icona della Natività dell’Ermitage. Particolare con la Madonna e Gesù Bambino.

Alcuni angeli hanno lo sguardo rivolto al cielo, altri verso il Bambino e pare stiano declamando la frase evangelica: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in Terra agli uomini di buona volontà» (Lc. 2,14). Un fascio di luce, simbolo della benevolenza divina, scende dall’alto sul capo del piccolo Gesù; talvolta, questo raggio si divide in tre parti, a ricordare l’unicità e, contemporaneamente, la trinità di Dio. La grotta, scura e misteriosa, sembra l’antro dell’Inferno e richiama il peccato che domina sulla Terra e che ha richiesto l’opera di Redenzione divina. D’altro canto, il Bambino è stato deposto in una mangiatoia che sembra un sarcofago: una prefigurazione del suo futuro sacrificio.

Leggi anche:  Le Natività di Giotto e Duccio

La Madonna

Accanto a Gesù Bambino, Maria, vestita di blu e avvolta in un sontuoso manto rosso, è sdraiata su un ulteriore drappo rosso sangue, con il busto a sinistra, secondo un antico schema bizantino assai diffuso anche in Italia. Nelle diverse varianti dell’icona, si può trovare anche in posizione speculare: in entrambi i casi, ella riposa e non guarda il Figlio, lasciando agli angeli il compito di accudirlo.

Maria, nell’iconografia che la riguarda, è solitamente raffigurata vestita di rosso (simbolo di umanità), con un lungo manto blu lapislazzuli (simbolo di spiritualità) che le copre il capo e gran parte del corpo. Questo perché l’immagine di Maria vuole indicare che la sua umanità è accolta, abbracciata dalla dimensione del divino. In area bizantina, tuttavia, la Madonna è più frequentemente vestita di blu e ricoperta da un manto rosso; in questo secondo caso, si vuole indicare che la divinità (grazie al concepimento di Cristo) ha trovato rifugio dentro di lei.

Leggi anche:  La Trinità di Andrej Rublëv

Giuseppe e la fragilità degli uomini

In alto a sinistra si trovano i Magi; a destra, i pastori. Ad essi si rivolge un angelo, per annunciare il lieto evento. In alcune varianti, egli fa parte di un gruppo di tre: un ennesimo richiamo alla Trinità, la cui seconda persona si china verso l’umanità tutta.

Scuola di Andrej Rublëv (1410-1430), Icona della Natività dell’Ermitage. Particolare con i pastori.

Giuseppe, rappresentato in basso e al centro, oppure, in alcune varianti, a sinistra, è seduto e avvolto in un ampio mantello giallo. Separato da Maria, per ribadire la sua estraneità a quel miracoloso concepimento, appare turbato, come se stesse interrogandosi su tutta la misteriosa vicenda. Egli sta riflettendo su quanto Maria gli ha rivelato circa quel figlio di cui egli non è padre biologico.

Scuola di Andrej Rublëv (1410-1430), Icona della Natività dell’Ermitage. Particolare con Giuseppe e il finto pastore.

Davanti a lui, un pastore vestito di vello sembra ascoltare i suoi pensieri. Secondo alcuni iconologi, questo finto pastore è la personificazione stessa del dubbio blasfemo di Giuseppe. In alcune varianti di questa scena, egli è rappresentato, assai esplicitamente, con le corna e la coda: in questo caso, è inequivocabile la sua identificazione con Satana tentatore.

Scuola di Andrej Rublëv (1410-1430), Icona della Natività dell’Ermitage. Particolare con le donne che lavano il Bambino.

Sempre in basso, ma dall’altra parte rispetto a Giuseppe, due donne stanno per fare il bagno al neonato: questa scena, mai citata dai Vangeli, richiama da un lato la perfetta umanità del Dio incarnato, qui trattato come un qualunque bambino, dall’altro prefigura il Battesimo con cui sarebbe iniziata la sua missione salvifica. Non a caso, la vasca del bagnetto ricorda un fonte battesimale.

Scuola di Andrej Rublëv (1410-1430), Icona della Natività, XV sec. Tempera su tavola. Betlemme, Basilica della Natività.
Leggi anche:  La Basilica di San Vitale a Ravenna e i suoi mosaici
Scuola di Andrej Rublëv (1410-1430), Icona della Natività. Tempera su tavola, XV sec. Mosca, Galleria Tretjakov.
Icona della Natività, XVI secolo. Tempera su tavola. San Pietroburgo, Ermitage.


Articolo precedente Prossimo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Annulla Invia commento

keyboard_arrow_up