menu Menu
Le icone, manifestazioni del divino
Un genere antichissimo ancora oggi immutato.
By Giuseppe Nifosì Posted in L’età altomedievale on Dicembre 10, 2018 0 Comments 8 min read
La Sagrada Familia di Gaudì: l’ultima grande cattedrale Previous Informale: grumi di bellezza primordiale Next

Si deve all’arte bizantina la creazione di un genere pittorico molto particolare, quello dell’icona (dal greco èikon, ‘immagine’), un tipo di raffigurazione sacra dipinta su legno, a volte arricchita con lamine d’oro, argento o altro metallo o decorata con pietre preziose e smalti. Le icone, che rappresentano il Cristo benedicente, la Vergine con Gesù Bambino in braccio, scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, angeli e alcuni santi, sono destinate alla venerazione del fedele e adottano un linguaggio, rimasto immutato nei secoli (fino ad oggi), piuttosto stilizzato, con una particolare rigidità e fissità delle immagini. Solitamente le figure sacre sono integrate da lettere o scritte che intendono certificare l’identità del personaggio raffigurato invocandone la presenza all’interno dell’icona. Il volto di Cristo, ad esempio, è affiancato dalle lettere IC XC (forma greca abbreviata di “Gesù Cristo”) o dalle lettere O Ω N (“colui che è”) o dalle scritte “onnipotente”, “datore di vita”. Maria è invece accompagnata dalle lettere ΜΡΘΥ (forma greca abbreviata di “Madre di Dio”) o dalla scritta “Vergine Madre”. Sempre in considerazione di un forte simbolismo, anche i colori assumono importanza fondamentale. Il blu è il colore del cielo, della trascendenza e quindi rimanda al mistero della vita divina; per questo Gesù e Maria indossano spesso un mantello blu scuro. Il rosso, tinta regale per eccellenza, è anche il colore del sangue e richiama il martirio di Cristo e dei primi cristiani. È dunque diventato simbolo di umanità e di sacrificio; le vesti di Gesù e di Maria spesso sono rosse. La porpora (un rosso cupo tendente al violaceo) è un colore sacerdotale e imperiale, e indica sovranità. Il bianco è il colore della purezza e dell’armonia. Il verde, colore dell’erba e delle foglie, quindi della natura, simboleggia la crescita e la fertilità (e dunque la speranza). Nelle icone sono verdi (e rosse) le vesti dei martiri. Il marrone richiama la terra e la densità della materia.

Le icone mariane

Le icone della Madonna sono state da sempre oggetto di grande venerazione e per questo motivo risultano le più diffuse. Le tre iconografie più importanti che riguardano la Madre di Dio sono: la Madonna Glykophilousa, cioè la Madonna della Tenerezza, in affettuoso colloquio con il figlio; la Madonna Hodeghetria (o Odigitria), ossia la Madonna che indica al fedele il Bambino come via per la salvezza; la Galaktotrophoùsa o Madonna del Latte, mostrata mentre sta allattando il Bambino. Grazie alla circolazione delle icone, tutti questi tipi iconografici si diffusero anche in Occidente e influenzarono profondamente lo sviluppo della pittura su tavola, soprattutto a partire dal XII secolo.

Correlato:  Il Cristo in trono di Santa Pudenziana a Roma

La Madonna di Vladimir, nota anche come Theotokos di Vladimir o Madre di Dio della Tenerezza, è una icona bizantina del XII secolo che mostra Maria a mezzo busto, con il Bambino in braccio. La madre reclina delicatamente la testa alla sua destra, verso il Figlio che accosta la propria guancia alla sua, abbracciandola. La Madonna sorregge Gesù con la mano destra mentre con la sinistra lo mostra al fedele. Da questo eccezionale modello sono state prodotte, in Russia, numerose varianti, alcune delle quali in tempi ancora recenti.

Madonna di Vladimir nota anche come Theotokos di Vladimir o Madre di Dio della Tenerezza, XII sec. Tempera su tavola, 104 × 69 cm. Mosca, Galleria Tretjako.
La teologia dell’icona

Nelle icone, Cristo, Maria e i santi sembrano concepiti fuori dal tempo e dallo spazio, hanno i volti trasfigurati di chi ha abbandonato la dimensione terrena e vive in uno stato di purezza e perfezione, condizione propria di chi può accedere alla sfera del divino. Mostrandoci i volti così rappresentati, ogni icona esprime prima di tutto un messaggio di salvezza. Per questa ragione le icone sono destinate al fedele che in forza della sua fede sa coglierne l’essenza. Non possono dunque considerarsi dei semplici dipinti: non rappresentano figure reali; si identificano, invece, con una “finestra” che concede, a chi la guarda e la venera, l’accesso a un mondo tutto spirituale. Il teologo e dottore della Chiesa san Giovanni Damasceno (676-749) sosteneva che ogni icona è «come riempita di energia e di grazia», è partecipazione entitativa al corpo di Cristo e della Vergine, che trasmettono la loro santità alla materia con cui sono dipinti. Insomma, le icone, per la storia del cristianesimo, sono state (e per tanti fedeli ancora sono) molto più che semplici quadri. Nel presentare un personaggio o un avvenimento, richiamano colui o coloro che raffigurano. Sono una sorta di teofania, di manifestazione divina: costituiscono dunque una presenza e creano un legame concreto, tangibile, tra il fedele e la divinità. Alcune icone sono, ancora oggi, oggetto di straordinaria devozione.

Correlato:  Il Cristo in trono di Santa Pudenziana a Roma

È il caso della cosiddetta Madonna Nera di Czestochowa, in Polonia, che ogni anno è visitata da milioni di pellegrini. Si tratta di un dipinto bizantino su legno, posteriore al VI secolo, che rappresenta una Vergine Odigitria (‘che indica e guida lungo la strada’). Maria tiene in braccio il Bambino benedicente, e lo mostra al fedele. Lo sguardo della Madre è fisso sul pellegrino, che in lei cerca protezione. Una leggenda vuole che questa icona sia stata dipinta da san Luca Evangelista, il quale avrebbe direttamente ritratto la Madonna. Il nome dell’opera deriva dal particolare colore scuro della pelle di Maria e del Bambino, che forse è frutto di un’alterazione dei colori. Tuttavia, potrebbe trattarsi di una precisa scelta iconografica dell’anonimo artista: d’altro canto, sono assai diffuse (soprattutto nel Sud Italia) le immagini della Vergine dalla pelle olivastra. Una possibile interpretazione è che il colore scuro del corpo renda più labile la natura terrena dei personaggi sacri (i quali, nell’immaginario collettivo, erano bianchi e non di colore) e accentui la loro natura spirituale.

Madonna Nera di Czestochowa, VI-IX sec. Tempera su tavola. Santuario di Czestochowa, Polonia.
Il volto di Cristo

Già dal VI secolo, le icone fissarono anche le caratteristiche somatiche del Cristo (volto ovale, lunghi capelli sciolti, naso sottile, barba scura), in modo da farne quasi un ritratto che lo rende ancora ai nostri occhi immediatamente riconoscibile. Il Cristo benedicente del Monastero di Santa Caterina del Sinai è una delle icone più antiche e sicuramente la più importante tra quelle che si sono conservate. L’immagine di Gesù ha chiaramente intenti ritrattistici e cerca di esprimere la sua divinità mettendo in evidenza anche il suo carattere umano. Cristo, dai capelli lunghi, ben pettinati e ricadenti sulle spalle, presenta lineamenti severi ma paterni, occhi grandi, un corpo possente. La sua mano destra è in atto di benedizione, mentre la sinistra tiene il libro del Nuovo Testamento.

Correlato:  Il Cristo in trono di Santa Pudenziana a Roma
Cristo benedicente, VI sec. Encausto su tavola, 84,5 x 44,3 cm. Monastero di Santa Caterina del Sinai, Egitto.

Questa icona del Sinai, secondo alcuni studiosi ricavata direttamente dalla Sacra Sindone, è un modello autorevolissimo dal quale nessun pittore successivo si è mai discostato. Come se si trattasse di un ritratto di Cristo che nessuno ha più messo in discussione; non a caso tutte le raffigurazioni posteriori di Gesù, pure quelle più stilizzate, ne ripropongono sostanzialmente i tratti somatici, al punto che dalla sovrapposizione di molte immagini, anche lontane nel tempo, si è potuto verificare che i rapporti proporzionali che legano occhi, naso, bocca e mento restano identici.

Cristo Salvatore del Chilandari, XIII sec. Tempera su tavola. Monastero di Hilandar sul Monte Athos, Grecia.
Le immagini acheropite e l’arte

Sappiamo che durante i primi secoli del Cristianesimo furono oggetto di venerazione certe immagini di Gesù dette “acheropite”, che in greco significa ‘non fatte da mano umana’, perché ritenute miracolosamente create e come tali indiscutibili. Esse riportavano, vuole la tradizione, la vera immagine del Sacro Volto, erano la “vera icona”. Come se si fosse trattato di fotografie del Messia, in un’epoca in cui, evidentemente, la fotografia non esisteva ancora. Erano (con parsimonia) mostrate agli artisti perché venissero riprodotte, e perché quella sacra immagine fosse diffusa.

L’acheropita più autorevole e importante, secondo le fonti, era il cosiddetto Mandylion (‘fazzoletto’, in siriaco) un telo che riportava impressa l’impronta del volto di Cristo, prima conservato a Edessa (attuale Urf, in Turchia), poi venerato a Costantinopoli e infine trafugato durante la quarta crociata del XIII secolo. Alcuni studiosi sono convinti che il Mandylion fosse, in realtà, la Sacra Sindone oggi conservata a Torino, e che quindi non andò distrutto, non venne disperso ma semplicemente, dopo il furto di Costantinopoli, passò di mano in mano per ricomparire in Francia, nella metà del XIV secolo. Che la Sindone fosse in realtà il Mandylion non è, crediamo, in alcun modo dimostrabile, almeno non in modo definitivo; tuttavia l’ipotesi resta avvincente. Se fosse vero, la Sindone potrebbe essere una delle prime, se non la prima e principale fonte iconografica del volto di Cristo, dalla quale tutte le altre, a partire dall’icona del Sinai, proverrebbero.

Volto di Cristo Acheiropoietos, XII sec. Tempera su tavola, 71 x 77 cm. Mosca, Museo Tretyakov.
Condividi con gli amici:
Facebooktwitterlinkedinmail


Previous Next

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cancel Pubblica il commento

keyboard_arrow_up