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Iconografia di Cristo
Il volto umano di Dio.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il sistema dell'arte – Data: Maggio 15, 2025 0 commenti 19 minuti
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Introduzione

Cristo è il protagonista del Nuovo Testamento nonché fondatore del Cristianesimo, secondo il quale egli è il Figlio di Dio, il Messia, venuto sulla Terra per liberare l’umanità dalla schiavitù del peccato. Per le principali confessioni religiose cristiane è dunque la seconda persona della Trinità, assieme al Padre e allo Spirito Santo: è «vero Dio e vero uomo». Secondo gli ebrei egli fu un predicatore errante ma non il Messia: dunque non compì miracoli, non risorse, non ascese al cielo. Secondo i musulmani fu un grande profeta, che preparò l’avvento di Maometto.

Ebrei e musulmani, insomma, non ne riconoscono la divinità. Gesù (Iésous in greco, Joshua in ebraico) è anche una figura storica, la cui reale esistenza è stata confermata da fonti non cristiane. Nacque, secondo la tradizione, a Betlemme, uno sperduto villaggio della Galilea, nell’anno 753 dalla fondazione di Roma, che corrisponde all’anno zero dell’era cristiana. Recenti studi hanno portato ad anticipare la sua nascita al 6-7 a.C. Cresciuto nel suo villaggio, Nazareth, assieme alla madre Maria e al padre putativo Giuseppe, iniziò a predicare intorno al 27 d.C, per tre anni.

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Dotato di carisma straordinario, riconosciuto dai suoi seguaci come il Cristo, colui che avrebbe riportato la giustizia nel mondo, celebrò l’amore e l’uguaglianza fra gli uomini, alimentando la speranza in una vita migliore. All’età di trentatré anni (secondo la tradizione, ma verso il 30 d.C. secondo studi più recenti, quindi a 36 o 37 anni) venne processato e condannato a morte dai Romani, con l’accusa di essersi proclamato re dei Giudei, e giustiziato mediante crocefissione. È stata proposta come possibile data il 7 aprile. Tre giorni dopo, secondo quanto testimoniato dai suoi discepoli, risorse, apparendo a più persone nel corso del mese successivo.

La sua vita e le sue opere furono narrate nei quattro Vangeli canonici, riconosciuti dalla Chiesa come fonte ufficiale cui far risalire tutte le informazioni relative al suo insegnamento e alla sua esistenza. Inizialmente i suoi seguaci, i cristiani, costituirono solo una piccola setta, formatasi in seno all’ebraismo e perseguitata anche in Palestina; ma in breve tempo, grazie soprattutto alla testimonianza degli apostoli, le parole dei Vangeli iniziarono a diffondersi nei territori dell’Impero romano.

Masaccio, La Trinità, 1427. Affresco, 6,67 x 3,17 m. Firenze, Basilica di Santa Maria Novella.

Appellativi di Gesù

Il più comune appellativo di Gesù è Cristo, dal greco Christòs, che vuol dire ‘l’unto’, ‘il consacrato’, con il significato di ‘scelto, eletto da Dio’. È un equivalente di Messia (Masiah in ebraico), che all’epoca di Gesù era il tanto atteso inviato di Dio, annunciato dai profeti dell’Antico Testamento, che avrebbe assicurato al popolo ebraico, il «popolo eletto», la gloria su tutti gli altri popoli (interpretata come riscatto sociale e politico dalla dominazione romana). Secondo gli autori del Nuovo Testamento, Gesù era chiamato Maestro dai discepoli e dagli apostoli.

Sempre nel Nuovo Testamento, in particolare negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere degli Apostoli, Cristo è appellato come Signore, equivalente dell’ebraico Yahweh (YHWH), in quanto Figlio di Dio e con egli identificato. Cristo viene spesso chiamato anche Redentore, in quanto è colui che redime, ossia che libera qualcuno da ciò che gli porta dolore, umiliazione, svantaggio. Cristo, redentore per antonomasia, ha liberato l’umanità dalla schiavitù del peccato per mezzo del proprio sacrificio.

I cristogrammi

Il nome di Cristo è talvolta sostituito da singole lettere o combinazioni di lettere dell’alfabeto greco o latino, che formano abbreviazioni o acronimi. Si chiamano, genericamente, cristogrammi e sono di origine bizantina o medievale.

Il monogramma XP è composto dalla sovrapposizione delle lettere dell’alfabeto greco X e P, “chi” e “rho” (X equivale a “ch” nell’alfabeto latino e P indica il suono “r”), le prime due della parola “Cristo” in greco. Su una tomba, questo monogramma indicava che il defunto era cristiano.

Il trigramma IHS è nuovamente ricavato dal nome greco di Gesù, ΙΗΣΟΥΣ (Iesoùs). A causa della lettura di H (η) come h, del nome in minuscolo Ιησοῦς, che si trova in manoscritti greci e in iscrizioni, IHS è interpretato anche come acronimo della frase Jesus Hominum Salvator (‘Gesù salvatore degli uomini’).

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Il nome di Gesù Cristo è anche sintetizzato nell’acronimo IC XC, che deriva dal greco ΙΗΣΟΥΣ ΧΡΙΣΤΟΣ (Ιησούς Χριστός), cioè Iesoùs Christos. IC sono la prima e l’ultima lettera di Ιησούς, Gesù, e XC la prima e l’ultima di Χριστός, Cristo. Il sigma greco minuscolo ς, scritto nella sua forma lunata, ricorda la lettera latina C. Compare molto spesso nelle icone bizantine ortodosse e in certe iconografie di Cristo da queste derivate, dove il cristogramma può essere diviso in “IC” nella parte sinistra dell’immagine e “XC” nella parte destra.

Infine, INRI è il titulus crucis, ossia l’acronimo ottenuto dalla frase latina Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, che significa: Gesù Nazareno, re dei giudei.

Monogramma di Cristo, Croce X e P (“chi” e “rho”).
Trigramma di Cristo IHS.

Il Cristianesimo

Dalla parola Cristo deriva il termine Cristianesimo, la dottrina proclamata da Gesù, che può riassumersi nel precetto dell’amore verso Dio e verso il prossimo, fu accolta in un primo tempo solo dai diseredati e dalle classi sociali più umili; tuttavia, essa rivelò una forza di penetrazione straordinaria. La parola di Gesù puntò a capovolgere tutti i valori morali su cui prima si basava la società civile. Molti attendevano da tempo il nuovo regno d’amore che Cristo prometteva, un mondo di uguaglianza dove nessun uomo avrebbe più prevaricato su un altro uomo.

Giovanni Lanfranco, Moltiplicazione dei pani e dei pesci, 1624-25. Olio su tela, 229 x 426 cm. Dublino, National Gallery.

La prima iconografia di Cristo

Gesù è il protagonista indiscusso dell’arte cristiana. I Vangeli canonici e i Vangeli apocrifi hanno fornito materiale per elaborare decine di soggetti che lo riguardano. Le prime testimonianze cristiane che lo raffigurano furono immagini incise o dipinte ad affresco sulle pareti delle catacombe. Realizzate con uno stile semplice e quasi elementare, molto simile a quello della contemporanea arte romana tardoantica, erano spesso simboliche, perché nascondevano significati legati alla nuova religione. L’arte era, insomma, una sorta di linguaggio segreto: i cristiani, che all’epoca erano perseguitati, se ne servivano per diffondere il loro messaggio. Nelle prime raffigurazioni, Cristo non venne raffigurato in forma umana, essendo l’arte cristiana, agli esordi, aniconica come quella ebraica, con il divieto di mostrare Dio come uomo, alla maniera dei pagani.

Tra i simboli usati per alludere a Cristo, il più diffuso e immediatamente comprensibile è, sin dalle origini del Cristianesimo, il pesce. La parola greca “pesce”, infatti, è un acrostico formato con le iniziali dell’espressione greca ᾿Ιησοὸς Χριστὸς Θεοῦ υἱὸς Σωτήρ, “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”. Nello specifico, il termine ichthỳs (nella grafia greca del tempo ΙΧΘΥΣ, oppure anche ΙΧΘΥϹ con il sigma lunato) è la traslitterazione in caratteri latini della parola in greco antico: ἰχθύς, “pesce” (Iesoús = Gesù, Christós = Cristo, Theoú = di Dio, Yiós = Figlio, Sotér = Salvatore).

Forma schematizzata del pesce, simbolo di Cristo, con l’acrostico greco ΙΧΘΥΣ (ichthýs).
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La vite simboleggia il legame con Cristo, che ha detto: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). L’agnello, una creatura pura, che a quei tempi veniva uccisa in occasione dei sacrifici rituali, rappresenta il sacrificio di Cristo e richiama il momento della Pasqua ebraica, durante la quale si ricordava la liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù d’Egitto. Cristo cominciò a essere rappresentato in forma umana attraverso la figura del Buon Pastore, che porta un agnello sulle spalle. Nel Vangelo, infatti, Gesù paragona sé stesso a un buon pastore che va a cercare la pecorella smarrita, cioè il peccatore.

Agnello che benedice i pani, metà del IV sec. Affresco. Roma, Catacombe di Commodilla.

Il volto di Gesù

Non si conosce con esattezza l’aspetto fisico di Gesù. Né i Vangeli né gli altri scritti del Nuovo Testamento descrivono il Messia. Inizialmente, nelle prime opere d’arte cristiane, si affermò il tipo fisico del Cristo imberbe, simbolo di giovinezza e di bellezza apollinea. Questa specifica iconografia, sebbene mai del tutto abbandonata, costituisce, nell’insieme delle raffigurazioni di Gesù, più l’eccezione che la regola.

Già nel IV secolo, infatti, prevalse il tipo del Cristo barbuto, considerato più autorevole e soprattutto più rispondente alla realtà, sulla scorta dell’unica informazione evangelica. Intorno al VI secolo, i tratti somatici del Messia furono codificati rigorosamente e definiti secondo un modello iconografico che non subì più alcuna modifica. Gesù ha il viso lungo e un po’ scavato, naso sottile, lunghi capelli divisi al centro e raccolti dietro le spalle, barba appuntita. Non solo i singoli dettagli del volto ma persino le proporzioni fra le varie parti furono sostanzialmente mantenuti immutati.

Cristo benedicente, VI sec. Encausto su tavola, 84,5 x 44,3 cm. Monastero di Santa Caterina del Sinai, Egitto.
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Attributi iconografici

Gi attributi iconografici più specifici di Cristo sono le stigmate (o stimmate), ossia le ferite provocate dalla crocifissione: i buchi alle mani e ai piedi e la ferita al costato destro, in genere mostrata sanguinante. Gesù ha il volto circondato da un’aureola, in quanto santo. A differenza di quelle degli altri personaggi sacri cristiani, la sua divenne crociata a partire dal V secolo d.C. Le prime raffigurazioni di Cristo, infatti, mostrano un’aureola semplice, costituita da un disco dorato. L’aureola crociata, che porta disegnata una croce inscritta, è un attributo esclusivo di Gesù, così come la corona di spine, che gli venne posta sul capo dopo la Flagellazione e durante la Crocifissione.

Antonello da Messina, Ecce homo (Cristo alla colonna), 1473. Olio su tavola, 48,5×38 cm. Piacenza, Collegio Alberoni.

La mandorla

Cristo è spesso interamente circondato da una mandorla. È, questa, un simbolo molto diffuso nell’arte, soprattutto medievale. Nota pure come vesica piscis (letteralmente, vescica di pesce in latino), si ottiene intersecando due cerchi dello stesso raggio, in modo tale che il centro di ogni cerchio si trovi sulla circonferenza dell’altro, creando la tipica forma a mandorla (detta anche “amigdala”). In realtà, abbiamo anche mandorle che presentano forme più tondeggianti. Talvolta, la mandorla di Cristo è segnata dall’arcobaleno. Spesso Gesù è mostrato benedicente con la mano destra; nella mano sinistra tiene un libro o un rotolo, che simboleggiano la Parola di Dio di cui egli è portatore o più nello specifico i Vangeli.

Antica raffigurazione di una vesica piscis o mandorla. Il rapporto tra la sua altezza e la sua larghezza è pari alla radice quadrata di 3, ossia 1.7320508. Questo numero irrazionale, già sacro per i filosofi pitagorici, era chiamato “la misura del pesce”.
Cristo in mandorla, da una miniatura medievale.

Il simbolo della mandorla è tipico di Cristo ma è associato anche ad altre due figure sacre: Dio Padre e, più raramente, la Vergine. La mandorla, infatti, rappresenta, schematicamente, la luce divina emanata dai loro corpi. Tuttavia, riveste anche altri significati. Per la sua forma di seme allude alla Vita e quindi è normale associarla a Colui che è “Via, Verità e Vita”. Essendo ottenuta dall’intersezione di due cerchi, richiama sia la doppia natura di Cristo, che è Dio e Uomo allo stesso tempo, sia, più in generale, l’incontro fra due dimensioni differenti, quella terrena e quella spirituale. In alcune miniature del periodo Carolingio e Ottoniano, Cristo è raffigurato dentro due cerchi, uno sopra e l’altro sotto.

Vitale da Bologna, Cristo in mandorla, metà del XIV sec. Affresco. Codigoro (Ferrara), Abbazia di Pomposa.

Gli abiti di Gesù

Nelle icone e nelle raffigurazioni che ad esse si ispirano, Gesù indossa, solitamente, una tunica rossa ed è coperto da un mantello blu. Ciò avviene sia nell’arte dell’Oriente bizantino sia in quella dell’Occidente latino. La scelta di questi colori è sempre legata a significati simbolici che alludono alla duplice natura, divina e umana, di Cristo. Tuttavia, il loro significato non è identico nelle due tradizioni cristiane, anzi si sviluppa in modo diverso tra Oriente e Occidente. Nella tradizione bizantina orientale, il rosso, che è un colore regale, indica la natura divina di Gesù: simboleggia la sua gloria, la luce increata, il fuoco dello Spirito.

Il blu, invece, simboleggia la sua natura umana, il mistero della carne assunta, essendo il colore del mondo creato (l’acqua, il cielo visibile o “cielo basso”) e quindi dell’esperienza sensibile. Cristo rappresentato con tunica rossa (natura divina) e mantello blu (natura umana) è in prima istanza Dio che si è fatto uomo, il Verbo eterno che si riveste della nostra condizione materiale. Nel mondo occidentale latino, invece, questi significati sono invertiti: il rosso (colore del sangue e della carne) indica la natura umana di Cristo e ricorda la sua Passione e il suo sacrificio, mentre il blu (colore del cielo e della trascendenza) allude alla sua natura divina. In questo caso, insomma, è l’umanità di Cristo a risultare essenziale, concreta, risultando, però, come trasfigurata dalla sua dimensione divina, dalla sua origine celeste. Cristo è profondamente uomo, al punto da condividere in tutto la nostra condizione umana, fino alla morte. Questo particolare uomo, tuttavia, incarna l’essenza stessa di Dio. Egli è l’uomo perfetto, ammantato di trascendenza.

In Italia, l’arte medievale venne profondamente influenzata dalla cultura bizantina, soprattutto in certi territori; è quindi dal contesto in cui venne prodotta o in cui viene presentata una certa immagine di Cristo che si deve comprendere (e non sempre ciò risulta immediato) se dobbiamo fare riferimento ai significati simbolici orientali oppure occidentali. In genere, però, in Europa tende a prevalere la simbologia occidentale, anche quando l’immagine è palesemente derivata dall’iconografia bizantina. Quindi: rosso = natura umana, blu = natura divina.

Tiziano, Cristo della moneta, 1516. Olio su tavola, 75 x 56 cm. Dresda, Gemäldegalerie Alte Meister.
Ivan Nikolaevič Kramskoj, Cristo nel deserto, 1872. Olio su tela. Mosca, Galleria Tretyakov.

In alcune raffigurazioni, Cristo è mostrato vestito di bianco, per indicare la sua purezza, soprattutto nelle scene della Trasfigurazione e della Resurrezione, oppure la sua innocenza, durante il processo in cui venne condannato. Talvolta, Gesù indossa abiti porpora e oro, che sono colori imperiali, a indicare che egli è il sovrano dell’Universo. Quando è mostrato assiso in trono come Re dei Re o Giudice supremo, Cristo veste solitamente di rosso: in questo caso, tale colore fa riferimento unicamente alla sua regalità.

Beato Angelico, Trasfigurazione, 1438-40. Affresco, 189×159 cm. Firenze, Museo Nazionale di San Marco.
Duccio di Boninsegna, Cristo di fronte a Pilato, 1308-11. Dalla Maestà del Duomo. Tempera su tavola, 50 x 57 cm. Siena, Museo dell’Opera del Duomo.
Cristo condotto in giudizio, VI sec. Mosaico. Ravenna, Sant’Apollinare Nuovo.

Cristo Maestro di Verità

Esistono diverse iconografie di Gesù. Una tra le più antiche è quella di Cristo Maestro di Verità, risalente al primo Cristianesimo e affermatasi sul finire del II secolo e agli inizi del III secolo. Questa immagine, detta anche di “tipo realistico”, fu desunta dall’iconografia pagana del filosofo attorniato dai suoi discepoli. Gesù Cristo, vero filosofo, autentico detentore della Verità, è mostrato in mezzo agli apostoli vestito di un lungo abito talare. Può essere imberbe oppure barbuto, ma ha sempre lunghi capelli inanellati. Talvolta tiene il libro dei Vangeli nella sinistra mentre benedice con la destra.

Cristo insegna tra gli apostoli, IV sec. Pittura murale. Roma, Catacombe di Domitilla.
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Cristo Re

Altra iconografia di Cristo risalente al primo Cristianesimo è quella del Cristo Re, comparsa nella seconda metà del IV secolo, quando durante il regno di Teodosio la religione cristiana divenne ufficiale. La tipologia rappresentativa del Cristo Re è l’espressione della Maiestas Domini, la ‘maestà divina’. In una sostanziale identificazione con l’immagine imperiale, Gesù è rappresentato austero e maestoso, seduto sul trono o in piedi, ma sempre in posizione rigida e perfettamente frontale, talvolta circondato dalla sua corte celeste (composta di apostoli, angeli e santi) e affiancato dal Tetramorfo.

Cristo re, IV sec. Pittura murale. Roma, Catacombe di San Callisto.
Cristo Re, particolare da Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Facciata del polittico aperto. Olio su tavola. Gand, Saint-Bavon.

Cristo in trono

Una leggera variante iconografica del Cristo Re è quella del Cristo in trono o Cristo in Gloria, in cui Gesù è rappresentato seduto su un trono (o sull’arcobaleno, simbolo dell’alleanza fra Dio e gli uomini). Spesso ha la mano del Padre posata sul capo. Talvolta Cristo è affiancato da angeli oppure da Maria, san Giovanni Evangelista, gli altri apostoli e i santi, che compongono un vero e proprio tribunale celeste. Gesù, la cui figura ha talvolta proporzioni maggiori rispetto alle altre, è frontale, tiene i palmi delle mani aperti e mostra i segni dei chiodi, indicando che la salvezza passa attraverso la sua Passione, Morte e Resurrezione.

Cristo in Gloria, dall’Altare del duca Ratchis, 734-744. Pietra d’Istria, 1,44 x 0,90 m. Cividale del Friuli.
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Cristo in trono, fine IV sec. Mosaico. Roma, Basilica di Santa Pudenziana, catino absidale.
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Cristo Cosmocràtore

Una iconografia altomedievale molto importante è quella del Cristo Cosmocràtore, dal greco, ‘padrone del mondo’. Gesù, talvolta racchiuso in una mandorla di luce, domina sul creato, sintetizzato nella forma di un cerchio o di un globo, in genere azzurro, che rappresenta il cielo. L’immagine è ispirata più precisamente a un versetto dell’Antico Testamento che recita: «Il cielo è il mio trono, e la terra sgabello per i miei piedi». Il Cristo Cosmocràtore è spesso circondato da angeli. Una sua variante è quella del Cristo Cronocràtore (‘padrone del tempo’), un Cosmocràtore circondato dalle allegorie dei dodici mesi o delle quattro stagioni.

Cristo Cosmocratore, prima metà del VI sec. Mosaico. Ravenna, Chiesa di San Vitale.

Cristo Pantocràtore

Quella del Cristo Pantocràtore è una delle più importanti e autorevoli rappresentazioni di Gesù che l’arte romanica abbia prodotto. Pantocràtore, dal greco pantokràtor, vuol dire letteralmente ‘signore di ogni cosa, onnipotente’. È l’immagine del Cristo benedicente, re del mondo, ispirata a un versetto del profeta Isaia che recita: «Il cielo è il mio trono, e la terra sgabello per i miei piedi, dice il Signore Pantocràtore». Emblema di maestà, potenza e sacralità, l’immagine del Cristo Pantocratore nasce in ambito paleocristiano ma si diffonde soprattutto con l’arte bizantina dopo il X secolo.

Nella tipica iconografia del Pantocràtore, la figura di Cristo è limitata al solo busto ed è collocata solitamente al centro della cupola o nel catino absidale, elementi architettonici che simbolicamente raffigurano il Cielo. Indossa una veste rossa e un mantello blu. Accanto alla sua testa, si trova spesso in lettere greche l’abbreviazione del nome: Iesoùs Christòs. Gesù ha il volto barbuto e i capelli lunghi; la sua grande aureola è crociata, per alludere alla sua funzione vivificatrice, e gemmata, in omaggio alla sua regalità. Egli tiene il Vangelo, chiuso o aperto, con la mano sinistra, mentre la destra è benedicente.

Cristo Pantocratore, 1180-90. Mosaico absidale. Duomo di Monreale (Palermo).

Cristo Giudice

Quella del Cristo Giudice è una rappresentazione di Gesù nel contesto del Giudizio Universale. Il Redentore, mostrato al centro della scena, seduto sul trono oppure in piedi, con le stigmate bene in evidenza e l’espressione severa, emette con gesti solenni (in genere ha la mano destra alzata) il giudizio supremo, separando gli eletti dai dannati: ai primi indica il Paradiso, mentre lascia i secondi in preda ai diavoli che li trascinano all’Inferno. Gesù è circondato da angeli, santi e apostoli che partecipano con lui al Giudizio. Talvolta lo affianca la Madonna. Il Giudizio Universale è un Dogma cattolico che si fonda su alcune affermazioni del Nuovo Testamento, contenute nei capitoli 24 e 25 del Vangelo di Matteo e nel capitolo 20 dell’Apocalisse.

Il concetto di Giudizio Universale è adombrato anche nell’Antico Testamento, in particolare nel Libro di Isaia, in cui si fa riferimento all’intenzione di Dio di rifondare l’universo. Si tratta di un giudizio solenne durante il quale Dio, alla fine del mondo, manifesterà davanti a tutta l’umanità i meriti e i demeriti di ognuno. Secondo la profezia evangelica, Cristo avrà davanti a sé tutti i popoli, dopo la resurrezione dei morti; li giudicherà e porrà i buoni alla sua destra e i cattivi alla sua sinistra: i primi saranno accolti in Paradiso assieme a Dio, i secondi saranno condannati al supplizio del fuoco eterno (Inferno).

Cristo Giudice da Giotto, Giudizio Universale, 1303-5. Affresco. Padova, Cappella degli Scrovegni.


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