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L’iconografia medievale del Cristo
Dalle catacombe ai mosaici agli affreschi gotici.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in L’età altomedievale – Data: Gennaio 29, 2024 3 commenti 15 minuti
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La prima arte cristiana, quella delle catacombe, fu interessata solo per breve tempo dal problema dell’aniconismo, ossia del divieto ebraico a rappresentare Dio in forma umana. Il Dio degli ebrei era puro spirito ma Cristo era Dio incarnato, un vero uomo che aveva vissuto e sofferto il supplizio della croce “vincendo” poi la morte grazie alla sua natura divina. «Il Dio invisibile si è fatto visibile in Cristo», afferma san Paolo nella sua Lettera ai Colossesi (1, 15). Gesù conciliava nella sua persona il finito con l’infinito: rappresentarlo come uomo non comportava necessariamente un pericolo di idolatria.

Catacombe di Commodilla, IV sec. Roma.

Il Buon Pastore

La prima raffigurazione di Gesù in forma umana, sia pure di natura ancora simbolica, fu quella del Buon Pastore, un semplice ragazzo che porta una pecora (talvolta un agnello) sulle spalle, abbigliato con una veste corta e i calzari, talvolta con il flauto di Pan in mano. La sua immagine è legata alla parabola del Buon Pastore e della pecorella smarrita (allegoria del Cristo che va incontro al peccatore pentito). Questo motivo iconografico è molto importante nella storia dell’arte cristiana, perché è la prima volta in cui Gesù viene presentato in carne ed ossa e non attraverso il ricorso a simboli animali o vegetali. Uno dei più antichi esempi del Buon Pastore è un dipinto del II secolo realizzato nelle Catacombe di San Callisto.

Buon Pastore, II sec. Pittura murale. Roma, Catacombe di San Callisto.

Assai famosa è l’immagine del Buon Pastore scolpita tra la fine del III e i primi anni del IV secolo, un tempo parte di un sarcofago e oggi nei Musei Vaticani. Nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, Cristo è raffigurato come Buon Pastore, circondato dalle sue pecore. In questo caso, l’immagine non è solamente simbolica e l’identificazione con il Messia è chiara, essendo egli dotato di aureola e di un grande bastone crociato cui si appoggia.

Buon Pastore, fine III-inizio IV sec. d.C. Marmo, altezza 92 cm. Roma, città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Pio Cristiano.
Cristo come Buon Pastore, prima metà del V sec. Mosaico. Ravenna, Mausoleo di Galla Placidia.

Il Cristo imberbe

I Vangeli e le altre fonti non ci hanno tramandato un ritratto di Gesù, né precise indicazioni sul suo aspetto fisico. Così, quando comparvero le prime esplicite rappresentazioni del Cristo come maestro, ossia del Cristo-docente seduto tra gli apostoli, o che compie i miracoli, gli artisti scelsero di mantenere l’iconografia classica del giovane senza barba, ispirata all’ideale greco della bellezza. Il Cristo imberbe, che rimanda al tipo apollineo, era infatti simbolo dell’eterna giovinezza, della vita che vince la morte.

Cristo insegna tra gli apostoli, IV sec. Pittura murale. Roma, Catacombe di Domitilla.

Questa particolare iconografia di Gesù non ebbe grande successo se non nei primi secoli del Cristianesimo, perché venne presto soppiantata da quella di Cristo con la barba. Tuttavia, non tramontò mai del tutto. È, per esempio, imberbe il Cristo che divide le pecore dai capretti, nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, così come il Cristo Cosmocratore della Chiesa di San Vitale, sempre a Ravenna, entrambi della prima metà del VI secolo. È imberbe anche il Cristo in gloria dell’Altare del Duca Ratchis, opera longobarda dell’VIII secolo. In tempi più recenti, ricordiamo il Cristo Giudice del Giudizio Universale di Michelangelo nella Sistina e il Cristo della Cena di Emmaus di Caravaggio oggi alla National Gallery di Londra.

Cristo che divide le pecore dai capretti, particolare, 500-526 ca. Mosaico, Ravenna, Basilica di Sant’Apollinare Nuovo.
Cristo Cosmocratore, prima metà del VI sec. Mosaico. Ravenna, Chiesa di San Vitale.
Cristo in gloria, dall’Altare del duca Ratchis, 734-744. Pietra d’Istria, 1,44 x 0,90 m. Cividale del Friuli.

Il Cristo barbato

Sul finire del II secolo e agli inizi del secolo successivo, si diffuse l’immagine, senza dubbio più autorevole, del cosiddetto Cristo barbato (cioè con la barba), vestito con un lungo abito talare. Questo particolare modo di rappresentare Gesù, detto anche del Cristo filosofo, fu certamente desunto dall’iconografia pagana del filosofo attorniato dai suoi discepoli; era considerato anche più rispondente al suo possibile aspetto fisico reale. Già nella pittura delle catacombe si può ritrovare la prima iconografia del Cristo re, espressione della Majestas Domini, la ‘maestà divina’.

Cristo re, IV sec. Pittura murale. Roma, Catacombe di San Callisto.

Nella seconda metà del IV secolo, quando durante il regno di Teodosio la religione cristiana divenne ufficiale, e in una sostanziale identificazione con l’immagine imperiale, Gesù è sempre rappresentato in questa forma, seduto o in piedi, ma sempre in posizione perfettamente frontale, a rendere evidente il suo status non solo divino ma di imperatore dell’Universo. È il caso del Cristo in trono della Basilica di Santa Pudenziana a Roma, risalente al IV secolo e quindi una delle più antiche dell’intero periodo paleocristiano.

Cristo in trono, fine IV sec. Mosaico. Roma, Basilica di Santa Pudenziana, catino absidale.

Icone e attributi iconografici di Cristo

In età bizantina si affermò il genere pittorico dell’icona (dal greco èikon, ‘immagine’), un tipo di raffigurazione sacra dipinta su legno, a volte arricchita con lamine d’oro, argento o altro metallo o decorata con pietre preziose e smalti. Le icone rappresentano prevalentemente figure sacre, come il Cristo benedicente e la Vergine con Gesù Bambino in braccio. Questi personaggi, i cui tratti somatici sono resi con un linguaggio piuttosto stilizzato, sono accompagnati da lettere o scritte che ne certificano l’identità.

Il volto di Cristo, ad esempio, è affiancato dalle lettere IC Σ XC Σ (forma greca abbreviata di “Gesù Cristo”) o dalle lettere O Ω N (“colui che è”) o dalle scritte “onnipotente”, “datore di vita”. Sin dal VI secolo, le caratteristiche somatiche del Cristo divennero molto specifiche e determinate: volto ovale, lunghi capelli sciolti, naso sottile, barba scura. Il Cristo benedicente del Monastero di Santa Caterina del Sinai, una delle icone più antiche, ha chiaramente intenti ritrattistici e cerca di presentare con realismo il volto di Gesù, che non sarebbe stato lasciato alla libera interpretazione degli artisti.

Cristo benedicente, VI sec. Encausto su tavola, 84,5 x 44,3 cm. Monastero di Santa Caterina del Sinai, Egitto.

Nelle icone e nelle raffigurazioni che da queste derivano, Gesù presenta specifici attributi iconografici. I suoi abiti, per esempio, sono rossi e blu: infatti il rosso, tinta regale per eccellenza, è anche il colore del sangue, richiama il martirio di Cristo, è simbolo di umanità e di sacrificio; il blu, invece, è il colore del cielo, della trascendenza e rimanda al mistero della vita divina.Cristo tiene, solitamente, un libro con la mano sinistra (identificabile con il Nuovo Testamento) mentre con la destra benedice il fedele.

La sua aureola, inizialmente liscia come quella di tutti gli altri santi, diventa fin dall’VIII secolo crociata, e questo al fine di identificarlo senza possibilità di errore. Talvolta Cristo mostra le stimmate, o stigmate, ossia le ferite alle mani, ai piedi e al costato provocate dai chiodi e dal colpo di lancia durante la sua crocifissione.

La Sindone come possibile fonte iconografica

Questa icona del Sinai, secondo alcuni studiosi, fu ricavata direttamente dalla Sacra Sindone, e per questo venne adottata come modello autorevolissimo, dal quale nessun pittore successivo poté mai discostarsi.

Sacra Sindone, Torino, Cappella della Sacra Sindone. I contrasti dell’immagine sono stati accentuati per rendere più leggibili le impronte.

La Sindone è una delle cosiddette immagini “acheropite”, che in greco significa ‘non fatte da mano umana’, perché ritenute create miracolosamente: esse sono la vera immagine del Sacro Volto, la “vera icona”. Secondo la tradizione e le fonti letterarie, l’acheropita più autorevole e importante era il Mandylion (‘fazzoletto’, in siriaco) prima conservato a Edessa (attuale Urf, in Turchia), poi venerato a Costantinopoli e infine trafugato durante la quarta crociata del XIII secolo. Oggi si ritiene che il Mandylion fosse proprio la Sacra Sindone conservata a Torino.

Volto dell’Uomo della Sindone. Particolare della Sacra Sindone, Torino, Cappella della Sacra Sindone. I contrasti dell’immagine sono stati accentuati per rendere più leggibile l’impronta.
Negativo fotografico del Volto dell’Uomo della Sindone. Particolare della Sacra Sindone, Torino, Cappella della Sacra Sindone. Essendo i valori cromativi dell’impronta sindonica invertiti, i negativi fotografici permettono la piena leggibilità dell’immagine.

Intorno alla Sindone si consuma, da anni, un acceso dibattito tra studiosi: secondo alcuni, il telo funebre che recherebbe l’impronta del corpo di Cristo deposto dalla croce è un falso medievale (risale infatti solo al 1353 la prima e sicura testimonianza storica). Ma nessuno di loro è riuscito a dimostrarlo con certezza (gli esami al Carbonio 14 sono da molti considerati inattendibili per reperti di questo tipo), laddove, ovviamente, non sarà mai possibile nemmeno affermare con sicurezza che questo telo avvolse proprio il cadavere di Gesù.

La Chiesa cattolica, d’altro canto, ha scelto di non esprimersi ufficialmente sulla questione dell’autenticità. Resta il fatto che se la Sindone fosse davvero un telo antico conosciuto fin dai primi secoli del Cristianesimo, essa potrebbe essere stata identificata come la “vera icona”, e proprio il volto di quest’uomo condannato a morte sulla croce sarebbe stato adottato come quello del Salvatore.

D’altro canto, non sfugge agli osservatori più attenti che sia l’antichissima icona del Sinai sia le monete ad essa ispirate sia altre antiche immagini del volto di Gesù hanno in comune con la Sindone un singolare (e per certi versi inspiegabile, per le icone) gonfiore sulla parte sinistra del volto, lo stesso che all’Uomo della Sindone venne procurato dal brutale pestaggio cui fu sottoposto prima di essere ucciso.

Rielaborazione cromatica del volto dell’Uomo della Sindone.

Il Cristo Pantocratore

Una tipica iconografia romanica di Gesù è quella del cosiddetto Cristo Pantocratore, che in greco vuol dire, letteralmente, ‘signore di ogni cosa, onnipotente’. Normalmente presente nei catini absidali delle chiese, o al centro delle cupole, il Cristo Pantocratore si presenta a mezzo busto, con le braccia aperte, un libro nella mano sinistra e la destra benedicente. Gesù è vestito di rosso e di blu, i suoi colori simbolici, e solitamente è immerso nel fondo oro che simboleggia la luce divina. Accanto alla sua testa, scritte o lettere greche fanno riferimento al suo nome.  Magnifico è il Cristo Pantocratore del Duomo di Monreale, presso Palermo.

Cristo Pantocratore, 1180-90. Mosaico absidale. Duomo di Monreale (Palermo).

Il Crocifisso

Fra il IV e il V secolo comparvero le prime raffigurazioni del Crocifisso, che sarebbe diventato il soggetto più importante di tutta l’iconografia cristiana. Ricordiamo che i primi cristiani avevano evitato di rappresentare la morte di Gesù, giustiziato come uno schiavo; nelle catacombe, avevano scelto di mostrare solo la croce, vuota o con l’immagine di un agnello sovrapposta ad essa.

La più antica rappresentazione di Cristo crocifisso giunta fino a noi è quella scolpita nella Porta lignea della Basilica di Santa Sabina a Roma, intagliata in legno di cipresso nel secondo quarto del V secolo. Gesù è nella posizione del crocifisso, con le braccia aperte, ma non compare la croce, o perlomeno è coperta dal suo corpo, sicché il Messia sembra inchiodato direttamente alle mura cittadine che compaiono sullo sfondo. Inoltre, Cristo è molto più grande dei due ladroni che lo affiancano, a rimarcare la sua maggiore importanza.

Crocifissione, 425-450 d.C. Roma, Chiesa di Santa Sabina, Porta lignea.

Nella Chiesa di Santa Maria Antiqua a Roma, un affresco della metà dell’VIII secolo mostra il Cristo crocifisso frontale e interamente vestito, raffigurato vivo al centro del riquadro. Ai lati della croce, in posizione simmetrica, si trovano Maria, Giovanni e due soldati, questi ultimi di proporzioni ridotte perché meno importanti.

Crocifissione, 741-752. Affresco. Roma, Chiesa di Santa Maria Antiqua, Cappella di Teodoto.

Dal Christus Triumphans al Christus Patiens

In Toscana, a partire dal XII secolo, iniziarono a diffondersi le croci di legno dipinte, le cui forme, piuttosto complesse, consentivano di introdurre, accanto alla figura di Gesù inchiodato alla croce, anche altri personaggi, soprattutto Maria e san Giovanni Evangelista, oltre che scene della Passione

Nei crocifissi del XII secolo, Cristo è mostrato in posa rigida e frontale, eretto e ancora vivo, con i piedi affiancati e gli occhi ben aperti, secondo l’iconografia del Christus Triumphans, cioè trionfante sulla morte. La regalità del Redentore non è intaccata dai segni del dolore e delle sevizie subìte.

Maestro Guglielmo, Crocifisso, 1138. Tempera su tavola, 3 x 2,1 m. Sarzana (La Spezia), Duomo.

Dai primi anni del Duecento, comparve la nuova iconografia del Christus Patiens, “paziente” perché patisce, ossia soffre, e anche perché accetta il suo sacrificio. Il Christus Patiens è più intensamente espressivo del Christus Triumphans, perché ha il corpo inarcato verso la sua destra, nello spasimo della sofferenza, gli occhi serrati, il capo reclinato sulla spalla destra, il fianco squarciato con un fiotto di sangue che sgorga dalla ferita.

La curvatura del corpo di Cristo, spesso accentuata, comportò la sparizione delle scene della Passione e il trasferimento delle figure di Maria e Giovanni, a mezzo busto, nei due capicroce. Fu il pittore Giunta Pisano a definire compiutamente questa nuova iconografia, presto imitato da Cimabue che dipinse due celebri crocifissi duecenteschi.

Giotto, invece, abbandonò gli ultimi retaggi bizantini nella rappresentazione di Cristo crocifisso, rappresentando per la prima volta un uomo inchiodato alla croce in modo verosimile, con il busto piegato in avanti, i piedi sovrapposti, le mani a cucchiaio (e non aperte), con il pollice che si sovrappone al palmo.

Giunta Pisano, Crocifisso di Santa Maria degli Angeli, 1230-1240. Tempera e oro su tavola. Assisi, Museo di Santa Maria degli Angeli.
Cimabue, Crocifisso di San Domenico, 1270 ca. Tempera su tavola, 3,41 x 2,64 m. Arezzo, Chiesa di San Domenico.
Giotto, Crocifisso di Santa Maria Novella, 1290-95 ca. Tempera su tavola, 5,78 x 4,06 m. Firenze, Chiesa di Santa Maria Novella

Le Storie di Cristo

L’arte del Medioevo aveva il compito di informare e formare, doveva cioè non solo istruire i fedeli, che non avevano accesso ai testi sacri (erano analfabeti, oppure non conoscevano il latino, e comunque non possedevano libri, che all’epoca erano costosissimi perché scritti tutti a mano) ma anche educarli alla dottrina cristiana.

Per questo motivo, le immagini sacre dovevano essere chiare e ben visibili: esse costituivano la Biblia pauperum, la Bibbia dei poveri. Prima nelle catacombe, poi sulle pareti delle chiese, ad affresco, mosaico o bassorilievo, venivano realizzate scene che illustravano gli episodi più significativi dell’Antico e del Nuovo Testamento, e in particolare della vita di Cristo.

Le cosiddette Storie di Cristo si dividevano in Storie dell’Infanzia di Cristo, Storie della vita di Cristo e Storie della Passione. Le prime fanno riferimento alla sua nascita e alla sua infanzia (tra cui Natività, Adorazione dei Pastori, Adorazione dei Magi, Fuga in Egitto); Gesù Bambino viene spessissimo rappresentato in braccio alla Madre, nella tipica iconografia della Madonna con Bambino.

Madonna con bambino, III sec. Pittura murale. Roma, Catacombe di Priscilla.
Adorazione dei Magi, III sec. Pittura murale. Roma, Catacombe di Priscilla.
Giotto, Natività, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.

Le Storie della vita di Cristo fanno riferimento ai miracoli e agli episodi salienti del periodo della predicazione (tra cui Battesimo di Cristo, Nozze di Cana, Resurrezione di Lazzaro, Guarigione dell’emorroissa, Trasfigurazione); le Storie della Passione illustrano, più dettagliatamente, gli ultimi quattro giorni della vita di Gesù (dal giovedì sera alla domenica mattina), soffermandosi sulle fasi della sua cattura ed esecuzione (Ultima Cena, Processo di fronte a Pilato, Flagellazione, Andata al Calvario, Crocifissione, Deposizione, Resurrezione).

Guarigione dell’emorroissa, III sec. Roma, Catacombe di Pietro e Marcellino.
Giotto, Resurrezione di Lazzaro, 1303-05. Affresco, 200 x 185 cm. Padova, Cappella degli Scrovegni.
Giotto, Crocifissione, 1303-05. Affresco, 200 x 185 cm. Padova, Cappella degli Scrovegni.

Appartengono alle Storie di Cristo anche gli episodi successivi alla sua Resurrezione, come la Cena di Emmaus, la Pesca miracolosa, l’Incredulità di san Tommaso, l’Ascensione al cielo.

La pesca miracolosa, 1180-90. Mosaico absidale. Duomo di Monreale (Palermo).


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  1. Articolo sintetico ed esauriente. Un appunto sulla Sindone: se appartiene al Medioevo, come spiegare il realismo “fotografico” (evidente soprattutto nell’immagine in negativo) del volto di Cristo?

    1. Nell’articolo dico “secondo alcuni” studiosi si tratta di un falso medievale. Per gli altri, evidentemente, è un telo antico. Io personalmente escludo che si tratti di un manufatto medievale e qualunque siano le cause che hanno portato alla formazione dell’impronta, la Sindone è, a mio parere, di molto antecedente al VI secolo. Varrà la pena dedicare un articolo a questo specifico argomento.

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