menu Menu
Iconografia della Passione. Prima parte
Dall’Ultima cena al Calvario.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il sistema dell'arte – Data: Gennaio 8, 2026 1 commento 21 minuti
Iconografia della Passione. Seconda parte Articolo precedente Irriverenti Prossimo articolo

Con l’espressione Passione di Cristo si è soliti indicare l’Epilogo della vita di Cristo. La storia della Passione di Gesù (dal latino pati, ‘soffrire’), narrata dai Vangeli, è ambientata a Gerusalemme e si svolge nell’arco di quattro giorni, dal giovedì alla domenica. Comprende l’Ultima cena, la Cattura di Cristo, il Processo a Gesù, la Flagellazione, la Crocefissione, la Deposizione dalla croce, il Compianto, la Deposizione nel sepolcro e la Resurrezione.

Il ciclo comprende l’episodio non strettamente evangelico, ma legato alla tradizione cristiana, della Discesa agli Inferi. L’arte sacra ha lungamente meditato sui momenti principali di tale storia, elaborando immagini dalla iconografìa ben consolidata.

L’Ultima cena

L’Ultima cena si svolse di giovedì sera, poco prima dell’arresto di Gesù. Ne parlano tutti i Vangeli (Matteo 26, 26-29; Marco 14, 12-25; Luca 22, 15-20; Giovanni 13, 21-35) e san Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi (11, 23-26).

La Prima lettera di Paolo, essendo stata redatta intorno al 59 d.C., è la prima testimonianza di questo evento. In occasione della Pasqua ebraica, Cristo si era riunito con i suoi apostoli in un cenacolo, per consumare la cena e festeggiare quella ricorrenza religiosa. Marco (Mc 14, 15), in particolare, racconta che Gesù e i suoi discepoli si riunirono in «una grande sala ammobiliata e pronta» al piano superiore di una casa. Il termine “sala” traduce in lingua corrente la parola coenaculum dell’antico testo latino del Nuovo Testamento. Questo è il motivo per cui l’episodio è conosciuto anche come Cenacolo.

Nell’edilizia popolare dei paesi mediterranei il coenaculum era un ambiente separato dal corpo di fabbrica della casa, dove s’immagazzinavano le derrate alimentari e, in alcune ricorrenze, si dava ospitalità ad amici, parenti e forestieri. Un’ipotesi accreditata è quella che vede nel padrone del cenacolo il padre o un parente di Marco, il futuro evangelista, che alcuni identificano nel giovinetto che poi sarebbe fuggito durante l’arresto di Gesù. La tavola, secondo la moda dell’epoca, era “a U” e certamente Gesù occupò il posto centrale. 

Da quello che si ricava dai racconti evangelici, Pietro, Giovanni e Giuda erano i commensali più vicini a lui. La tavola, secondo la consuetudine del tempo, era sicuramente apparecchiata con grandi vassoi comuni, nei quali si intingevano il pane e le erbe amare. Durante la cena Gesù rivelò agli apostoli che uno di loro lo avrebbe tradito, provocando negli apostoli sgomento e angoscia.

Ultima cena, metà del XII secolo. Mosaico. Venezia, Basilica di San Marco, volta sud.

Iconografia dell’Ultima cena

L’iconografia dell’Ultima cena, o Cenacolo, è cambiata nel tempo. In età medievale, non è infrequente trovare Cristo ad una estremità della tavolata, in genere a sinistra e solitamente a figura intera, per evidenziarne l’importanza. Accanto a lui è Giovanni, mostrato molto giovane e imberbe, che appoggia affettuosamente la testa sul petto del Maestro, secondo quanto raccontato dal quarto Vangelo: «Dette queste cose, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». 

I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse.  Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù.  Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava.  Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto».

Andrea del Castagno, Ultima cena, 1445-50. Affresco, 453 × 975 cm. Firenze, Museo del Cenacolo di Sant’Apollonia.

Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri.  Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte». (Gv 13, 21-30). A partire dal Rinascimento, Cristo occupa la posizione centrale. Giuda è talvolta mostrato isolato rispetto al gruppo ed è riconoscibile perché scuro di barba e capelli e con tratti somatici molto irregolari.

Leonardo, Cenacolo, 1495-97. Tempera su muro, 4,6 x 8,8 m. Milano, Santa Maria delle Grazie, Refettorio.

La Lavanda dei piedi

Quello della Lavanda dei piedi è un episodio evangelico narrato solamente da Giovanni (Gv 13, 1-15). Il rito della cena pasquale ebraica prevedeva che il capofamiglia lavasse le mani dei suoi commensali. Cristo, durante l’Ultima Cena, scelse invece di lavare i piedi ai suoi apostoli, per dimostrare che nessuno può ritenersi più importante di qualcun altro. Lavare i piedi di un altro, infatti, significa porsi in una condizione di sottomissione nei suoi confronti. Tale gesto era, infatti, riservato ai servi o agli schiavi. Secondo il racconto di Giovanni, Pietro inizialmente cercò di sottrarsi, con imbarazzo, ma Gesù insistette. «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.

Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». 

Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».» (Gv 13, 1-11). Questo episodio non è frequentemente raffigurato. Giotto ne ha dato una interpretazione intensa.

Giotto, Lavanda dei piedi, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.

L’Eucarestia

Durante l’Ultima cena, secondo i Vangeli di Marco, Matteo e Luca, il Cristo celebrò la prima Eucarestia. Gesù prese il pane, lo spezzò e lo offrì ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate: questo è il mio corpo» (Mt, 26, 26). Poi, versato il vino in un calice, disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti» (Mc 14, 24). In quella occasione Cristo incaricò gli apostoli di ripetere il rito in sua «memoria». La Chiesa, fin dalla sua origine, ha celebrato il rito come Gesù aveva chiesto.

L’Eucarestia (o eucaristia), termine che deriva dal greco eucharistìa, ‘ringraziamento’, è diventata un sacramento della Chiesa. Secondo la dottrina, durante la celebrazione, il pane e il vino, pur mantenendo la loro apparenza, si tramutano veramente, realmente e sostanzialmente nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo, accogliendone l’anima e la divinità. L’iconografia dell’eucarestia è sostanzialmente sovrapponibile a quella dell’Ultima cena. Il calice a cui fa riferimento l’episodio è un bicchiere a bocca ampia e stelo sottile, poggiato su un piede circolare.

Questo oggetto è diventato uno dei più importanti oggetti liturgici della religione cristiana: versato in esso, il vino diventa il sangue di Cristo. Una leggenda vuole che Giuseppe di Arimatea, personaggio che compare nei Vangeli dopo la Deposizione di Gesù, abbia raccolto in un calice, detto Sacro Graal, le ultime gocce del sangue di Cristo. Già nell’Antico Testamento, il calice era legato ai sacrifici di espiazione: per rinnovare l’alleanza tra il popolo e Dio, il sangue delle vittime animali, raccolto nei calici di aspersione, era versato sull’altare e sul popolo (Esodo, 24, 6-8). Allo stesso modo, l’offerta del sangue di Cristo nel “calice della salvezza” ha sancito l’alleanza eterna con Dio.

Non a caso, angosciato dalla consapevolezza del sacrificio, nell’Orto degli Ulivi Cristo pregò il Padre di allontanare da lui «quel calice», per poi rimettersi comunque alla sua volontà. Il calice è un oggetto frequentemente rappresentato dagli artisti cristiani; accanto al pane, sul tavolo dell’Ultima cena, sugli altari, nelle nature morte che alludono simbolicamente alla Passione di Cristo.

Beato Angelico, Comunione degli Apostoli, 1440-42. Affresco, 200 x 248 cm. Firenze, Convento di San Marco, cella 35.

Gesù nell’Orto degli ulivi

Dopo l’Ultima Cena, Gesù si ritirò con gli apostoli in un podere chiamato Getsèmani od Orto degli ulivi per trascorrere la notte. Questo uliveto si trovava poco fuori le mura di Gerusalemme. Mentre gli apostoli dormivano, Cristo pregava, in preda all’angoscia, nella piena consapevolezza che di lì a poco sarebbe giunto il momento della sua morte. Proprio quella notte, infatti, Gesù fu arrestato dalle guardie del Sinedrio, condotte da Giuda.

Durante la preghiera, Cristo sollecitò più volte gli apostoli a vegliare con lui, ma questi continuavano ad addormentarsi, lasciandolo solo. Nell’Orto degli Ulivi si ambientano dunque due scene della Passione. La prima è l’Orazione nell’orto: Gesù in preghiera, circondato dagli apostoli addormentati e talvolta confortato da un angelo, secondo quanto raccontato da Luca: «Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra» (Lc 22, 43-44). La seconda è l’Arresto di Gesù, o Bacio di Giuda, avvenuto proprio nell’Orto degli ulivi, considerato un episodio autonomo.

Andrea Mantegna, Orazione nell’orto, 1456-59. Tempera su tavola, 67 x 93 cm. Tours, Musée des Beaux-Arts.

Il Bacio di Giuda

Giuda, noto come “il traditore”, fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Secondo il racconto dei Vangeli, contrattò con i sommi sacerdoti un compenso di 30 denari (il prezzo di uno schiavo) per la consegna del suo Maestro. Per questo è considerato in assoluto la personificazione del tradimento. Egli condusse le guardie del Sinedrio nel luogo dove Gesù si era recato per trascorrere la notte, ossia nell’Orto degli ulivi, e lo baciò, rivelandone l’identità. Nell’Oriente antico il bacio era un segno di saluto, ma anche un’espressione di amore, di amicizia e persino di venerazione.

Questi significati furono stravolti da Giuda, che scelse di tradire Cristo proprio baciandolo. «Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò» (Mt 26, 47-49). L’episodio del Bacio di Giuda, noto pure come Arresto di Gesù, è riportato da tutti i Vangeli canonici.

La sua iconografia prevede normalmente una scena tumultuosa, con le figure di Cristo in atteggiamento di tranquilla o angosciata accettazione, di Giuda che lo bacia o si appresta a baciarlo, dei soldati del Sinedrio che si affollano per catturare il Cristo, degli altri apostoli che tentano di difenderlo, di Pietro che impugna la spada e taglia un orecchio a un soldato, secondo il racconto dei Vangeli: «Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco» (Gv 18, 10).

Luca ci dice che Gesù toccò poi l’orecchio a Malco guarendolo (Lc 22, 51). Matteo narra che, dopo la cattura di Gesù, Giuda si pentì del proprio gesto e si impiccò a un albero (Mt 27, 3-10).

Giotto, Il bacio di Giuda, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.

Il Processo a Gesù

Secondo i Vangeli, dopo il suo arresto, Cristo subì due processi: uno da parte del Sinedrio, il tribunale religioso ebraico, di fronte al Grande Sacerdote Caifa. Il secondo, e più importante, di fronte al Procuratore romano Ponzio Pilato. Il Sinedrio condannò a morte Gesù accusandolo di bestemmia, perché in quella occasione ammise pubblicamente di essere il Messia. Tuttavia, per la legge romana, i tribunali locali non avevano il potere di giustiziare i propri prigionieri. Per questo motivo, i sacerdoti del Sinedrio condussero Gesù da Ponzio Pilato, chiedendogli esplicitamente di confermare la loro sentenza.

Pilato inizialmente avrebbe voluto liberare Gesù, giacché la legge romana non prevedeva la pena di morte per reati legati alla religione. Dovette poi cedere alle insistenze del Sinedrio e giustificò la sua decisione adottando come capo d’accusa un’altra dichiarazione di Gesù: questi si era infatti proclamato “Re dei Giudei”, titolo che spettava soltanto all’imperatore. Cristo subì prima la Flagellazione, venne cioè frustato, e successivamente fu condannato a morte per Crocefissione. L’iconografia del Processo a Gesù fa riferimento a entrambi i processi subiti dal Messia. In un caso Gesù è circondato dai sacerdoti del Sinedrio e giudicato da Caifa. Nell’altro si trova di fronte a Ponzio Pilato. In entrambe le situazioni Cristo è immaginato in piedi, silenzioso, con il capo chino e le mani legate davanti o dietro la schiena, come vittima innocente che accetta mite la sua condanna.

Duccio di Boninsegna, Cristo di fronte a Pilato, 1308-11. Dalla Maestà del Duomo. Tempera su tavola, 50 x 57 cm. Siena, Museo dell’Opera del Duomo.

La Flagellazione

I Vangeli di Matteo, Marco e Giovanni si limitano ad accennare alla Flagellazione di Gesù, senza tuttavia descriverla («dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso», Mc 15, 15.). Questa forma di tortura, piuttosto ricorrente al tempo dei Romani, consisteva nel percuotere più volte il condannato con il flagellum (o flagrum), una particolare frusta costituita da un robusto manico da cui si dipartivano varie cinghie di cuoio o corde, a loro volta terminanti in piccoli oggetti acuminati, come schegge d’osso o piombi a forma di manubrio.

I colpi venivano inferti da due aguzzini (tortores), che si alternavano, e procuravano due tipi distinti di ferite: una lunga, provocata dalle corde, e una più aperta e profonda, causata dalle schegge. Il numero dei colpi variava, a seconda che la flagellazione fosse una punizione esemplare, cioè fine a sé stessa, oppure che precedesse la crocefissione, come nel caso di Gesù. A volte, la flagellazione costituiva una vera e propria forma di esecuzione: il suo prolungarsi, infatti, portava alla morte perché produceva lacerazioni così profonde da mettere allo scoperto le ossa.

Non conosciamo il numero di colpi inferti sul corpo di Cristo; è assai probabile, tuttavia, che egli sia stato frustato nudo e a schiena curva, legato a una bassa colonna. In mancanza di una precisa descrizione evangelica della Flagellazione, gli artisti hanno avuto la libertà di riproporla secondo la loro fantasia. Normalmente Cristo è mostrato a figura intera, coperto solo da un panno ai fianchi, legato a una colonna piuttosto alta, con le mani dietro la schiena, ed è affiancato dai carnefici che lo colpiscono.

È rivolto allo spettatore, particolare, questo, storicamente inattendibile. Il suo corpo può mostrare ferite più o meno accentuate, e questo dipende dalla sensibilità di ogni singolo artista. Talvolta la figura di Cristo è presentata senza i carnefici. Questa particolare versione iconografica della Flagellazione è chiamata, più semplicemente, “Cristo alla colonna”.

Caravaggio, Flagellazione di Cristo, 1607-08. Olio su tela, 286×213 cm. Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte.
Cristo flagellato, dal film The Passion di Mel Gibson, 2006.

L’Incoronazione di spine

Secondo Matteo, Marco e Giovanni, Gesù fu sottoposto dai soldati romani a un’ulteriore forma di tortura, suggerita loro dal particolare capo d’accusa. Siccome Ponzio Pilato aveva condannato Gesù per essersi dichiarato “Re dei Giudei”, essi lo schernirono e, dopo averlo flagellato, lo travestirono da re, ponendogli sulle spalle un vecchio mantello e infilandogli sulla testa una rudimentale corona ricavata da un ramo spinoso, i cui aculei gli si conficcarono nella carne.

«Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo» (Mt 27, 27-31). La tradizione iconografica la presenta come un anello spinoso.

Le tracce di sangue presenti sulla Sindone rivelano, tuttavia, che al cosiddetto Uomo della Sindone fu calcata sulla testa una calotta spinosa. La raffigurazione di questo episodio cominciò ad apparire solo in età medievale. Nella maggior parte dei casi Cristo è raffigurato frontalmente, seduto o in piedi, con le mani legate e il corpo segnato dalle frustate, mentre uno o più carnefici gli premono sul capo la corona di spine, a volte aiutandosi con un bastone per non pungersi a loro volta.

Tiziano, Incoronazione di spine, 1542-44. Olio su tavola, 3,03 x 1,8 m. Parigi, Musée du Louvre

L’Ecce Homo

La rappresentazione di Cristo seminudo al termine della Flagellazione, con il corpo piagato e sanguinante, le mani legate, un vecchio mantello sulle spalle e la corona di spine sulla testa, è detta Ecce Homo. Questa fortunata iconografia di Gesù fa riferimento alla frase in latino che Ponzio Pilato rivolse ai Giudei nel momento in cui mostrò loro il Messia flagellato, nella speranza di salvargli la vita: «Ecce Homo», come a dire “Eccovi l’Uomo, vedete che l’ho già punito a dovere?”. «Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».» (Gv 19, 5). Nelle arti figurative, Cristo è in genere mostrato da solo e guarda dritto verso l’osservatore, con espressione affranta, sollecitando la sua compassione.

Antonello da Messina, Ecce homo (Cristo alla colonna), 1473. Olio su tavola, 48,5×38 cm. Piacenza, Collegio Alberoni.
Cristo coronato di spine, dal film The Passion di Mel Gibson, 2006.
Cristo coronato di spine, dal film Gesù di Nazarteh di Franco Zeffirelli, 1977.

La croce

Gesù venne condannato a morte tramite crocifissione, una pena capitale elaborata dai Persiani, importata in Europa da Alessandro Magno e adottata dai Romani, che la portarono a un alto grado di “efficienza”. Consisteva nell’appendere con funi o inchiodare a un patibolo detto croce, per i polsi e i piedi il condannato a morte. Questi moriva, dopo una terribile agonia che poteva durare alcuni giorni, per lento soffocamento.

La crocefissione (o crocifissione) era talvolta praticata anche senza l’uso della croce: sappiamo che, nel caso di esecuzioni di massa, i Romani crocifissero i condannati a morte inchiodandoli agli alberi o addirittura ai muri delle case o delle città. Secondo le ricostruzioni degli studiosi, la croce, ossia il patibolo, era assai diversa da come la rappresentano le innumerevoli opere d’arte. Al tempo dei Romani, infatti, era spesso costituita da un solo palo verticale detto stipes (crux simplex), cui il condannato veniva appeso per mezzo di funi o chiodi e lasciato a morire lentamente.

Talvolta, come sicuramente nel caso di Gesù, si aggiungeva un secondo palo orizzontale (patibulum) creando la tipica forma a T (crux commissa). La croce costituita dal braccio orizzontale che si interseca nella parte alta del palo verticale, oggi detta “latina”, su cui siamo abituati a vedere Gesù inchiodato non è storicamente attendibile: insomma, probabilmente non è mai esistita. È una pura invenzione degli artisti, che non videro mai in vita loro una croce vera. Il palo verticale si trovava stabilmente infisso nel terreno; quello orizzontale, che pesava dai 30 ai 50 chili, era invece trasportato dal condannato sul luogo dell’esecuzione. I condannati a morte erano legati alla croce ma più frequentemente inchiodati.

I chiodi erano piantati nei polsi (non nei palmi, come erroneamente mostrano i dipinti della Crocefissione) e nei piedi. La morte sopraggiungeva dopo ore (talvolta giorni) di agonia per lento soffocamento. Il peso del corpo esercitava una trazione sui polsi inchiodati provocando un tremendo dolore che il condannato cercava di alleviare facendo forza per qualche secondo sui piedi. Tuttavia, a causa dei crampi e dello sfinimento, dopo un certo tempo il condannato non riusciva più in questa (comunque dolorosa) operazione: ne conseguiva che la respirazione diveniva affannosa, irregolare e insufficiente, la percentuale di anidride carbonica nel corpo saliva e interveniva la morte. La croce è diventata simbolo per eccellenza del Cristianesimo.

Croce di Agilulfo, VI-VII sec. Monza, Museo del Duomo.

Il Trasporto della croce

Secondo i Vangeli, Gesù fu obbligato a portare la croce sul luogo dell’esecuzione. «Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo» (Gv 19, 17-18). In realtà, Cristo trasportò soltanto il palo orizzontale (patibulum), giacché quello verticale (stipes) era già piantato sul posto. I condannati avevano solitamente le due braccia legate al patibulum: quando cadevano, durante il tragitto, non avevano modo di proteggersi portando le mani avanti. Secondo i Vangeli, Gesù cadde tre volte.

Prove sperimentali hanno fatto ipotizzare che, in tali condizioni, queste cadute gli abbiano provocato la rottura di una o più costole e la perforazione dei polmoni: questo giustificherebbe la breve durata della sua agonia. Gli artisti, ovviamente, non si sono attenuti alla realtà storica del trasporto della croce, che peraltro non conoscevano per esperienza diretta, e seguendo le generiche parole del Nuovo Testamento hanno rappresentato Cristo mentre porta l’intera croce, dotata di palo verticale e di braccio orizzontale uniti fra loro. Gesù è in genere circondato o seguito da una folla piangente, talvolta è preceduto dai carnefici, spesso è mostrato caduto sotto il peso del patibolo. L’episodio è spesso nominato Salita al Calvario o Andata al Calvario.

Raffaello Sanzio, Salita al Calvario, 1517. Olio su tela, 318 x 229 cm. Madrid, Museo del Prado.
Cristo trasporta la croce, dal film The Passion di Mel Gibson, 2006. Mel Gibson ha scelto di riproporre nel suo film la tradizionale iconografia artistica, mostrando il trasporto dell’intera croce da parte di Gesù.
Trasporto della croce, dal film Gesù di Nazarteh di Franco Zeffirelli, 1977. Zeffirelli, tra i registi che hanno affrontato questo tema, è stato più fedele alla verità storica: il suo Cristo trasporta solo il palo orizzontale della croce, legato alle braccia.

Il Calvario

Come riferiscono anche i Vangeli, a Gerusalemme, ai tempi di Gesù, le esecuzioni pubbliche dei condannati a morte avvenivano su un rilievo roccioso detto Calvario. Questo nome deriva dal latino calvaria, che significa ‘luogo del cranio’. Era chiamato anche Golgota, dall’aramaico gulgalta, che, secondo Giovanni, vuol dire proprio ‘luogo del cranio’ («il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota», Gv 19, 17). Per estensione, è chiamata Calvario l’intera scena della Crocefissione. Il Calvario si trovava appena fuori da Gerusalemme, a nord-ovest, ma all’interno dell’attuale città vecchia (giacché, in seguito, le mura vennero riedificate più a nord). Il punto esatto della Crocefissione è oggi venerato all’interno del Santuario del Santo Sepolcro a Gerusalemme, nella Cappella della Crocefissione. Un pavimento sopraelevato racchiude, lasciandola visibile sotto un vetro, la superficie rocciosa del Calvario dove tradizione vuole sia stata innalzata la croce e disteso il corpo di Cristo subito dopo la Deposizione.

Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme.


Articolo precedente Prossimo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Annulla Invia commento

keyboard_arrow_up