Con l’espressione Passione di Cristo si è soliti indicare l’Epilogo della vita di Cristo. La storia della Passione di Gesù (dal latino pati, ‘soffrire’), narrata dai Vangeli, è ambientata a Gerusalemme e si svolge nell’arco di quattro giorni, dal giovedì alla domenica. Comprende l’Ultima cena, la Cattura di Cristo, il Processo a Gesù, la Flagellazione, la Crocefissione, la Deposizione dalla croce, il Compianto, la Deposizione nel sepolcro e la Resurrezione.
Dopo il Trasporto della croce, arrivato sul Calvario, Cristo venne inchiodato alla croce. Gli Evangelisti non descrivono minimamente tale operazione, limitandosi a dire che «lo crocifissero». Gli artisti hanno dunque lavorato di fantasia per rappresentare la scena, immaginando una operazione molto complessa che prevedeva il lavoro di parecchi uomini impegnati, con le funi, a issare la grande croce per intero.
In realtà, Gesù fu inizialmente inchiodato al palo orizzontale della croce, il patibulum, e poi issato con questo, rimanendo per alcuni secondi penzolante e appeso per i chiodi ai polsi, fino a quando il patibulum non venne incastrato sullo stipes, il palo verticale che si trovava già stabilmente piantato sul posto. Solo dopo i piedi furono inchiodati a loro volta, non possiamo dire se direttamente allo stipes oppure a una sorta di pedanina che, quando presente, alleviava in parte la sofferenza del condannato a morte.
Secondo quanto riferito dai Vangeli, sulla croce venne affisso, per ordine di Ponzio Pilato, anche il titulus crucis (titolo della croce), una tavoletta riportante la motivazione della condanna. Cristo, infatti, era stato dichiarato colpevole di alto tradimento e di lesa maestà, secondo la legge romana, per essersi proclamato Re dei Giudei, laddove il vero sovrano era l’imperatore di Roma. I Vangeli non concordano sulle parole esatte di tale titulus: «Questi è Gesù, il re dei Giudei» secondo Matteo (Mt 27,37), «Questi è il re dei Giudei» per Luca (Lc 23,38). Giovanni (Gv 19,19) riferisce che la scritta, in ebraico, latino e greco, diceva «Gesù Nazareno Re dei Giudei». Nei crocifissi realizzati dagli artisti in età cristiana, spesso il titulus riporta, semplicemente, l’acronimo INRI, dal latino Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum.

Con il termine Crocifissione si indica l’uccisione di Cristo attraverso il supplizio della croce. Questo evento storico, in base agli studi dei biblisti, avvenne o il venerdì 7 aprile del 30 o il venerdì 3 aprile del 33. Solo queste due date, infatti, sono conformi alle indicazioni dei Vangeli, soprattutto quello di Giovanni. Gesù, essendo nato attorno al 6 o 7 a.C., secondo le corrette ricostruzioni degli studiosi, aveva quindi fra i 36 e i 40 anni. Era, insomma, un uomo maturo. Già debilitato dalla perdita di sangue seguita alla flagellazione e da possibili emorragie interne provocate dalle violente percosse subite, Cristo morì poche ore dopo la crocifissione.
Non subì dunque il crurifragium, cioè la rottura delle gambe che doveva accelerare la morte dei condannati; tuttavia, per accertare l’avvenuto decesso, un soldato (identificato dalla tradizione con Longino) gli perforò il costato con un colpo di lancia (Gv 19, 31-34). L’arte cristiana degli esordi evitò di rappresentare il Redentore inchiodato alla croce, preferendo raffigurare il patibolo vuoto. Le prime, esplicite raffigurazioni della sua morte comparvero dopo che Teodosio, alla fine del IV secolo, soppresse questo supplizio pagano. La più antica raffigurazione di Crocefissione a noi pervenuta risale alla prima metà del V secolo.

Il soggetto della Crocifissione, assieme all’Annunciazione (la quale comprende il mistero dell’Incarnazione), è ovviamente uno dei più importanti e diffusi della storia dell’arte cristiana. Si distingue dal Crocifisso propriamente detto in quanto presenta una scena articolata, con la presenza di vari personaggi. Gesù è rappresentato quasi completamente nudo, con un panno avvolto attorno ai fianchi, che ne copre i genitali; evidenti le ferite sanguinanti delle mani, dei piedi, del costato, del capo su cui è infissa la corona di spine. La dimensione di tali ferite, la quantità del sangue versato, la presenza dei segni della flagellazione sono tutti dettagli legati alla sensibilità del singolo artista.
Le Crocefissioni più essenziali vedono, ai piedi della croce, soltanto la Madonna a sinistra e san Giovanni Evangelista a destra, talvolta accompagnati dalla Maddalena che urla il suo dolore o abbraccia disperata la croce. Le Crocefissioni più animate e teatrali presentano anche i due “ladroni”, che secondo i Vangeli furono giustiziati assieme a Gesù, gli angeli che volano in cielo disperati, le Pie donne, accanto alla croce, che sostengono la Vergine affranta o addirittura svenuta, i soldati romani che sorvegliano i condannati (o che si giocano a dadi la veste di Cristo), gli ebrei, talvolta anche Nicodemo e Giuseppe di Arimatea. Non di rado ai piedi della croce di Gesù compare un teschio, che fa riferimento all’etimologia della parola “Calvario” (‘luogo del cranio’) e, allo stesso tempo, a una leggenda medievale secondo cui Cristo fu crocifisso esattamente sulla tomba di Adamo, il cui Peccato originale fu riscattato proprio dal Messia con il suo sacrificio.


La semplice rappresentazione di Cristo inchiodato sulla croce, senza altri personaggi intorno, è detta Crocifisso (o anche Crocefisso). Fu in Toscana che, a partire dal XII secolo, si diffuse l’uso di far pendere sull’altare del presbiterio una croce di legno dipinta, che permetteva ai fedeli di stabilire un contatto privilegiato con la divinità. Questa croce, rappresentazione visibile del sacrificio di Cristo e della speranza di salvezza che esso contiene, assumeva nella chiesa una posizione percettiva di rilievo, concretizzando il significato simbolico di approdo e salvezza.
Nei secoli successivi, si diffuse l’iconografia del Cristo crocifisso sia attraverso dipinti su tela, in cui Gesù è rappresentato da solo, sia attraverso raffigurazioni scultoree. La croce è normalmente quella latina, con il palo verticale che prosegue in alto oltre i bracci orizzontali. La tipica iconografia del Crocifisso vede Gesù, seminudo e senza vita, con il capo reclinato, incoronato di spine, le mani inchiodate ai bracci della croce, i piedi inchiodati al palo verticale, il costato trafitto. Sull’asse verticale della croce si trova il titulus crucis, con la scritta intera o con l’acronimo INRI.


I Crocefissi scultorei sono generalmente in legno ma non mancano esempi di Crocifissi in bronzo, argento, oro o avorio. Le loro dimensioni variano secondo la destinazione e l’uso, andando dai pochi millimetri per i Crocifissi-gioiello che si appendono alle catene da portare al collo sino ai metri dei Crocifissi monumentali. In alcuni paesi di religione cristiana e soprattutto cattolica si usa esporre il Crocifisso in ambienti o uffici pubblici, tra cui le scuole.

Una particolare iconografia medievale del Cristo crocifisso è quella del Christus Triumphans, diffusa durante il XII e XIII secolo. Gesù, inchiodato sulla croce, è mostrato con gli occhi ben aperti, in posa rigida e frontale e con i piedi affiancati. La sua regalità non appare per nulla intaccata dai segni del dolore e delle sevizie subite. Da notare che l’immagine del Christus Triumphans è comunque post mortem, successiva alla morte, perché Gesù ha già il fianco ferito dal colpo di lancia, infertogli, secondo i Vangeli, proprio per verificare l’avvenuto decesso. Gesù, quindi, non è mostrato “ancora vivo”, ma trionfante sulla morte. È una allusione alla sua successiva resurrezione.

Nel corso del Duecento, il Cristo crocifisso di venne il simbolo per eccellenza della sofferenza umana. Per questo, al Christus Triumphans si sostituì il nuovo tipo del Christus Patiens (dal latino patiens-entis, participio presente di pati), che ebbe precedenti illustri nell’ambito della miniatura carolingia. Raffigurato con il corpo inarcato verso la sua destra nello spasimo della sofferenza e il volto segnato dal dolore nel momento della morte, il fianco squarciato e un fiotto di sangue che sprizza dalla ferita, Gesù ha gli occhi aspramente serrati e il capo, privo di corona regale, reclinato sulla spalla destra. L’immagine di questo crocifisso, benché mostri Gesù morto sulla croce, resta simbolica, schematica e stilizzata. Fu Giotto il primo a proporre un’immagine verosimile del corpo di Cristo ancora inchiodato ma privo di vita.
Il Christus patiens è un Cristo profondamente umano, partecipe della sofferenza del mondo. Rappresenta il Messia “sofferente” e allo stesso tempo “paziente”. Il termine patiens, in latino, significa “che patisce, che soffre” ma anche “che sopporta con fermezza, che si sottomette per scelta”. Nel contesto cristiano medievale, la “pazienza” di Cristo non è solo una condizione fisica di sofferenza, ma un modello di virtù: è accettazione del sacrificio per amore. Gesù non urla, non si ribella, “porta la croce” nel senso più profondo. In tal senso egli avvalora con il suo atteggiamento le parole ispirate del profeta Isaia che, prefigurando il suo sacrificio, nell’Antico Testamento aveva scritto: «Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Isaia, 53, 6-7).


È chiamata Crocifisso tragico la rappresentazione di Cristo inchiodato alla croce, devastato dalla sofferenza del supplizio. In questa particolare iconografia del Crocifisso, molto diffusa in età gotica, le braccia e le gambe di Gesù sono asciutte come rami secchi, il ventre è come risucchiato, la pelle è tesa sulle costole tanto da mostrarne minutamente i profili. Le ferite e le stigmate sono esageratamente accentuate e a perdita di sangue è abbondante. Nell’arte di tutti i tempi e di tutte le culture è frequente la raffigurazione del sangue. Ma è in quella cristiana che esso assume un significato così particolare.
Gesù, infatti, ha versato il sangue per la salvezza dell’umanità. Molte raffigurazioni della Passione di Cristo esprimono un’attenzione esasperata per il sangue del Redentore, soprattutto in età medievale e barocca. La ferita che il Messia riporta nel costato, in particolare, è una vera e propria apertura, da cui il sangue sgorga copioso; non di rado furono rappresentati grandi mistici mentre si abbeverano direttamente a tale fonte, come se si trattasse di un seno materno. Anche gli angeli, nelle scene della Crocefissione, sono spesso mostrati mentre raccolgono il prezioso liquido in un calice. Il sangue di Cristo, infatti, si identifica con il vino dell’Eucarestia.



Secondo i Vangeli, Gesù non fu crocifisso da solo sul Calvario. Accanto a lui furono giustiziati altri due condannati, probabili zeloti e compagni di Barabba, genericamente indicati come «ladroni» o «malfattori» (gli zeloti erano infatti chiamati latrones dai Romani). Matteo fa un breve cenno a loro (Mt 27, 38); anche Marco, che si limita ad aggiungere che entrambi lo oltraggiavano (Mt 27-32). Luca, invece, li caratterizza meglio, raccontando che mentre uno insultava Gesù, l’altro lo riconobbe come il Messia e gli chiese di perdonarlo. Per questo motivo Cristo si rivolse a lui dicendo: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel Paradiso» (Lc 23, 39-43). La tradizione cristiana, sulla scorta di Luca, distingue tra un ladrone buono e uno cattivo. I Vangeli canonici non fanno i loro nomi ma gli apocrifi, che si soffermano sul medesimo episodio, li chiamano Gestas (il cattivo) e Disma (il buono). Nelle raffigurazioni della Crocefissione non sempre i due ladroni sono stati rappresentati. Alcuni artisti, infatti, hanno preferito rendere la scena del martirio di Cristo più intima e raccolta, limitando il numero dei personaggi sulla scena.

