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L’Impressionismo e la neve
I paesaggi innevati di Courbet e degli impressionisti.
By Giuseppe Nifosì Posted in Realismo ed Impressionismo on 7 Gennaio, 2019 0 Comments 8 min read
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Cosa c’è di più intenso e poetico di un paesaggio innevato? Non stupisce che così tanti artisti abbiano voluto raffigurarlo. Certo, dipingere la neve non è semplice, teoricamente è solo bianca. Invece, a saperla guardare con occhi attenti, accoglie tutto un mondo delicato di colori. Realisti e impressionisti seppero raffigurarla come pochi artisti nella storia.

Courbet

Gustave Courbet (1819-1877), il grande maestro del Realismo francese, non dipinse solamente sottoproletari al lavoro o giovani contadine nude, provocando lo scandalo generale di accademici e perbenisti. Egli fu anche un eccellente paesaggista, e almeno una trentina di suoi paesaggi hanno per protagonisti l’inverno e la neve. Courbet amò dipingere scene di caccia invernali e ampie distese innevate sin dalla metà degli anni Cinquanta del XIX secolo. I suoi paesaggi con cervi, cerve e caprioli nella neve ebbero perfino un grande successo: sono questi particolari paesaggi, infatti, i più numerosi.

Gustave Courbet, Paesaggio innevato con capriolo, 1866. Olio su tela, 60 x 76 cm. Troyes, Musée d’Art Moderne.

Immagini con boschi o campagne innevate e inanimate furono invece più rare. D’altro canto, Courbet non fu mai un paesaggista puro e non stupisce sia stato sempre un po’ più attratto da soggetti in cui animali o persone riescono a conferire un anelito di vita alle bianche distese. Tuttavia, dipinti come Neve, del 1868, nel loro biancore silenzioso hanno una magia trattenuta che davvero pochi dipinti ottocenteschi riescono ad esprimere.

Gustave Courbet, Neve, 1868. Olio su tela, 68 x 96 cm. Lisbona, Museu Nacional de Arte Antiga.

Courbet fu da subito assolutamente consapevole delle sottigliezze cromatiche della neve. In una lettera scrisse: «Guarda l’ombra della neve, com’è azzurra!». Possiamo affermare con sicurezza che gli impressionisti guardarono con attenzione a queste sue opere: le prime indagini di Courbet relative all’effetto della luce sulla neve stimolarono la loro successiva ricerca. Courbet fu per molti aspetti diverso dagli impressionisti (e d’altro canto, lui impressionista non fu) ma possiamo ragionevolmente affermare che senza il suo esempio lo sviluppo dell’Impressionismo avrebbe preso un’altra strada.

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Monet

Possiamo verificarlo ammirando uno dei più bei paesaggi innevati di Claude Monet (1840-1926), La gazza. Questo quadro fu realizzato da Monet a Étretat, durante l’inverno. Era stato Courbet, con le sue opere, a stimolare Monet alla difficile rappresentazione della neve. Ed è certo che Monet, nel porre mano alla tela con la gazza, ebbe bene in mente alcuni dei maggiori paesaggi innevati del maestro realista. È altrettanto evidente, però, che La gazza va ben oltre le ricerche di Courbet, e non solo per essere stata interamente dipinta en plain air, ossia all’aria aperta. Per Monet, infatti, la rappresentazione della neve fu, prima di tutto, un pretesto per studiare i giochi delle luci radenti e delle ombre colorate e per ottenere un insieme di eccezionale luminosità. Incanta, in questo dipinto, la straordinaria variazione di tonalità bianche, appena macchiate di nero, marrone e blu. Tutta la scena emana una grande sensazione di quiete. L’impianto compositivo è rigoroso: la tela è divisa in due parti uguali dal muretto, la cui orizzontalità è bilanciata dalla verticalità degli alberi. La gazza, posata sopra una staccionata, ha una posizione decentrata ma la sua macchia scura riesce a dare rilievo all’intera scena invernale.

Claude Monet, La gazza, 1869. Olio su tela, 89 x 130 cm. Parigi, Musée d’Orsay.

Il dipinto fu respinto al Salon del 1869 dall’accademico Gérôme, che definì Monet e i suoi amici pittori «una banda di matti». Monet fece allora collocare l’opera nella vetrina di un mercante d’arte, richiamando folle incredule e ostili. Vent’anni dopo, nel 1889, il critico d’arte Octave Mirbeau avrebbe commentato i paesaggi dell’artista in ben altri termini: «Tra il nostro occhio e l’apparenza delle figure di mari, fiori, campi, s’interpone un’atmosfera reale. Manifestamente l’aria inonda ogni oggetto, lo riempie di mistero, lo avvolge di tutte le colorazioni, ora sfumate ora sfavillanti, che ha accumulato prima di raggiungerlo. Il dramma è messo a punto scientificamente, l’armonia delle forze si accorda alle leggi atmosferiche, con l’andamento regolare e preciso dei fenomeni terrestri e celesti». Monet, insomma, avrebbe dovuto aspettare la fine degli anni Ottanta del secolo perché il suo linguaggio rivoluzionario fosse compreso anche da una parte della critica.

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Pissarro

Camille Pissarro (1830-1903) fu sempre considerato dai suoi compagni d’arte impressionisti come un uomo di grande levatura morale, privo di ambizioni personali, povero per scelta, disponibile a dispensare consigli e insegnamenti ai più giovani, pronto a smorzare le polemiche e ricucire le lacerazioni del gruppo. Al movimento restò fedele sino al suo scioglimento; fu l’unico a partecipare a tutte le otto mostre organizzate dagli amici. Pissarro eseguì soprattutto nature morte e paesaggi di campagna, immersi in un’atmosfera quieta e luminosa. Delle sue vedute rurali fece, negli anni Settanta, una sorta di specializzazione. Con questi suoi paesaggi così suggestivi, rasserenati da strutture compositive molto equilibrate, l’artista seppe rappresentare in modo nuovo il regno appena scoperto della luce, dei riflessi dell’acqua, delle nubi e della nebbia, della neve e del gelo. Costruì le forme degli alberi e dei prati usando pennellate curve, brevi, fitte e di colore denso. Il suo Paesaggio innevato con mucche, Montfoucault, del 1874, venne dipinto appunto a Montfoucault, che era una fattoria che l’artista aveva scelto come luogo di ritiro e riflessione. La neve blu indica la sua vicinanza artistica a Monet. Il dipinto, con le due mucche che quasi si fondono con lo sfondo mentre osservano placide l’osservatore, è quasi monocromatico, eppure vivissimo.  Sedici anni dopo la sua realizzazione, il pittore simbolista Maurice Denis lo avrebbe definito una «superficie piatta coperta di colori»

Camille Pissarro, Paesaggio innevato con mucche, Montfoucault, 1874. Olio su tela, 48 x 51 cm. Atlanta, High Museum of Art.
Sisley

Alfred Sisley (1839-1899) dipinse esclusivamente paesaggi en plein air. In vita, non conobbe mai gli onori e la fama di Monet o di Renoir: non a caso, nel 1895, Pissarro definì sé stesso e Sisley come «la retroguardia dell’Impressionismo». Diversamente dagli altri artisti del movimento, che in un modo o nell’altro riuscirono a guadagnare il supporto di mercanti d’arte e una certa benevolenza della critica, Sisley fu invece perseguitato dalla povertà e dall’insuccesso. Sisley dipinse campagne e paesaggi fluviali di incomparabile bellezza, tutti tesi alla ricerca di una delicata, poetica e quasi intangibile armonia cromatica. Anche i suoi paesaggi innevati, come Effetto neve a Louvenciennes, dipinto nel 1874, proprio l’anno della prima mostra impressionista. Un sentiero, situato in prossimità della casa all’epoca abitata dall’artista, è percorso da un uomo solitario, che ha le mani in tasca e il berretto calcato sulla testa; davvero non fatichiamo a immaginarci e a rivivere noi stessi, con lui, il piacevole tepore di quell’ala di sole che lo accarezza, illuminando, nel contempo, l’aria certamente tersa e pungente. Altri personaggi vanno in direzione opposta, verso un’ombra che invece percepiamo gelida. La gamma cromatica del dipinto è raffinatissima: la distesa della neve soleggiata viene punteggiata da lumeggiature azzurre e gialle, secondo la tecnica impressionista.

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Alfred Sisley, Effetto neve a Louvenciennes, 1874. Olio su tela, 54 x 65 cm. Collezione privata.
Caillebotte

Nel 1879, il pittore Gustave Caillebotte (1848-1894) partecipò alla quarta mostra impressionista con oltre venticinque opere. Tra le tele da lui esposte, figuravano anche due vedute di tetti, una delle quali innevata. Tali opere passarono all’epoca del tutto inosservate: quei paesaggi urbani risultarono del tutto insignificanti, privi di fascino, di rigore compositivo, sembrarono immagini più da fotografo dilettante che da pittore. Mostravano semplicemente ciò che si può vedere affacciandosi da una finestra quando nevica: che era, appunto, quanto il pittore voleva dipingere. Oggi, sono proprio questa rassicurante banalità, proprio questa poesia del piccolo sguardo casalingo, questa placida atmosfera domestica che ci spingono ad amare le vedute urbane di Caillebotte: l’artista ci invita a condividere la sua visione della città, che poi è anche la nostra, quella di tutti. Le sue sono, insomma, immagini senza tempo.

Gustave Caillebotte, Veduta di tetti (effetto neve), 1878. Olio su tela, cm 64 x 82. Parigi, Musée D’Orsay.


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