menu Menu
Kazimir Malevič
Riportare l’arte al grado zero.
By Giuseppe Nifosì Posted in Il Novecento: la stagione delle avanguardie on Ottobre 10, 2019 0 Comments 5 min read
L’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci Previous I crocifissi di Cimabure Next

Versione audio:

Nel 1914, a Pietrogrado (oggi San Pietroburgo), Kazimir Malevič (1878-1935) fondò il Suprematismo. Questo movimento sanciva la libertà dell’artista dal vincolo della rappresentazione della realtà e si proponeva la conquista di un’espressione “suprema”, ossia essenziale, della visione. «Noi, che ancora ieri eravamo futuristi» scrisse Malevič «ci siamo sbarazzati del Futurismo, ed essendo i più audaci abbiamo sputato sull’altare della sua arte». Il limite dei futuristi era di non essersi sbarazzati della «oggettività». Questa era invece la conquista che avrebbe garantito a Malevič la supremazia: «la costruzione di forme a partire da niente». Nel 1920, Malevič pubblicò il suo saggio più importante: Il suprematismo, ovvero il mondo della non rappresentazione. In questo trattato, egli enunciò compiutamente la sua teoria dell’arte e la sua poetica. L’artista moderno, secondo il pittore, non può più continuare a dipingere o scolpire scene o racconti al servizio della Chiesa e dello Stato; egli deve scegliere la strada della libertà, la strada di un’arte finalmente sciolta da ogni scopo pratico, e rispondere soltanto all’esigenza della pura sensibilità artistica. È questo il senso che Malevič dava al termine “suprematismo”: un termine che vuole indicare appunto la supremazia assoluta di questa pura sensibilità nelle arti figurative. Il mondo dell’oggettività costituisce un serio elemento di distrazione per l’artista, il quale rischia di smarrirsi e di perdere di vista il vero fine dell’arte.

Correlato:  La Rothko Chapel
Kazimir Malevič, Composizione suprematista Airplane Flying, 1915. Olio su tela, 58,1 x 48,3 cm. New York, The Museum of Modern Art (MoMA).
I quadrati di Malevič

Perseguendo questo obiettivo, Malevič realizzò opere in cui la rappresentazione di cose e persone lasciò il posto all’intransigente essenzialità della forma pura, alla composizione di figure geometriche elementari, autonome rispetto a qualunque esperienza sensoriale: il rettangolo, il triangolo, la linea, il cerchio. In Quadrato bianco su fondo bianco, del 1918, l’artista giunse a dipingere forme bianche su fondi bianchi, per «esprimere il potere della statica attraverso un’essenziale economia della superficie». Attraverso queste ricerche, la sua pittura si avviò sempre più verso la rarefazione stilistica, sino alla solitudine della tela bianca, sino a quasi la negazione di sé stessa. Queste opere di Malevič vanno lette in chiave puramente simbolica: è chiaro, infatti, che non rappresentano nulla. Esse “sono” di per sé.

Kazimir Malevič, Quadrato bianco su fondo bianco, 1918. Olio su tela, 79,5 x 79,5 cm. New York, The Museum of Modern Art (MoMA).
Un’icona nichilista

In Quadrato nero su fondo bianco, del 1915, senza dubbio la sua opera più nota e controversa, Malevič volle portare la propria pittura al grado zero, proponendo «l’esperienza della pura assenza di oggetti» e «il mondo come non-oggettività».

Correlato:  Mark Rothko: aneliti di infinito
Kazimir Malevič, Quadrato nero su fondo bianco, 1915. Olio su tela, 1,06 x 1,06 m. San Pietroburgo, Museo Statale Russo.

Il 19 dicembre 1915, l’artista organizzò una mostra, il cui titolo era: «0.10. Ultima mostra futurista»; dove «0» voleva dire tabula rasa, e «10», forse, indicava il numero dei partecipanti (che, in realtà, alla fine furono 14). Appese il suo Quadrato nero su fondo bianco nell’angolo della sala principale, in alto, dove solitamente erano collocate, nelle case russe, le icone cristiane.

Opere di Malevič nell’Art Bureau della gallerista russa Nadeshda Dobychina, al primo piano di un palazzo di Pietrogrado (oggi San Pietroburgo), dicembre 1915. Quadrato nero su fondo bianco è collocato sull’angolo fra due pareti, come un’antica icona russa.

Per ogni russo devoto fu qualcosa di sconcertante. Le icone avevano un significato che trascendeva ciò che esse rappresentavano. Erano considerate come finestre spalancate sull’infinito, un varco che metteva in comunicazione la realtà del mondo fisico (in cui noi viviamo) con la sovrarealtà, la “realtà altra” del mondo dello spirito. Nella forma-simbolo di Malevič, però, l’immagine del divino, così come il fondo oro della luce paradisiaca spariscono per dare spazio, come nel caso di Quadrato nero su fondo bianco, all’assoluto del colore nero. Dio, insomma, è stato cancellato: l’icona è rimasta nuda. Il riferimento alla tradizione è stato scelto con il solo compito di negarla. Malevič aveva aperto una finestra sul nulla o, forse, quella finestra intese chiuderla per sempre. La spiritualità cui allude l’artista è ricondotta unicamente alla dimensione dell’umano e alla pura sfera dell’arte. Null’altro importava. Con la sua icona nichilista Malevič asseriva che tutto (arte secolare, fede, religione) era finito e, nello stesso tempo, tutto poteva iniziare di nuovo: «Il quadrato nero […] sbarrava per sempre la finestra illusoria della rappresentazione, gridava al mondo che bisognava aprire gli occhi sulla vera realtà della pittura, che non era “al di là” della finestra, ma proprio lì, su quella superficie piatta» (L.Bonfante).

Correlato:  La linea di Newman

Si trattava, con tutta evidenza, di una radicale provocazione, che tuttavia avrebbe trovato importanti proseliti. Non si comprenderebbe l’arte astratta e informale di grandi artisti del secondo Novecento, come Rothko, Reinhardt e Klein, prescindendo dall’intuizione poetica di Malevič.

Condividi con gli amici:
Facebooktwitterlinkedinmail


Previous Next

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cancel Pubblica il commento

keyboard_arrow_up