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Il Koùros di Lentini, orgoglio italiano
Ricomposto un capolavoro dell’antica Grecia.
By Giuseppe Nifosì Posted in La civiltà greca on Dicembre 5, 2018 0 Comments 7 min read
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È in mostra a Palermo, a Palazzo Branciforte, un’antica scultura greca, oggi rinominata Koùros di Lentini, la quale è il risultato di una eccezionale operazione di restauro che ce l’ha restituita una condizione di piena leggibilità. I restauratori, dopo lungo studio, hanno infatti deciso di ricongiungere due diversi pezzi di scultura, rinvenuti in epoche diverse, ossia tra Settecento e primi del Novecento, nell’attuale provincia di Siracusa, a Lentini, l’antica Lentinoi, una delle più antiche colonie greche di Sicilia. Si tratta del Torso di koùros di Lentini, già conservato a Siracusa, nel Museo Archeologico Paolo Orsi, e della cosiddetta Testa Biscari, che si trovava a Catania, presso il Museo Civico di Castello Ursino.

Torso di koùros di Lentini, 530-490 a.C. Marmo pario. Già conservato a Siracusa, Museo Archeologico Paolo Orsi.
Testa Biscari, 530-490 a.C. Marmo pario. Già conservata a Catania, Museo Civico di Castello Ursino.

Secondo gli studiosi, queste due parti appartenevano ad un’unica statua tardo arcaica greca, databile al 530-490 a.C. Il primo a sostenere questa ipotesi fu, nel 1927, l’archeologo siciliano Guido Libertini, all’epoca docente di Archeologia nell’Università di Catania. Più recentemente, un team di ricercatori, dopo aver studiato sia il torso sia la testa, ha scientificamente accertato che entrambi i pezzi furono ricavati da un unico blocco di marmo bianco, proveniente quasi certamente dalle cave a cielo aperto di Lakkoi, nell’isola di Creta.

Torso di koùros di Lentini e Testa Biscari.

Ha quindi proceduto alla difficile operazione di ricongiungimento delle due parti, presso i laboratori del Centro Regionale Progettazione e Restauro della Regione Siciliana. La scultura è stata poi assicurata a un basamento in marmo grigio di Billiemi, opera (a dire il vero assai discutibile) dello scultore Giacomo Rizzo.

Torso di koùros Lentini e Testa Biscari prima del ricongiungimento.
Il kouros ritrovato

Secondo Lorenzo Lazzarini, docente di petrografia applicata presso l’Università IUAV di Venezia, «a seguito delle indagini minero-petrografiche e geochimiche del marmo del corpo e della testa del kouros, si può affermare che le due parti anatomiche sono state probabilmente ricavate da uno stesso blocco di marmo prelevato da un locus delle cave di Lakkoi, in assoluto le più produttive di statuaria». Il dato isotopico, continua Lazzarini, è infatti «pressoché identico per i due campioni di marmo». E tutto questo a confermare le palesi affinità stilistiche e di lavorazione dei due pezzi.

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«Le evidenze scientifiche – sostiene l’archeologo Sebastiano Tusa (oggi assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana) – confermano l’appartenenza dei due reperti a un’unica scultura ed il loro ricongiungimento costituisce a tutti gli effetti un vero e proprio nuovo ritrovamento archeologico che arricchisce il patrimonio culturale della Sicilia. È per me motivo di orgoglio potere affermare con certezza che si tratta di un’unica opera d’arte. Gli studiosi di livello internazionale che hanno collaborato a questa impresa, sono la garanzia scientifica del progetto. La multidisciplinarità con la quale abbiamo operato è stata l’arma vincente: il meglio delle conoscenze scientifiche messe in campo per un risultato straordinario».

Dopo l’esposizione di Palermo, il “kouros ritrovato” manterrà l’attuale composizione, che si considera definitiva. Sarà quindi ospitato, già da febbraio 2019, dal Museo Civico di Catania per essere poi trasferito a Siracusa, presso il Museo Archeologico Paolo Orsi.

Koùros di Lentini, 530-490 a.C. Marmo pario. Palermo, Attualmente Palazzo Branciforte; futura destinazione, Museo Archeologico Paolo Orsi.
Koùros di Lentini, particolare del ricongiungimento testa-torso.
Cos’è un koùros

I koùroi sono tipici soggetti della scultura greca arcaica, ossia quella prodotta tra il VI e la prima metà del V secolo a.C. in Grecia e nelle colonie greche. Si tratta di giovani uomini, di ragazzi, in greco, appunto, koùroi (singolare koùros) sempre mostrati in posizione eretta. L’età ideale di questi giovani era compresa tra i 17 e i 19 anni. Essi sono sempre completamente nudi, perché si volle celebrare la loro bellezza; i loro volti sono sempre segnati da un delicato ed enigmatico sorriso, che la critica ha battezzato come “sorriso arcaico”. La loro rappresentazione seguiva alcune regole stilistiche abbastanza rigorose: erano rigidi, con la testa eretta, le braccia stese lungo i fianchi con i pugni chiusi, la gamba sinistra avanzata, come ad accennare un passo, ma con entrambi i piedi ben appoggiati al suolo. Lo possiamo verificare nel Koùros di Anavysson, a noi giunto in uno stato di eccezionale conservazione.

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Kroisos (Koùros di Anavysson), 550-520 a.C. ca. Marmo, altezza 1,94 m. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Non sappiamo esattamente quali soggetti corrispondessero ai koùroi. Alcuni erano certamente raffigurazioni di Apollo. Difficile però ammettere che tutti i koùroi fossero immagini apollinee: nel solo Santuario di Apollo dello Ptoion, in Beozia, ne sono stati ritrovati circa 120. Molti erano dunque statue votive, offerte alla divinità come ringraziamento per un favore ricevuto, e rappresentavano gli offerenti, ossia uomini mortali. Altri potrebbero essere immagini idealizzate di defunti oppure di guerrieri o atleti. Insomma, i Greci elaborarono un tipo scultoreo unico per rappresentare uomini, eroi e divinità.

La muscolatura delle sculture più antiche appare piuttosto stilizzata. Ma già nelle opere prodotte nelle prime decadi del V secolo, si nota la tendenza a una resa più realistica dei corpi, in un processo che avrebbe portato, entro il 450 a.C., al meraviglioso naturalismo idealizzato di stampo classico. Il Kouros di Lentini, per esempio, pur appartenendo ancora al tipo dei koùroi arcaici, di cui condivide sostanzialmente impostazione e posa, presenta indubbiamente un modellato già sicuro nella raffigurazione di un giovane corpo nudo, vibrante di energia, dall’anatomia consapevole, dai trapassi chiaroscurali credibili. I dettagli, a parte qualche schematismo relativo alla capigliatura, mostrano una esplicita ricerca di verosimiglianza. Insomma, un autentico capolavoro.

Koùros di Lentini, 530-490 a.C. Particolare.
L’influenza della statuaria egizia

All’inizio del VI secolo a.C. mancavano agli scultori greci sia l’abilità tecnica sia, forse, anche l’interesse a riprodurre fedelmente il fisico di un uomo. L’influenza della statuaria egizia, in questo senso, era ancora molto forte e spingeva a rappresentare l’apparato muscolare per mezzo di semplici moduli decorativi. Anche le proporzioni e la posa dei koùroi sono tipiche delle sculture egizie. Nonostante le evidenti analogie stilistiche, però, la grande statuaria greca si distanzia profondamente da quella egizia per almeno un paio di aspetti. I koùroi, prima di tutto, non sono sempre divinità né sovrani ma spesso uomini comuni. Inoltre, gli Egizi non si facevano mai rappresentare completamente nudi: il corpo privo di vestiti era legato all’idea di povertà e solo gli schiavi e i servi più umili venivano ritratti così. I koùroi ostentano invece una nudità integrale che in tutto il mondo antico è sempre stata l’eccezione, non la regola: ma l’arte greca voleva celebrare la bellezza, più che il potere: dunque il corpo, emblema di bellezza per eccellenza, non poteva essere coperto.

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I koùroi, nonostante l’evidente tipizzazione, ci appaiono comunque dotati di un corpo pronto all’azione e ricordano gli atleti che attendono il via per iniziare una corsa, cosa che non si riscontra mai in una qualunque delle immagini dei faraoni egizi. Non dobbiamo dimenticare che le immagini dei koùroi venivano spesso destinate ai santuari, dove si tenevano le grandi competizioni sportive. È quindi ovvio che tali statue sono essenzialmente l’espressione di un ideale insieme agonistico ed estetico. E poiché in Grecia gli atleti usavano allenarsi e gareggiare senza vestiti, gli scultori non poterono che raffigurare i loro koùroi nudi, come i grandi campioni che erano soliti ammirare negli stadi.

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