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La lattaia di Vermeer
La capacità poetica di raccontare piccoli momenti di vita.
By Giuseppe Nifosì Posted in Il Seicento on Maggio 6, 2019 0 Comments 4 min read
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Nell’Olanda del Seicento, il piacere di possedere quadri fu molto diffuso; ogni borghese, appena poteva, ne comprava uno da appendere in casa o nella sua bottega. Il pubblico amava i soggetti più semplici e comprensibili, nei quali poteva facilmente riconoscersi; i pittori si adeguarono facilmente alle esigenze di mercato: e in un paese dove gli spazi domestici erano molto amati, essi fecero della veduta d’interni il genere pittorico più fortunato.

Dipingere la quiete domestica

In questo contesto brillò la stella di Jan Vermeer (1632-1675). Questo straordinario pittore, nella sua lunga carriera, produsse pochi quadri, in genere piccoli. Forse troppo pochi e troppo piccoli, per mantenere adeguatamente consorte, suocera e quattordici figli! Vermeer (che solo due o tre volte andò per strada a dipingere) aveva ricavato il suo studio in una stanza della sua casa, grande e luminosa al primo piano, e lì non lasciava molto spazio alla fantasia: prima di dipingere preparava, per così dire, un set tutto domestico e poi lo riproduceva così come lo vedeva. Scelse per modella la moglie e in alternativa la cuoca o la domestica o ragazze che frequentavano la sua numerosissima famiglia. La stanza dove si ambientano le sue scene è quasi sempre quella, con la medesima finestra sulla sinistra. Nei suoi quadri riconosciamo mobili, dipinti alle pareti, oggetti che facevano parte del suo arredamento e anche i vestiti e i gioielli della consorte. Senza dubbio, aprendoci le porte della propria casa, Vermeer ci ha permesso di avvicinarci al suo universo espressivo. Egli si distinse dai suoi colleghi per la capacità innata di far vedere con occhi nuovi la tranquilla, rassicurante bellezza di un semplice gesto, di uno sguardo, della sospensione di un pensiero. I suoi quadri ricostruiscono vicende umane normali, frammenti di storia quotidiana spesso dominati dal silenzio e dalla concentrazione, nei quali tuttavia lo spettatore può totalmente identificarsi.

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«Vermeer – ha scritto Federico Zeri – è un pittore tra i più ermetici, tra i più chiusi, tra i più sublimi della pittura occidentale. La sua è una forma di intimismo che coinvolge anche l’osservatore, che riguarda non solo le immagini, ma anche la nostra capacità di lettura. È un pittore misterioso che presenta sempre qualcosa di estremamente silenzioso, una sorta di velo di silenzio dato dalla luce».

Jan Vermeer, Donna che versa il latte, 1660-61. Olio su tela, 41 x 45,5 cm. Amsterdam, Rijksmuseum.
Una donna che versa il latte

Benché nei suoi quadri non manchino personaggi maschili, Vermeer amò rappresentare soprattutto le donne. Le sue giovani spose, le ragazze solitarie o sognanti, le domestiche indaffarate sono colte nell’intimità della loro casa, mentre puliscono, cucinano, leggono, scrivono, cuciono, suonano uno strumento, schiacciano un pisolino, si vestono o si ingioiellano.

Jan Vermeer, Donna che versa il latte, 1660-61. Particolare.

Nel suo capolavoro, Donna che versa il latte, comunemente noto come La lattaia, Vermeer ha certamente saputo raggiungere una straordinaria “esattezza” nella rappresentazione dei tessuti, delle terrecotte, dei vimini, dei metalli, del legno e dell’intonaco, del battiscopa in piastrelle; ha ravvivato con assoluta maestria i colori dei panni, illuminandoli con quel fiotto di luce calda che entra dalla finestra; gli sono state sufficienti poche, sicure pennellate per rendere la densità del latte che la donna, con l’attenta parsimonia di una padrona di casa oculata, sta versando nella ciotola.

Jan Vermeer, Donna che versa il latte, 1660-61. Particolare.

Eppure, difficilmente ci soffermiamo su questi particolari: restiamo piuttosto colpiti dal fatto che il dipinto riesce a rievocare in noi qualcosa di assolutamente familiare. Ognuno vi può riconoscere la mamma che prepara, o preparava, la colazione al mattino.

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Jan Vermeer, Donna che versa il latte, 1660-61. Particolare.

Come sempre, Vermeer esprime molto, proprio in quanto dice il meno possibile: i suoi personaggi sono come i volti dei grandi attori, distesi, senza smorfie, senza compiacimenti; la recitazione è solo apparentemente naturalistica, in realtà epica; il gesto semplice e sicuro» (S. Danesi Squarzina). A questo meraviglioso dipinto, la poetessa Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996, ha dedicato i seguenti versi: «Finché quella donna del Rijksmuseum / nel silenzio dipinto e in raccoglimento / giorno dopo giorno versa / il latte dalla brocca nella scodella, / il Mondo non merita / la fine del mondo» (Vermeer, da «Qui»).

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