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Il lavoro femminile nella pittura dell’Ottocento
Il lavoro femminile nella pittura europea dell’Ottocento.
By Giuseppe Nifosì Posted in Realismo ed Impressionismo on Marzo 6, 2019 0 Comments 10 min read
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Nel XIX secolo ci fu un vero e proprio filone artistico, chiamato “pittura dal vero”, comprendente Realismo, Verismo e Impressionismo, che si dimostrò attentissimo ai mutamenti sociali, economici e politici legati alla crescita del proletariato urbano e alla nascita della lotta di classe. Gli artisti che aderirono a tale filone, soprattutto in Francia e in Italia, rifiutarono ogni forma di idealizzazione e amarono trattare temi e soggetti ispirati dal mondo contemporaneo, che non di rado ebbero caratteri di denuncia marcati e provocatori. Tali pittori amarono rappresentare, nello scandalo generale, contadini, operai, lavandaie e prostitute, spesso mostrandone (quasi con brutalità) le tristissime condizioni di vita. Grande attenzione venne dedicata al mondo del lavoro e, soprattutto, alla condizione della donna nei contesti lavorativi di quel tempo, sia nelle grandi città industrializzate sia nelle campagne, queste ultime ancora legate a tradizioni e stili di vita quasi arcaici.

Spigolatrici

Il lavoro nelle campagne era assolutamente privo di tutele per le lavoratrici, anche perché svolto, nella maggior parte dei casi, in ambito strettamente familiare. Alle donne erano riservati, di norma, compiti apparentemente semplici, in realtà estremamente faticosi e degradanti, come quello della raccolta e della spigolatura.

Il lavoro delle spigolatrici era, in ambito contadino, il più povero, perché comportava un movimento ripetitivo e spossante: chinarsi, raccogliere, alzarsi. La spigolatura consisteva, infatti, nel recupero delle spighe cadute durante la mietitura. Sotto la calura, protette a stento da un fazzoletto sulla testa, le spigolatrici si recavano nei campi per prendere, una ad una, le spighe rimaste in terra. Questa attività veniva svolta soprattutto dalle povere donne sole, come le vedove e le orfane, oppure dalle ragazze madri che non avevano altro mezzo di sussistenza. Era così che le famiglie più povere riuscivano a procurarsi qualche sacco di farina, un po’ d’olio o pochi litri di vino.

Nel dipinto Le spigolatrici del pittore realista francese Jean-François Millet (1814-1875), il primo piano della scena è interamente occupato da tre spigolatrici, curve sul campo arato.

Jean-François Millet, Le spigolatrici, 1857. Olio su tela, 83,5 x 110 cm. Parigi, Musée d’Orsay.

Avendo la testa rivolta all’osservatore, esse voltano le spalle agli enormi covoni di grano, frutto di un raccolto abbondante e fortunato che un sovrintendente sta sorvegliando a cavallo e a cui loro, ovviamente, non hanno accesso. I volti appaiono abbrutiti dalla fatica, le mani deformate dall’estenuante lavoro; gli abiti ruvidi e opachi hanno toni cromatici bassi e cupi. I loro gesti sono come immobilizzati e d’altro canto il carattere ripetitivo del lavoro è sottolineato dal parallelismo delle loro posizioni. La fatica di quell’umile operazione è resa magistralmente; i corpi delle donne sono così abituati alla posizione china che sembrano non potersi più rialzare, come suggerisce la figura a destra. I fili di paglia non ombreggiati brillano contro il fondo bruno della terra, cui anche le donne, con la materia consunta delle loro stoffe, sembrano appartenere. Sul fondo, la luce intensissima e abbacinante del sole a picco rende l’atmosfera piatta e quasi polverosa.

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La portata rivoluzionaria della pittura di Millet si comprende ancora meglio confrontando Le spigolatrici con altri dipinti di analogo soggetto, ad esempio Il richiamo delle spigolatrici di Jules Breton (1827-1906). Questo artista, figlio di contadini come Millet, aderì al Realismo sin dal 1948 ed espresse nei suoi quadri un legame profondo con la terra, le tradizioni, la religione; tuttavia, non volle mai spingersi a una rappresentazione troppo cruda ed esplicita della verità.

Jules Breton, Il richiamo delle spigolatrici, 1859. Olio su tela, 90 x 176 cm. Parigi, Musée d’Orsay.

Le sue spigolatrici non sono mostrate sotto il sole cocente mentre lavorano ma di sera, quando stanno per lasciare i campi e un sorvegliante, appoggiato a un cippo con le mani attorno alla bocca, le chiama a raccolta. Pur soffermandosi su certi dettagli realistici, come ad esempio gli abiti logori e consunti delle donne o i loro piedi scalzi, Breton ha voluto idealizzare la scena, conferendo eleganza ai gesti delle contadine e fierezza al loro portamento. Niente a che vedere, quindi, con le figure dolenti e rigide di Millet.

Raccoglitrici e mondine

Il rito della spigolatura si ripeteva anche dopo la vendemmia o la bacchiatura delle olive. Il macchiaiolo italiano Telemaco Signorini (1835-1901) lo racconta magistralmente nel suo dipinto La raccolta delle olive dove la dolcezza del paesaggio e alcuni teneri dettagli, come quello del bambino seduto sul prato, addolciscono il significato della scena, facendo quasi passare in secondo piano la durezza di quelle condizioni di vita.

Telemaco Signorini, La raccolta delle olive, 1862-1865 circa. Olio su tela, 51,3 x 36,2 cm. Bari, Pinacoteca Metropolitana Corrado Giaquinto.

Intensa è la testimonianza del livornese Adolfo Tommasi (1851-1933) che in Due boscaiole a riposo evidenzia come anche le donne più anziane fossero costrette a lavori faticosi, tra cui la raccolta e il trasporto della legna.

Adolfo Tommasi, Due boscaiole a riposo, 1893. Olio su tela, 115 x 120 cm. Livorno, Galleria d’Arte Goldoni.

Ben più esplicita e diretta è, in tal senso, la denuncia dell’abruzzese Teofilo Patini (1840-1906) che nel dipinto Bestie da soma ritrae alcune donne (una delle quali incinta) distrutte dalla fatica, scendere dai monti cariche di legna da ardere. Il titolo di quest’opera, già da solo, manifesta la natura politica della pittura di Patini, impegnato nella difesa dei lavoratori contadini, obbligati a condizioni di vita disumane.

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Teofilo Patini, Bestie da soma, 1886. Olio su tela, 2,44 x 4,16 m. L’Aquila, Palazzo del Governo (temporaneamente presso la Pinacoteca di Castel di Sangro).

Nel Nord Italia, le risaiole, o mondine, furono forse le più diffuse lavoratrici agricole del tardo Ottocento. Queste donne, a fine primavera, si recavano nelle risaie allagate per trapiantarvi le piantine di riso ed eseguire la “monda”, ossia l’eliminazione delle erbacce che ne avrebbero ostacolato lo sviluppo. Angelo Morbelli (1854-1919) dedicò diverse opere proprio alle risaiole. Nel quadro intitolato Per 80 centesimi emerge, sin dal titolo scelto, un intento di critica sociale assai esplicito. Il durissimo lavoro delle mondine era infatti sottopagato. In questo celebre capolavoro ottocentesco, le mondine stanno lavorando in un ampio prato solcato da numerosi canali e vengono ritratte di schiena, con le gambe immerse nell’acqua.

Angelo Morbelli, Per 80 centesimi, 1895. Olio su tela, 69 x 124 cm. Vercelli, Civico Museo Borgogna.
Lavandaie e stiratrici

Nelle grandi città, le donne appartenenti alle classi sociali più sfortunate erano spesso destinate a diventare lavandaie e a trascorrere le proprie giornate, nella bella come nella brutta stagione, a lavare al fiume o in apposite vasche pubbliche la biancheria e i vestiti dei signori. Il pittore realista francese Honoré Daumier (1808-1879) ne rende testimonianza con La lavandaia, dipinto in cui una donna anonima, con il fardello dei panni sotto il braccio, è presentata come il minuscolo, anonimo ingranaggio di una vera e propria industria, che all’epoca dava lavoro al venticinque per cento della popolazione parigina.

Honoré Daumier, La lavandaia, 1860. Olio su pannello di legno, 28 x 19 cm. Buffalo, Albright-Knox Art Gallery.

Questa immagine disincantata di una popolana che risale dal fiume, stremata dopo una giornata di lavoro duro e mal pagato, eppure così teneramente attenta a che la figlioletta non inciampi, testimonia il vivo interesse dell’artista per le condizioni di vita delle classi popolari. Le opere di Daumier nacquero, dunque, come strumenti di critica feroce alla società borghese del tempo e al suo corrotto apparato legislativo, giudiziario e burocratico.

Il livornese Eugenio Cecconi (1842-1903) mostra invece le sue Lavandaie a Torre del Lago mentre compiono il proprio durissimo lavoro nelle acque del lago di Massaciuccoli. Gli italiani, fatte le debite eccezioni, furono sempre meno duri ed espliciti dei francesi nell’affrontare temi come questo. Nel dipinto di Cecconi, infatti, la fatica appare lievemente stemperata dal senso di solidarietà femminile che permea l’intera scena.

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Eugenio Cecconi, Lavandaie a Torre del Lago, 1880; olio su tela, 50,5 x 106,5 cm. Milano, Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci.

Nell’Ottocento, assai diffusi erano anche i lavori domestici femminili, quelli compiuti dalle donne, per conto di altri, all’interno delle proprie abitazioni. Le lavandaie stesse, per esempio, concludevano la propria opera stirando la biancheria già lavata e asciugata. Edgar Degas (1834-1917), che mostrò più di altri suoi colleghi impressionisti un interesse per la vita quotidiana delle classi inferiori, si concentrò, al pari dei realisti, sull’attività delle stiratrici. Nel dipingere queste popolane, l’artista focalizzò sempre la sua attenzione sulla pesantezza del loro lavoro e sulla semplicità dei loro abiti; allo stesso tempo, tuttavia, riuscì a creare composizioni accurate e monumentali, immerse in quella particolare luce “a chiazze” divenuta tipica dei paesaggi impressionisti. Assai famoso è il dipinto Le stiratrici, del 1884, probabilmente realizzato sulla base di un materiale fotografico, dove lo sbadiglio non trattenuto di una donna stanca per il faticoso stirare irritò il pubblico più del soggetto stesso.

Edgar Degas, Le stiratrici, 1884. Olio su tela, 76 x 82 cm. Parigi, Musée d’Orsay.

Quello della filatrice era forse il più antico tra i lavori femminili domestici. Le filatrici, infatti, dovevano trasformare sia i batuffoli di lana sia le fibre vegetali, come il cotone, la canapa, il lino, in fili da lavorare con i ferri, per ricavarne coperte, maglie, calze e altra biancheria. Questo lavoro, che per millenni è stato eseguito sempre allo stesso modo, richiedeva una grande preparazione e un impegno giornaliero.

L’aspetto triste e dimesso della giovanissima Filatrice dipinta dal milanese Gerolamo Induno (1825-1890), intenta a filare nella propria casa spoglia e sporca, ci racconta magistralmente di una vita di miseria e privazioni.

Gerolamo Induno, La filatrice, 1863. olio su tela, 65,5 x 52,2 cm. Genova Nervi, Galleria d’Arte Moderna.

Anche la Bigherinaia del macchiaiolo Silvestro Lega (1826-1895), intenta a realizzare bigherini, ossia guarnizioni di trina per gli abiti femminili, è immersa nel proprio lavoro solitaria e malinconica, davanti a un grande telaio.

Silvestro Lega, La bigherinaia, 1883. olio su tela, 33,7 x 24,7 cm. Viareggio, Società di Belle Arti.

Il lavoro delle donne, così come raccontato da questi artisti, riesce sempre e comunque a mantenere una qualche dimensione etica. Pur nell’indignazione e nella denuncia, si coglie la consapevolezza che il lavoro onesto, per quanto umile, salva la dignità personale. Le spigolatrici, le lavandaie, le ricamatrici non sono ammesse alla mensa del benessere, anzi sono come uccellini che raccolgono le briciole di un abbondante pasto; tuttavia potranno, sia pure alla fine di una durissima giornata, portare a casa da mangiare per i figli o per gli anziani genitori, e questo senza dover cadere nella disperazione più nera, senza dover toccare il fondo dell’abiezione, senza doversi prostituire. Le umilissime protagoniste di questi quadri, insomma, hanno in sé stesse qualcosa di eroico.


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