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La Libertà che guida il popolo di Delacroix
Capolavoro romantico, simbolo universale.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Neoclassicismo e Romanticismo – Data: Ottobre 6, 2020 0 commenti 7 minuti
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Eugène Delacroix (1798-1863) è stato l’ultimo grande pittore del Romanticismo francese. Guardato come un maestro ancora dai pittori della generazione successiva, e perfino dagli impressionisti, per tutta la vita avvertì il bisogno di concedere libero sfogo alla propria ispirazione. Nei suoi quadri, mirò soprattutto a cogliere gli istanti in cui si decidono i destini degli uomini; proporre con le sue opere insegnamenti etici non gli parve affatto essenziale. Secondo lui, un’opera d’arte deve permettere allo spettatore di calarsi entro le situazioni rappresentate e di provare i medesimi sentimenti degli eroi, nobili o meno, che ne sono protagonisti. La Libertà che guida il popolo di Delacroix.

Eugène Delacroix, La Libertà che guida il popolo, 1830. Olio su tela, 2,60 x 3,25 m. Parigi, Musée du Louvre.

La Libertà che guida il popolo

Con il suo capolavoro assoluto, La Libertà che guida il popolo, Delacroix volle rendere omaggio alle tre giornate della rivoluzione parigina del 1830. Nel quadro di Delacroix, i combattenti emergono dal fumo degli incendi e dalla polvere dei crolli, superando con incedere impetuoso una barricata fatta di travi e di grosse pietre, coperta di cadaveri e moribondi. I vari personaggi simboleggiano le diverse classi sociali, unite nella lotta comune contro il tiranno.

Eugène Delacroix, La Libertà che guida il popolo, 1830. Particolare del popolo.

Una giovane donna dal seno scoperto regge nella mano destra il tricolore francese e nella sinistra un fucile con baionetta; allegoria della Libertà, questa figura richiama precedenti allegorie rivoluzionarie della donna-Francia, discesa dal cielo per guidare il popolo di Parigi alla rivolta. Senza dubbio, rimanda anche al modello classico della Venere di Milo, scoperta nel 1820 ed esposta al Louvre.

Eugène Delacroix, La Libertà che guida il popolo, 1830. Particolare della Libertà.
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Venere di Milo, II sec. a.C. Marmo, altezza 2,02 m. Parigi, Musée du Louvre.

Da un punto di vista compositivo, Delacroix ricalca nel suo dipinto lo schema generale della Zattera della Medusa di Géricault, rovesciandolo. Se, infatti mantiene sia lo schema piramidale del gruppo centrale sia l’idea dell’onda umana che si innalza in un moto d’impeto, inverte la direzione del moto dei personaggi, che difatti si precipitano verso lo spettatore, prendendolo di petto, quasi rivolgendogli un discorso concitato.

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La zattera della Medusa di Géricault e La Libertà che guida il popolo di Delacroix a confronto. Schema compositivo della “piramide umana”.
La zattera della Medusa di Géricault e La Libertà che guida il popolo di Delacroix a confronto. Schema compositivo della “onda umana”.

Riduce le suggestioni classiche: i corpi fortemente modellati di Géricault lasciano il posto a figure viste in controluce, contro un fondo luminoso e vibrante. Quest’opera, animata da passione, è colma di impeto e d’irruenza emotiva. L’artista seppe trasformare l’omaggio al moto insurrezionale di un singolo popolo in un inno universale alla libertà dell’uomo.

Eugène Delacroix, La Libertà che guida il popolo, 1830. Particolare del cadavere in primo piano.

Le reazioni del pubblico alla Libertà

Quando venne presentato al Salon parigino del 1831, il dipinto di Delacroix scandalizzò pubblico e critica e fu accolto con giudizi molto negativi. Il problema, in verità, non era costituito dal contenuto politico del quadro ma dalla figura della Libertà, vera protagonista dell’opera. Per quanto allegorica, essa mostrava comunque una donna armata che guidava degli uomini al combattimento e questo, per l’opinione pubblica del tempo (maschilista), risultava decisamente disturbante. Altro motivo di scandalo era l’aspetto fisico della donna, ispirato, sì, a un capolavoro classico, ma, nel contempo, dotato di elementi di accentuato realismo che rendevano la sua figura sessualmente attraente: ad esempio, i peli sotto l’ascella.

Eugène Delacroix, La Libertà che guida il popolo, 1830. Particolare della Libertà.

Nella convenzionale rappresentazione classicistica e accademica del nudo, rigorosamente idealizzato, la peluria era bandita, al più si accettava un accenno di peluria pubica nei nudi maschili. Delacroix, insomma, era colpevole di aver dipinto una Libertà allegorica che, allo stesso tempo, risultava anche carnale e appariva come una vigorosa popolana. I critici non erano disposti ad accettare questa commistione di realismo e allegoria: la Libertà venne definita «schifosa», una «donna ignobile», una «Venere delle strade» e paragonata a una «giovane vivandiera», a una «donna di malaffare», a una «donna di strada sporca e disonorata», a una «cortigiana di basso livello», alla «più ignobile cortigiana delle più lerce vie di Parigi», a una di quelle «svergognate peripatetiche i cui sciami la sera coprono i boulevards».

Un simbolo universale

Ci sono dipinti che diventano iconici per ciò che mostrano, per come lo mostrano ma soprattutto per il messaggio che vogliono comunicare. È questo il caso del capolavoro di Delacroix: un quadro la cui fortuna ha travalicato il contesto nel quale venne concepito, per diventare simbolo di ogni legittima rivendicazione di libertà, uguaglianza, civiltà. Una lezione che resta sempre valida.

Un’opera d’arte diventa iconica quando la realtà viene ricondotta ad essa. Pensiamo solo ai Bronzi di Riace, al Discobolo di Mirone, alla Gioconda di Leonardo, alla Madonna della seggiola di Raffaello, alla Pietà di Michelangelo, all’Urlo di Munch. Un quadro è iconico quando è la realtà che sembra imitare l’arte e non viceversa.

Il ragazzo di Gaza

Nel 2018 è diventata virale sul web una fotografia di cui si è anche molto discusso. Un ragazzo palestinese di vent’anni, Aed Abu Amr, è stato fotografato a torso nudo durante una manifestazione contro l’assedio e l’oppressione dell’occupazione israeliana, trasformatasi poi in una rivolta in cui sono morti 208 ragazzi come lui.

Mustafa Hassouna, Tredicesimo tentativo di forzare il blocco di Gaza via mare (Il ragazzo di Gaza), 2018. Fotografia.

Bello, impavido, con la bandiera palestinese in una mano e la fionda nell’altra, il corpo in tensione prima del lancio, con il fumo delle esplosioni sullo sfondo, il giovane ha subito attirato l’attenzione del fotografo turco Mustafa Hassouna. Il successo dello scatto è stato planetario, e ciò in parte è dipeso perché la bellezza della foto, al di là dei suoi oggettivi e autonomi valori artistici, è come amplificata dalla sua casuale somiglianza con il capolavoro di Delacroix. Il richiamo all’immagine romantica è palese, il sentimento che comunica sicuramente lo stesso. Questa foto, in altri termini, sembra un quadro. E come “quel” quadro iconico è stata recepita come simbolo di ogni rivoluzione, di ogni resistenza.

Il ragazzo di Gaza e la Libertà a confronto.

Diventato subito un idolo, all’indomani dello scatto Aed Abu Amr si è schernito con queste parole: «Non sapevo nulla della foto, poi gli amici me l’hanno fatta vedere. Per me questa bandiera è importante. Noi reclamiamo il nostro diritto di tornare nelle nostre terre. Protestiamo per la nostra dignità e per la dignità della futura generazione».


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