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Malinconia di Munch e l’opera di Svevo
La rassegnazione dell’inetto.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Postimpressionismo e Simbolismo – Data: Marzo 11, 2024 1 commento 7 minuti
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«Che cos’è l’arte? L’arte emerge dalla gioia e dal dolore. Maggiormente dal dolore. Fiorisce dal vivere umano». Così scrisse, nei propri diari, il pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944), esponente di spicco del Simbolismo europeo, riferimento essenziale della Secessione di Berlino e precursore dell’Espressionismo tedesco. «Io credo unicamente in un’arte che sia dettata dal bisogno umano di aprire il proprio cuore.

Un’opera d’arte sgorga direttamente dal più intimo essere dell’uomo». E cosa albergava nel cuore di questo artista? Paura, dolore, ansia esistenziale, un mal di vivere acuto e quasi paralizzante che tuttavia Munch riuscì a riversare nelle proprie opere, quasi con intento terapeutico, assecondando una febbrile esigenza di espressione.

Edvard Munch in un ritratto fotografico.

L’arte come confessione

«Per me, dipingere è come essere ammalato o intossicato – una malattia dalla quale non vorrei mi si guarisse, un’intossicazione di cui non posso fare a meno». Per Munch, l’arte fu terapia e occasione di confessione pubblica. L’artista espresse con i suoi quadri il proprio sentimento tragico della vita. Nelle sue opere dai colori densi e spettrali, cariche di pessimismo e di erotismo, profondamente misogine, affrontò simbolicamente i temi della solitudine, della gelosia, della morte, del dolore, della difficoltà di vivere, della misantropia.

«La mia arte è un’autoconfessione. Per suo tramite io tento di far luce sul mio rapporto con il mondo. Si potrebbe anche considerare egoismo. Comunque sia, ho sempre pensato e sentito che la mia arte potrebbe aiutare gli altri a fare luce nella loro ricerca di verità». Un’arte «in grado di emozionare e commuovere. Un’arte che nasca dal sangue del cuore».

Edvard Munch, Malinconia, 1891. Pastello, colori a olio e matita su tela, 73 x 101 cm. Oslo, Munch Museum.

Malinconia

Tutti i dipinti di Munch prodotti a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento e ancora quelli novecenteschi (realizzati nella drammatica solitudine del suo ritiro norvegese) testimoniano l’angosciosa condizione di non-vita a cui l’artista sentiva di appartenere: una condizione nella quale egli si percepiva estraneo perfino a sé stesso, non sapendo realmente chi fosse e cosa volesse. Questo suo dolente stato d’animo è ben rappresentato in una serie di opere (5 tele e 2 xilografie) realizzate tra il 1891 e il 1902, intitolate Malinconia.

Sono tra i primi quadri esplicitamente simbolisti del pittore ed entrarono a far parte del suo Fregio della vita. Il soggetto è quello di un uomo solitario, triste e pensieroso, mostrato in primissimo piano seduto su una spiaggia, ripiegato su sé stesso, con il capo sorretto da una mano. In alcune delle opere, sullo sfondo, si intravede una coppia in procinto di imbarcarsi. La prima versione del dipinto, risalente al 1891, combina diverse tecniche pittoriche. Alcune parti della di tela non sono state dipinte. Le forme semplificate, la mancanza di prospettiva, l’accentuata bidimensionalità rimandano al sintetismo simbolista.

Edvard Munch, Malinconia, 1892. Olio su tela, 64 x 96 cm. Oslo, Nasjonalmuseet.

Spalle al mare

Nella versione del 1892, l’uomo, identificabile con l’artista medesimo, è ritratto nell’angolo destro della tela e volge le spalle al mare, alla sabbia insolitamente nera come il catrame e soprattutto alle tre figure sul pontile lontano, che si dirigono verso una barca attraccata. I colori sono lividi. L’oscurità del mare evoca cupi pensieri e trasmette un senso di profonda tristezza.

È chiaro che questo paesaggio è prima di tutto una proiezione dello stato d’animo del pittore. La raffigurazione della Natura, come avevano insegnato i Romantici, è solo un mezzo per evocare altro, non lo scopo del dipinto.

Edvard Munch, Malinconia, 1893. Olio su tela, 86 cm x 129 cm. Oslo, Munchmuseet.

Estraniarsi da tutto

Nelle pagine del suo diario, l’artista scrive parole che paiono proprio riferirsi a questa scena. «Una sera camminavo in solitudine sulla riva del mare che sospirava e sciabordava tra gli scogli – vi erano lunghe nuvole grigie all’orizzonte – tutto era come morto – una terra desolata – ma ecco laggiù c’è della vita sul molo – c’erano un uomo e una donna – e poi apparve un altro uomo – con dei remi sulle spalle – e la barca era là – pronta per l’imbarco». «Stanno scendendo – lei e lui… vanno fino all’isola laggiù in fondo – nella luminosa notte estiva si dirigono laggiù tra gli alberi – tenendosi sottobraccio – L’aria è così dolce – dev’essere meraviglioso amare adesso. La barca diviene sempre più piccola si odono ancora i colpi dei remi sulla superficie dell’acqua – Egli era solo – le onde scivolavano monotone verso di lui – e sciabordavano tra gli scogli».

Munch si sta, in quest’opera, estraniando da tutto: dal mondo e anche dalla vita che gli altri stanno tranquillamente conducendo, che li porterà lontani da lui, destinato a rimanere solo. Volge le spalle a una felicità che gli è preclusa. La distanza fra lui e la coppia che si sta imbarcando richiama quella che lo separa dalla felicità, che lui anela e di cui è geloso, nella misura in cui gli sembra appartenere solo agli altri. Munch stesso scrive in un appunto del 1894-95: «La gelosia, una lunga riva deserta».

Italo Svevo in un ritratto fotografico.

Svevo e l’inetto

Nello stesso anno, il 1892, uno dei più importanti esponenti del Decadentismo letterario italiano, lo scrittore e drammaturgo Italo Svevo (1861-1928), coetaneo di Munch, pubblicò il suo primo romanzo, Una vita, il cui titolo originario era tuttavia L’inetto. Il tema della inettitudine, dell’incapacità di gestire la propria vita interiore e sentimentale, venne poi affrontato da Svevo anche in due successivi romanzi: Senilità, del 1898, e soprattutto La coscienza di Zeno, pubblicato nel 1928.

E sembra quasi si conoscessero, Munch e Svevo, per come seppero, entrambi, tratteggiare questa emblematica figura della poetica decadentista: l’inetto, appunto, un uomo chiuso nella sua introversione, che non lavora, non costruisce, tende a vivere più in un mondo di fantasia che nella realtà, è pieno di inibizioni e di frustrazioni, avverte la propria inferiorità, subisce gli eventi senza dominarli, si arrende alle pulsioni dell’inconscio che lo privano di ogni possibilità di scelta.

Edvard Munch, Malinconia, 1894. Olio su tela, 72 cm x 98 cm. Collezione privata.

Freud, Svevo e le nevrosi

Allo stesso modo di Munch, e influenzato dallo psichiatra Sigmund Freud (che studiò con passione), Svevo volle esplorare, nei propri romanzi psicologici, la parte più profonda dell’animo umano, analizzare i personaggi fin nelle viscere della loro coscienza turbata, indagarne le emozioni. Personaggi di cui accetta e difende debolezze e nevrosi, riconoscendo in esse la manifestazione del rifiuto di accettare le regole e i meccanismi alienanti della civiltà contemporanea. Guarire dalle proprie nevrosi consentirebbe di essere come i “sani”, che però sono cristallizzati in una forma rigida e immutabile, definitiva; ma la conquista della normalità comporterebbe la rinuncia alla forza del desiderio, a quella particolare capacità che l’inetto ha di cogliere i nessi del reale, quelli che gli altri non sanno e non vogliono riconoscere.

Edvard Munch, Malinconia, 1894-96. Olio su tela, 81 cm x 100,5 cm. Bergen, Art Museum.

Riconoscere il fallimento

Nel capolavoro letterario di Svevo, ossia La coscienza di Zeno, il protagonista, un uomo che si sente malato e inetto, racconta la propria vita in modo ironicamente disincantato, riconoscendo il proprio fallimento. Egli matura, alla fine, la convinzione che l’esistenza è tragica e comica insieme e che l’inettitudine è una condizione universale, giacché è la vita stessa a essere malata, e stritola tutto e tutti, vanificando ogni patetico tentativo di autoinganno.

La partita con la vita, insomma, secondo Svevo non può essere vinta. L’unica via di scampo, per sopravvivere, è l’acquisizione di una coscienza sulla condizione umana e il conseguente adattamento alla propria, consapevole inettitudine. Una posizione che certamente Munch avrebbe condiviso e che d’altro canto scelse di fare sua.

Edvard Munch, Malinconia, 1896. Xilografia, 41.1 × 55.7 cm. Oslo Munchmuseet.


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