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Marina Abramović: l’arte è vita
«Può essere l’arte isolata dalla vita? Deve esserlo?».
By Giuseppe Nifosì Posted in Il Novecento: dagli anni Settanta ad oggi on Novembre 5, 2018 0 Comments 7 min read
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L’arte contemporanea ha comportato un radicale spostamento dell’attenzione collettiva dall’opera all’azione dell’artista. Nel contesto dell’Action Painting, Pollock, per fare un solo esempio, ha camminato sulle sue tele colandovi sopra il colore. Alcuni artisti hanno invece scelto di seguire un’altra strada, dando vita a una corrente nota come Body Art.

Nata alla fine degli anni Sessanta e sviluppatasi dalla prima metà dei Settanta praticamente sino a oggi, la Body Art ha adottato l’impiego del corpo come forma di espressione artistica. Molte sono state le forme di Body Art e molti i caratteri assunti dalle varie manifestazioni: alcuni artisti hanno scelto di “esporre” sé stessi, come statue viventi, altri hanno compiuto azioni o creato situazioni, dette performances, non solo negli edifici deputati per l’arte, come gallerie o musei, ma anche nei luoghi pubblici, nei comuni spazi della città.

Durante le loro performances, che dunque possiamo definire come azioni che hanno di per sé una valenza artistica, gli artisti hanno improvvisato effimeri processi creativi con materiali e oggetti, hanno modificato l’ambiente, hanno scandito suoni e parole o hanno agito o danzato, coinvolgendo nel movimento altri artisti o lo stesso pubblico. Talvolta le performances sono state invece strutturate come veri e propri spettacoli incentrati sulle esibizioni degli artisti, diventando forme di arte-teatro che hanno preso il nome di happening. Nell’happening, insomma, tutto ciò che accade è precedentemente studiato e definito dall’artista, che quindi guida, per così dire, gli eventi. Certo i risultati, alla fine, rimangono di fatto imprevedibili; è bene infatti osservare che i confini tra queste due forme d’arte non sono poi mai stati così nettamente definiti.

Possiamo dire che, organizzando le loro performances o i loro happenings, gli artisti hanno sempre e comunque puntato a svincolare il pubblico dal suo ruolo di spettatore passivo, con l’intento di coinvolgerlo più o meno direttamente. Molti body artists hanno scelto di proporre il proprio corpo in esibizioni estreme, al fine di provocare forti emozioni nel pubblico: denudandosi, travestendosi, autoseppellendosi o infierendo su sé stessi con interventi a volte masochistici.

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Tra i performers più celebri, si distingue certamente l’artista serba Marina Abramović (1946), che in tanti anni di attività ha voluto affrontare con determinazione ogni tipo di prova fisica e psicologica. È del 1974 la performance Rhythm 0, tenutasi a Napoli. Dopo aver preparato sul tavolo vari oggetti, tra cui coltelli, forbici e una pistola carica, l’Abramović si è offerta passivamente al pubblico, assicurando che sarebbe rimasta immobile per sei ore, qualunque cosa fosse successa. Le istruzioni piazzate sul tavolo dicevano: «Ci sono 72 oggetti sul tavolo che possono essere usati su di me nel modo in cui desiderate. Io sono l’oggetto. Mi assumo completamente la responsabilità di quello che faccio. Durata: 6 ore (dalle 20:00 alle 2:00)».

Marina Abramović, Rhythm 0, 1974. Tavolo. Napoli, Studio Morra.

I presenti, dopo qualche minuto di esitazione, hanno iniziato prima semplicemente a toccarla, poi a graffiarla, poi a strapparle gli abiti, poi, in un crescendo di aggressività, a tagliarla con le lamette. Si sviluppò, tra il pubblico, un gruppo spontaneo di protezione che intervenne in sua difesa quando all’artista fu messa in mano un’arma carica con il suo dito sul grilletto. L’artista, benché traumatizzata e in lacrime, non oppose resistenza. «Ho sperimentato l’aggressività umana», ricorda l’artista. «Ho capito che avrebbero anche potuto uccidermi. Molti sono rimasti scioccati quanto me alla scoperta di impulsi che non sospettavano di avere». Ma era d’altro canto proprio questo l’intento dell’artista: mostrare, con l’evidenza dei fatti, che nell’umanità esiste un lato oscuro pronto ad emergere, in modo animalesco e istintivo, in presenza di chi non può, o non vuole, difendersi.

Marina Abramović, Rhythm 0, 1974. Performance. Napoli, Studio Morra.

Nel 1977, a Bologna, durante una sua celebre performance tenuta alla Galleria d’arte Moderna, chiamata Imponderabilia, Abramović si è disposta nuda all’entrata di una galleria assieme al suo compagno, il performer tedesco Ulay (pseudonimo di Uwe Laysiepen, 1943), anch’egli completamente nudo, costringendo i visitatori a insinuarsi fra i loro corpi. L’operazione, di carattere psicologico-sociale, intendeva costringere il pubblico ad affrontare le proprie emozioni: si trattava infatti di scegliere da che parte voltarsi e di superare l’imbarazzo di avere un contatto fisico con sconosciuti privi di vestiti.

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Marina Abramović e Ulay, Imponderabilia, 1977. Performance. Bologna, Galleria d’Arte Moderna.

Nel corso degli anni Novanta e all’esordio del XXI secolo, le performances di Marina Abramović hanno continuato a riscuotere uno straordinario seguito e successo. La più spettacolare è Balcane Baroque, una denuncia del conflitto che in quegli anni insanguinava la Bosnia, sua terra di origine, ma anche di tutte le guerre che insanguinano il mondo. Durante la Biennale di Venezia del 1997, l’artista è rimasta seduta per quattro giorni interi (sette ore al giorno) al centro di una grande stanza scura, intenta a pulire con una spazzola un cumulo di 2500 ossa bovine insanguinate, simbolo di tutte le vittime innocenti, canticchiando nenie serbe. Era giugno, a Venezia faceva un caldo infernale e la puzza di quelle ossa (che nel frattempo avevano fatto i vermi) si sentiva ben prima di entrare in sala: l’artista era lì in mezzo, vestita di una tunica bianca lorda di sangue come una moderna sacerdotessa. Con questo gesto purificatore, in una strenua prova di resistenza portata avanti sopportando la fatica e il tanfo terribile della putrefazione, in quella sorta di macelleria abbandonata, di campo di battaglia dopo una carneficina, l’artista ha voluto simbolicamente espiare le colpe di chi era veramente colpevole, ricordando al pubblico che l’orrore della guerra segna fatalmente ogni uomo e ogni donna. La performance le è valsa il Leone d’oro come miglior artista della Biennale. «L’unica arte che mi interessa – disse al discorso di ringraziamento – è quella in grado di cambiare l’ideologia della società».

Marina Abramović, Balcane Baroque, 1997. Performance. Venezia, Biennale.

Nel 2010, al MOMA di New York, è stata organizzata una grande retrospettiva dedicata a Marina Abramović, intitolata The Artist is present. L’evento, che ha peraltro certificato la definitiva accettazione della Body Art nell’“Olimpo dell’arte”, ha visto coinvolti diversi giovani artisti che si sono prestati a riproporre cinque delle principali performances presentate da Abramović nel corso degli ultimi quarant’anni. Nel contesto newyorkese, Abramović ha proposto la sua più recente performance: è stata infatti presente durante l’intero periodo dell’esposizione (come recitava il titolo della retrospettiva), rimanendo seduta, immobile, dall’apertura alla chiusura del museo, per tre mesi, sei giorni alla settimana, ogni giorno per sette ore consecutive (716,5 ore in totale). Vestita, di mese in mese di blu (simbolo di pace interiore), di rosso (simbolo di dolore e forza) e di bianco (simbolo di purificazione), i capelli raccolti in una treccia, il corpo leggermente piegato in avanti a fissare in silenzio davanti a sé, aspettava che i visitatori del museo si sedessero in una sedia di fronte a lei. La sedia non è rimasta mai vuota e in totale si sono avvicendate quasi 1.400 persone.

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Con questa performance l’artista ha affrontato il tema dell’incontro. Ad ogni uomo, donna o ragazzo che si trovava davanti, Abramović ha assicurato tutta la sua attenzione, senza distrazione alcuna, in un muto, intenso e reciproco dialogo di sguardi. Secondo l’artista, in un mondo che corre forsennatamente, rimanere seduti a guardarsi negli occhi, senza dire nulla, senza fare nulla, ricercando l’essenzialità assoluta di un rapporto, era il modo più coraggioso di mettersi in gioco. Molti hanno pianto. Una persona che non ti conosce e che guarda solo te, che ti dedica tutta la sua attenzione, hanno poi spiegato, può provocare reazioni emotive non controllabili. Ha scritto l’Abramović nella sua recente autobiografia: «questa performance andava oltre la performance. Questa era vita. Può essere l’arte isolata dalla vita? Deve esserlo? Cominciai ad essere sempre più convinta che l’arte deve essere vita».

Marina Abramović, The Artist is present, 2010. Performance. New York, The Museum of Modern Art.

 

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