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Da Leopardi a Matisse: La danza
La solidarietà è l’unica strada per la salvezza.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Novecento: la stagione delle avanguardie – Data: Marzo 30, 2020 7 commenti 8 minuti
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Henri Matisse (1869-1954) è stato non solo il più autorevole esponente dell’Espressionismo francese ma uno degli artisti più significativi dell’intero Novecento. La danza, capolavoro del 1909, esprime in modo esemplare sia la sua poetica sia il suo stile. Di questo soggetto esistono due versioni: infatti, all’inizio del 1909, mentre Matisse lavorava al dipinto (oggi conservato al MoMA di New York), Ščukin, importantissimo collezionista russo, gliene chiese una copia per la sua villa di Mosca.

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La seconda versione, oggi all’Ermitage di San Pietroburgo, è quasi identica ma presenta, rispetto alla precedente, un carattere appena più dinamico e colori leggermente differenti. Nel 1910 Matisse dipinse, sempre per Ščukin, anche La musica.

Henri Matisse, La danza (prima versione), 1909. Olio su tela, 2,6 x 3,9 m. New York, Museum of Modern Art.

Un girotondo danzante

La danza è una versione in chiave espressionista di un antico tema bacchico e pastorale, costruito sul motivo del girotondo danzante. La scena si svolge di notte, su una verde collina e contro un fondo azzurro. Cinque figure nude e quasi asessuate (ma nella prima versione sono chiaramente cinque donne), allacciano le loro mani e ballano con movimenti ampi e vitali. Stilisticamente, l’opera sembra assommare in sé tutte le caratteristiche della grande pittura europea di fine Ottocento.

Vi riscontriamo, infatti, il primitivismo e il colore a stesure piatte di Gauguin, l’intensità cromatica “arbitraria” di Van Gogh, lo studio della composizione di Cézanne. Il verde, che occupa la parte inferiore del quadro, rappresenterebbe un prato ma in realtà simboleggia tutta la Terra, come conferma la curvatura sferica di questa superficie. Il blu nella parte superiore sarebbe il cielo, laddove il tono intenso di questo colore richiama piuttosto l’idea dell’universo intero.

Henri Matisse, La danza (seconda versione), 190910. Olio su tela, 2,60 x 3,91 m. San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage.

La silhouette delle donne è non solo fortemente semplificata ma anche allungata e deformata sebbene l’artista non abbia rinunciato del tutto alla resa anatomica dei corpi. Tutta la scena, che include sia il gruppo di figure sia il profilo del prato, è dominata da linee curve ed elastiche, che si intrecciano o si incontrano, proseguendo idealmente l’una con l’altra, e che sono capaci di rendere i gesti delle figure morbidi e fluidi e di comunicare un senso di armoniosa fusione tra le donne e l’ambiente circostante. Si noti che il magico girotondo femminile è aperto: infatti, le mani delle due figure in primo piano si toccano appena, creando una frattura nel movimento.

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Matisse adottò questa soluzione per rendere più dinamica la composizione: la donna vista di spalle è costretta ad allungarsi in uno slancio violento per raggiungere quella alla sua sinistra, la quale a sua volta si piega in un moto rotatorio che viene trasmesso ai due nudi nel fondo. Ma non è solo una scelta formale: quel protendersi l’una verso l’altra, quel cercare la mano della compagna testimoniano, con efficacissima immediatezza, la tenace volontà di restare unite.

Henri Matisse, La musica, 1910. Olio su tela, 2,60 x 3,89 m. San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage.

Con il suo tipico linguaggio essenziale e sintetico, Matisse non descrisse una scena: raccontò, caso mai, la continuità della vita, il suo continuo rinnovarsi, il suo rigenerarsi. All’artista non interessava raffigurare ma solo esprimere. Egli elevò l’oggetto rappresentato o la figura umana ritratta a una dimensione puramente spirituale, trasfigurandone la sostanza più intima. «La composizione è l’arte di disporre decorativamente i vari elementi che il pittore ha a disposizione per esprimere i propri sentimenti», scrisse.

La sua pittura ha una forza vitalistica, musicale, lirica e gioiosa che solo di rado gli artisti del Novecento hanno saputo raggiungere. «L’espressione, per me, non risiede nella passione improvvisa che si esprime violentemente», affermò l’artista. «È in tutta la composizione del mio quadro: il posto che occupano i corpi, i vuoti che li circondano, le proporzioni».

Alla domanda «perché dipinge?», egli rispose: «Per tradurre nel colore e nel disegno le mie emozioni, le mie sensazioni e le reazioni della mia sensibilità, qualcosa che né la più perfetta macchina fotografica, anche a colori, né il cinema possono realizzare».

Henri Matisse, La danza e La musica al Museo dell’Ermitage.

Un abbraccio universale

La danza è, insomma, la visione simbolica di un abbraccio universale, l’espressione di un ideale di armonia e di felicità, la personificazione di una umanità bella, che nella ricerca di amicizia costruisce e non distrugge. All’atteggiamento dolente, pessimista, perfino distruttivo del Simbolismo e dell’Espressionismo tedesco e austriaco, Matisse contrappose un approccio costruttivo all’arte e alla vita: egli aprì la pittura alla speranza in un futuro migliore.

In quegli anni tormentati di primo Novecento, un uomo della sua cultura non poteva che avvertire il progressivo decadimento del mondo occidentale, prossimo a precipitare nella Prima guerra mondiale. Ne La danza, il suo intento fu allora quello di mostrare un’altra via, una strada alternativa alla violenza e al male, l’unica realmente percorribile: quella della solidarietà. In una società sempre più egoista, fondata sul prevalere dell’interesse del singolo a discapito di quello dei molti, l’unica possibile soluzione era assecondare l’impulso sano che ognuno ha di fare del bene, di aiutare il prossimo.

La danza nacque, insomma, come l’ultimo appello lanciato dall’arte all’umanità, l’esortazione alta e nobile a recuperare l’unità perduta, il senso della comunità. E immaginò, non a caso, un girotondo di donne, da sempre fattrici di vita, costruttrici di pace: donne nude su un prato, immagini archetipiche di materne divinità, tutelari della natura e del mondo.

Un girotondo di bambini davanti a La danza di Matisse.

Matisse come l’ultimo Leopardi: la solidarietà è l’unica risposta al male

Con quel girotondo privo di gerarchie, mosso dalla ricerca instancabile della mano protesa, Matisse volle ricordare a tutti gli uomini che possono essere fratelli, al di là di ogni professione religiosa. In questo, è il valore universale e straordinariamente attuale di questo capolavoro. Prima di lui, a sostenere con altrettanta lucidità che la solidarietà è l’unica risposta possibile al male in un mondo avverso, era stato Giacomo Leopardi (1798-1837).

Il grande poeta romantico riteneva che l’uomo fosse stato felice, un tempo, quando – a stretto contatto con la Natura, madre amorosa – viveva “naturalmente”, cioè di sogni, fantasie, illusioni, forti sentimenti, grandi ideali: ignaro, insomma, dei limiti della condizione umana. L’uomo moderno, invece, civile e dominato dalla ragione e dal calcolo utilitaristico, aveva strappato i veli delle illusioni, aveva conosciuto il vero e quindi perso la felicità. Non per questo, tuttavia, egli deve dimenticare la sua grandezza, che non consiste nella capacità di raggiungere traguardi di ingannevole benessere.

L’uomo è grande nell’accettarsi per quello che è: piccolo, debole, fragile, ma pur sempre capace di concepire l’infinito. Il cuore dell’uomo è in grado di intraprendere le più grandi avventure sentimentali, di sognare, sempre e comunque, una vita migliore. Nel deserto della vita umana, attraverso la poesia (e, aggiungiamo, attraverso l’arte), per Leopardi si può annunciare un messaggio di fratellanza: gli uomini possono stringersi in un abbraccio di solidarietà, per contrapporre, eroicamente, alla prepotenza cieca della Natura e del Fato, la resistenza alta e nobile dell’amore.

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È quanto deduciamo leggendo La Ginestra o il fiore del deserto (la sua penultima lirica, scritta nel 1836 e pubblicata postuma nel 1845), dove Leopardi elegge l’umile pianta a simbolo di un’eroica speranza. Solo quando l’uomo avrà deposto il proprio orgoglio vano e capito che la vita è dura lotta per la sopravvivenza, saprà trovare la legge di una nuova fraternità.

È inutile scagliarsi uno contro l’altro; meglio essere solidali per affrontare insieme le traversie della vita e contrastare la vera responsabile di ogni sofferenza, che il poeta romantico identifica nella Natura, madre naturale degli uomini ma, di fatto, crudele come una matrigna. Gli uomini si devono quindi unire in una “social catena”.

Ecco l’attualissimo solidarismo dell’ultimo Leopardi, che costituisce il messaggio più alto della sua Ginestra. Un messaggio che, idealmente, Matisse raccolse per passarlo a noi, generazioni del futuro.

Un balletto ispirato a La danza di Matisse.

Museo dell’Ermitage Museum of Modern Art - NY


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