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Il Memoriale dell’Olocausto e Yolocaust
Quando l’arte costringe a riflettere.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Novecento: dagli anni Settanta ad oggi – Data: Gennaio 27, 2021 0 commenti 7 minuti
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Il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, conosciuto soprattutto come Memoriale dell’Olocausto o Memoriale della Shoah, è un monumento commemorativo che si trova a Berlino, poco lontano dalla Porta di Brandeburgo, in un’area di 19.000 m² originariamente occupata dal palazzo e dalle proprietà del gerarca nazista Joseph Goebbels.

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Progettato dall’architetto americano, ed ebreo, Peter Eisenman (1932) è concepito come campo di 2.711 stele. I lavori per la sua realizzazione, iniziati nel 2003, si sono conclusi nel 2004.

Peter Eisenman, Memoriale dell’Olocausto, 2003-04. Berlino. Veduta aerea.

Un labirinto di stele

Le stele, disposte secondo una griglia ortogonale, sono in calcestruzzo grigio scuro; hanno tutte la medesima base di 2,375 x 95 cm, mentre l’altezza varia, da 20 cm a 4 metri. La distanza fra le stele crea dei percorsi che il visitatore può attraversare liberamente, ad ogni ora del giorno e della notte.

Peter Eisenman, Memoriale dell’Olocausto, 2003-04.

È solo vietato arrampicarsi sui blocchi. La claustrofobica lunghezza dei percorsi che si incrociano come in un labirinto, la ritmica ripetizione delle stele, con le loro pareti tutte uguali, e anche il pavimento variamente inclinato creano un senso di spaesamento e angoscia. Compito del monumento, infatti, è quello di invitare alla riflessione.

Peter Eisenman, Memoriale dell’Olocausto, 2003-04.

Il sottosuolo ospita il Centro di documentazione degli ebrei morti nella Shoah, che racconta, attraverso immagini, video e altri documenti, alcune storie di ebrei vittime dell’olocausto.

Un’opera concettuale

L’arte di natura concettuale non è sempre facile da comprendere: ci vuole uno scatto mentale, e d’altro canto per sua natura essa non è concepita per appagare i sensi ma per stimolare momenti di riflessione. Solo grazie alla riflessione si può pervenire all’emozione. Ma, appunto, bisogna voler e saper riflettere. Il Memoriale di Berlino non è il Colosseo, alla cui forma armoniosa siamo tutti abituati da quasi 2000 anni, e nemmeno la Pietà di Michelangelo, che ci incanta con la sua bellezza spesso facendoci dimenticare che si tratta di un’opera concettualmente molto complessa, come spesso capita per le opere dei grandi artisti rinascimentali.

Peter Eisenman, Memoriale dell’Olocausto, 2003-04.

Il Memoriale di Berlino è, di fatto, una sconfinata distesa di blocchi di cemento. Ci si può vedere solo questo, blocchi di cemento, e rimanere indifferenti. Oppure capire che quei blocchi non sono solo blocchi ma rappresentano, tutti, le vite spezzate di innocenti. Sono come le lapidi delle loro tombe, di quelle tombe che essi non hanno potuto avere, perché i loro corpi inceneriti sono diventati sapone e fertilizzanti.

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Peter Eisenman, Memoriale dell’Olocausto, 2003-04.

È facile riconoscere la bellezza della Pietà di Michelangelo o della Primavera di Botticelli, anche quando, nella sostanza, non se ne capisce il significato. Con l’arte contemporanea, non sempre funziona così. Ed ecco che quei blocchi, che dovrebbero suscitare un senso di rispetto sacrale, diventano per alcuni un bizzarro parco giochi, preda di qualche scolaresca inconsapevole e giuliva, evidentemente non preparata e non controllata dai suoi (presunti) educatori.

Peter Eisenman, Memoriale dell’Olocausto, 2003-04.

Yolocaust

Nel gennaio del 2017, l’artista tedesco di origine israeliana Shahak Shapira ha usato il linguaggio dell’arte per rendere più esplicito ciò che l’arte medesima aveva, prima, solo sussurrato. Ha compiuto una ricerca sui social network, tra cui Instagram e Facebook, ha copiato dodici selfie “spiritosi” realizzati da ragazzi in visita, e con un fotomontaggio ha sostituito i banali blocchi con quello che essi simbolicamente rappresentano, e che bisogna sapere e voler vedere: le vittime dell’Olocausto, ricavate da fotografie scattate nei campi di sterminio.

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Ne sono risultate immagini scioccanti, grottesche, fortemente disturbanti. Un vero e proprio schiaffo sulla faccia di chi, prima, aveva peccato di superficialità.

Shahak Shapira, Yolocaust, 2017. Fotomontaggio.

Shapira ha creato un sito, lo ha chiamato Yolocaust, e ha pubblicato queste sue opere, associandole agli originali. Il nome Yolocaust è una fusione tra la parola Holocaust e la sigla YOLO che sta per “you only live once” (“si vive una volta sola”), usata come hashtag nelle foto di persone che si divertono.

Shahak Shapira, Yolocaust, 2017. Fotomontaggio

L’artista si è detto pronto a rimuovere le opere, a patto che i diretti interessati glielo chiedessero, scrivendo una mail all’indirizzo [email protected] (“Undouche me” significa più o meno “destronzizzami”).

Shahak Shapira, Yolocaust, 2017. Fotomontaggio.

Gli effetti di Yolocaust

«La pagina è stata visitata da oltre 2,5 milioni di persone», ha raccontato Shapira. «La cosa pazzesca è che il progetto ha effettivamente raggiunto tutte le 12 persone a cui sono stati presentati i selfie. Quasi tutti hanno capito il messaggio, si sono scusati e hanno deciso di rimuovere i loro selfie dai loro profili Facebook e Instagram personali».

Shahak Shapira, Yolocaust, 2017. Fotomontaggio.

Un giovane che si era fatto fotografare mentre saltava sui blocchi di cemento e che aveva postato la foto con la didascalia “Saltando su ebrei morti al Memoriale dell’Olocausto”, ha scritto all’artista: «Sono il ragazzo che ti ha ispirato a fare Yolocaust, quindi almeno ho letto. Sono il “saltando su …” Non riesco nemmeno a scriverlo, un po’ stufo di guardarlo. Non volevo offendere nessuno. Ora continuo a vedere le mie parole nei titoli. Ho visto che tipo di impatto hanno quelle parole ed è pazzesco e non è quello che volevo […]. La foto era pensata per i miei amici come uno scherzo. Sono noto per fare battute fuori linea, battute stupide, battute sarcastiche. […] Non era mia intenzione. E mi dispiace. Lo sono davvero».

Shahak Shapira, Yolocaust, 2017. Fotomontaggio.

Un dibattito

L’operazione artistica Yolocaust è controversa. Da una parte, la sua efficacia comunicativa è straordinaria, perché obbliga quasi con violenza a riflettere, prendere atto delle cose, a capire. È, come dicevamo, uno schiaffo che ha ottenuto il suo scopo, è diventato un monito perenne, un vero e proprio complemento al Memoriale. Di fatto, oggi non si parla di quell’opera senza citare anche Yolocaust.

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Però le foto, rimosse dal sito dell’artista, erano già diventate virali e Internet, si sa, non dimentica, condannando gli incauti adolescenti a una gogna perenne. Per questo noi, che non amiamo le gogne, meno che mai dei ragazzi, scegliamo di intervenire sulle foto dell’artista rendendo i volti non riconoscibili. Quanto meno, oggi non è può necessario che lo siano. Il senso dell’operazione non perde, d’altro canto, la sua forza.

Shahak Shapira, Yolocaust, 2017. Fotomontaggio.

Paradossalmente, è intervenuto in difesa dei ragazzi proprio l’autore del Memoriale, Eisenman, che ha definito il sito di Shapira orribile: «Fin dall’inizio le persone hanno saltellato intorno a quelle stele, ci hanno preso il sole e ci hanno pranzato: penso che sia ok così. È come una chiesa cattolica, un posto di ritrovo, i bambini ci corrono, i venditori ambulanti ci vendono i loro ninnoli. Un memoriale è una cosa quotidiana, non suolo sacro». Il Memoriale, secondo il suo autore, non è un campo di concentramento: «Non ci sono i corpi di persone morte sotto il mio monumento […] Penso che mettere quelle foto con i corpi degli ebrei nei fotomontaggi sia stato eccessivo».

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Non siamo d’accordo nemmeno con Eisenman: una chiesa cattolica non è un posto di ritrovo, i bambini ci corrono perché sono, appunto, bambini. Degli adolescenti non potrebbero e non dovrebbero, così come non possono, e non devono, farlo nel Memoriale di Berlino, che non è, se ne faccia una ragione il suo autore, “una cosa quotidiana”. L’arte a volte si sacralizza anche indipendentemente dalle intenzioni di chi l’ha prodotta, ed è questo, in fondo, che la rende universale.


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