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I mosaici romanici: icone splendenti
Il fulgore dell’oro nei mosaici romanici.
By Giuseppe Nifosì Posted in L’età romanica on 24 Maggio, 2019 0 Comments 7 min read
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La tecnica del mosaico mantenne grande importanza ancora in età romanica, soprattutto a Roma e nei territori soggetti all’influenza bizantina. La grandissima qualità dei mosaici di questo periodo nasce dalla strettissima collaborazione tra l’inventore dell’immagine (il pictor imaginarius della tradizione classica) e chi eseguiva materialmente la messa in opera delle tessere (il pictor musivarius). Nel corso del Medioevo, tuttavia, non erano insoliti i casi in cui queste due fasi del processo esecutivo venivano affidate a un medesimo artista. Anche in età romanica, il mosaico mantiene sostanzialmente invariato il linguaggio aulico e prezioso del suo modello bizantino: le figure appaiono infatti prive di volume, sono immerse nel fondo oro che annulla ogni effetto spaziale, agiscono in contesti che non tengono conto della veridicità storica, sono circondati da oggetti, brani di paesaggio e, talvolta, architetture rappresentati senza prospettiva.

I mosaici di San Clemente a Roma

Il capolavoro figurativo più prezioso dell’arte musiva a Roma è senza dubbio il grande mosaico del catino absidale della Basilica Superiore di San Clemente, realizzato nei primissimi anni del XII secolo, con il classico motivo dei girali d’acanto su fondo oro, sui quali s’innesta la celebrazione del Trionfo della Croce.

Trionfo della Croce, mosaico absidale, 1099-1118. Roma, Basilica Superiore di San Clemente.

L’opera denuncia chiaramente un ritorno programmatico alle fonti paleocristiane. L’iscrizione che corre sotto il mosaico allude, in particolare, al programma ideologico della riforma gregoriana della Chiesa, basato sull’inscindibilità dei due poteri universali, quello spirituale e quello temporale, discendenti direttamente da Dio.

I mosaici di Torcello

La Chiesa di Santa Maria Assunta di Torcello, un’isola della Laguna Veneta, decorata fra la seconda metà dell’XI secolo e il XII, vantava uno dei più importanti cicli di mosaici romanici dell’Italia settentrionale. Oggi restano quelli del catino e del semicilindro absidale principale, dell’arco trionfale, del catino absidale destro e della controfacciata.

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Madonna Odigitria e Apostoli, seconda metà del XII sec. Mosaico. Torcello, Chiesa di Santa Maria Assunta, abside centrale.

L’abside centrale, decorata nella seconda metà del XII secolo, ospita, nel catino, una meravigliosa Vergine Odigitria (‘che indica il cammino’), una delle iconografie mariane più diffuse in area bizantina. Maria si erge isolata e maestosa sullo sfondo di uno sconfinato cielo d’oro. È interamente vestita di blu, tiene il Bambino in braccio e lo mostra ai fedeli. Nessuno e nulla sono accanto a lei. Non serve altro, se non Ella stessa, a indicare la sua maestà. È questo uno degli esempi più rigorosi di un’arte concepita unicamente per rappresentare il trascendente, che limita così tanto il ricorso al dato naturale che alla fine vi rinuncia. Solo Dio è, il resto non conta. Più in basso, sul semicilindro absidale, gli apostoli sono schierati su un prato fiorito. Mentre la Vergine è stata attribuita a maestranze bizantine, gli apostoli furono eseguiti da mosaicisti italiani, probabilmente provenienti da Venezia.

Madonna Odigitria, seconda metà del XII sec. Mosaico. Torcello, Chiesa di Santa Maria Assunta, abside centrale.
I mosaici di San Marco a Venezia

Un altro esempio emblematico è rappresentato dal ciclo musivo della Basilica di San Marco a Venezia, esteso per oltre 8000 metri quadrati di superficie, che costituisce una testimonianza davvero fondamentale di arte musiva medievale in Italia. Non è un caso che questa meravigliosa chiesa veneziana sia conosciuta come “la basilica d’oro”. La sconfinata distesa di oro zecchino che ricopre le sue vaste superfici architettoniche riesce a trasfigurarla in una apoteosi di luce e colore.

Basilica di San Marco, XI-XIV sec. Venezia. Interno.

I vetrai di Murano lavorarono incessantemente per anni, al fine di produrre i milioni di tessere che, nel tempo, furono necessarie a compiere una simile impresa. I mosaici si trovano sulle volte e sulle cupole dell’interno e pure sulla copertura dell’atrio. Furono realizzati in un arco di tempo molto lungo, che si estende fino al XIX secolo, considerando anche restauri e rifacimenti. Ma la gran parte del lavoro venne eseguita tra la fine dell’XI secolo e la prima metà del XIII, dunque in età romanica e anche gotica. La costante fedeltà al modello bizantino (che prevedeva fondo oro, ridotta ambientazione paesaggistica, rigida postura dei personaggi, assenza di prospettiva, simbologia dei colori e dei gesti) garantì, comunque, la straordinaria omogeneità dell’intera decorazione.

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Basilica di San Marco, XI-XIV sec. Venezia. Interno.

Gli interventi più antichi, opera di maestranze greche chiamate per aggiornare quelle veneziane, risalgono alla fine dell’XI secolo. Il resto dell’edificio, atrio escluso, fu decorato nel corso del XII secolo, da artisti bizantini e veneziani. I mosaici dell’atrio, opera di mosaicisti veneziani, sono risalenti al XIII secolo. Tutte le scene sono integrate da iscrizioni in latino, con brani biblici (trascritti o riassunti), preghiere e invocazioni. Non è chiaro se qualcuno elaborò un progetto decorativo unitario. È stato proposto, nel ruolo di iconografo, il nome di Gioacchino da Fiore, un mosaicista che comunque visse tra il 1145 e il 1202 e quindi intervenne a lavoro già iniziato.

Basilica di San Marco, XI-XIV sec. Venezia. Interno con la Cupola dell’Assunzione, fine XII sec.
Gesù tentato da Satana

Tra le moltissime scene illustrate, vale la pena ricordare le più interessanti. Quella con Gesù nel deserto tentato da Satana risale alla metà del XII secolo e si trova nella parte est dell’arcone meridionale. Il racconto, ispirato ad alcuni codici miniati greci dell’XI secolo, si svolge in tre sequenze, tutte isolate nel baluginante fondo oro. Gesù, vestito di rosso e coperto da un mantello blu, affronta Satana, raffigurato come un angelo nero, che lo esorta, nell’ordine: a tramutare dei sassi in pane, a buttarsi dalla cima di un tempio e a possedere tutti i beni del mondo. Cristo risponde sempre citando le Sacre Scritture, simboleggiate dal rotolo che tiene in mano. Alla fine, entrano in scena gli angeli del Signore, di fronte ai quali Satana fugge via.

Gesù nel deserto tentato da Satana, metà del XII sec. Mosaico. Venezia, Basilica di San Marco, volta sud.
L’Ultima cena

Nell’Ultima cena, si vede Gesù all’estremità sinistra di una lunga tavolata; tiene in mano il pane dell’eucarestia e annuncia agli apostoli che uno di loro lo sta per tradire. Accanto a lui, Giovanni, sconfortato, si avvicina e gli posa il capo sul petto. Dall’altro capo del tavolo, Pietro balza in piedi. La sua rilevanza già lo pone come successore di Cristo. Gli altri apostoli si guardano l’un l’altro increduli e gesticolano, discreti, con la mano destra. Da notare che il tavolo, rappresentato senza prospettiva, è come ribaltato in verticale, con i piatti visti dall’alto e le grandi coppe mostrate di lato. Anche questa scena, per la sua composizione, richiama alcune miniature bizantine dell’XI secolo.

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Ultima cena, metà del XII secolo. Mosaico. Venezia, Basilica di San Marco, volta sud.


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