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Il Movimento Moderno e l’insegnamento al Bauhaus
Un nuovo modo di concepire arte e architettura.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Architettura del XIX e XX secolo – Data: Febbraio 21, 2024 2 commenti 9 minuti
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Alla fine della Prima guerra mondiale, le strutture urbane tradizionali cominciarono ad apparire anacronistiche. La ricostruzione del primo dopoguerra e la ripresa delle attività imposero un’accentuazione della funzionalità delle città e una loro ristrutturazione generale, nonché la meccanizzazione dei servizi e dei trasporti.

Le città, insomma, dovettero essere “ripensate” in senso funzionale, sociale e igienico. Si trasformò radicalmente la figura professionale dell’architetto, al quale si richiese di essere un urbanista prima ancora che un costruttore.

Se, dunque, il banco di prova per i precursori dell’architettura moderna era stato, all’inizio del secolo, la progettazione di abitazioni unifamiliari per la grande borghesia illuminata, dopo la guerra, sempre di più, gli architetti dovettero porsi il problema di costruire case a basso costo, moduli abitativi facilmente disponibili su una stessa linea (case a schiera) o ripetibili in gruppi, sino a formare interi quartieri.

Ancora una volta fu la borghesia a comprendere e ad accettare la sperimentazione formale dell’architettura moderna, tesa a inventare un diverso modello di bellezza.

Un ritratto fotografico di Walter Gropius negli anni Trenta.

Il Movimento Moderno

Una nuova tendenza progettuale, capace di caratterizzare in tutta l’Europa la prima metà del XX secolo, prese il nome di Movimento Moderno. Tra i protagonisti di questo nuovo indirizzo architettonico ci furono architetti di altissimo calibro, come Walter Gropius, Ludwig Mies van der Rohe e Le Corbusier, che si ribellarono al classicismo accademico e propugnarono il più drastico rifiuto dell’eclettismo stilistico e dell’ornamento.

Questi maestri asserirono che gli edifici moderni dovevano essere prima di tutto funzionali e che nuove forme architettoniche, elementari e puriste, potevano essere elaborate soprattutto attraverso l’uso di materiali come il cemento armato, il ferro e il vetro. Essi proposero, altresì, di controllare la necessaria espansione urbana attraverso un’ordinata zonizzazione delle funzioni. Nell’architettura del Movimento Moderno prevalse la tendenza ad adottare forme geometriche rigorose nella progettazione di edifici.

La forma geometrica, tuttavia, non fu scelta come forma in sé, in nome di un presunto canone di bellezza moderno per l’architettura, ma come forma standardizzata, dunque universale e ripetibile, cui attribuire significati diversi secondo le diverse circostanze e necessità.

Il Movimento Moderno è anche noto come Funzionalismo o, per la fiducia riposta dai suoi esponenti nel potere della ragione, come Razionalismo, sebbene con quest’ultimo termine si tenda normalmente a identificare soprattutto l’attività degli architetti moderni italiani.

Gli insegnanti della scuola del Bauhaus in una foto d’epoca.

Le teorie di Gropius

Walter Gropius (1883-1969), architetto, designer e urbanista tedesco, è considerato fra i principali protagonisti del Movimento Moderno. Secondo le sue teorie architettoniche, lo spazio di un edificio deve essere concepito in modo del tutto nuovo; le ampie pareti vetrate non individuano rigidamente spazi “interni” ed “esterni” ma consentono allo spazio di essere caratterizzato prevalentemente dall’azione di chi vi lavora. Questo principio è alla base della progettazione di Gropius: la vita come generatrice dell’architettura.

«La città non è fatta di contenitori di funzioni – scrive lo storico e critico dell’arte Giulio Carlo Argan – la fabbrica non è un capannone dove si lavora, la scuola non è una casa dove si insegna, il teatro non è un edificio dove ci si diverte. È il dinamismo della funzione che determina la forma degli edifici». Gropius, insomma, non intendeva creare un nuovo stile per l’architettura; egli, al contrario, puntava a elaborare un metodo progettuale capace di affrontare su diverse scale, «dalla sedia alla città», i temi produttivi e costruttivi della nuova società industriale. La funzione determinava la forma degli edifici.

Vasilij Kandinskij con sua moglie Nina, Georg Muche, Paul Klee e Walter Gropius al Bauhaus.
Una foto aerea moderna della sede dal Bauhaus a Dessau.

La scuola del Bauhaus

Una delle iniziative più rilevanti di Gropius fu la fondazione della Scuola del Bauhaus (letteralmente ‘casa del costruire’), un Istituto superiore di istruzione artistica che presto divenne un punto di riferimento per tutte le Avanguardie europee. Il Bauhaus fu istituito a Weimar nel 1919. Nel 1925 venne trasferito a Dessau a causa dell’opposizione delle destre locali. Nel 1932 fu nuovamente spostato a Berlino, dove ebbe vita breve: fu difatti chiuso con l’avvento del nazismo, nel 1933. La scuola fu diretta prima da Gropius (dal 1919 al 1928), poi da Hannes Meyer (dal 1928 al 1930) e infine da Mies van der Rohe (dal 1930 al 1933). Ebbe tra i suoi docenti Marcel Breuer (1902-1981), designer e architetto tedesco, e anche i pittori Kandinskij e Klee.

Il programma

Al Bauhaus si insegnavano scultura, teatro, fotografia, tipografia e grafica pubblicitaria, pittura murale e tessitura, lavorazione della pietra, dei metalli, del vetro, del legno e della ceramica. Il programma prevedeva un semestre preliminare finalizzato a sviluppare nell’allievo il senso dei materiali e dello spazio, e due corsi, uno dedicato ai materiali e ai processi di lavorazione, l’altro al disegno e alla teoria della forma. Klee e Kandinskij tenevano corsi di pittura.

Klee e Kandinskij a Dessau, in una foto d’epoca.
La rivista della scuola del Bauhaus.

L’insegnamento dell’architettura

L’architettura fu considerata il fine ultimo di ogni attività figurativa ma rimase a lungo una disciplina sperimentale: fu inserita come materia di insegnamento solo nel ’27, con l’arrivo dell’architetto svizzero Hannes Meyer (1889-1954), direttore dell’istituto nel biennio 1928-1930. Nonostante il timido esordio dell’architettura come disciplina didattica, il procedimento formativo del Bauhaus portò a un mutamento fondamentale nella cultura architettonica europea.

La ricerca formale smise di essere prioritaria e soprattutto non appartenne più ad una sfera autonoma dell’arte, capace di dar luogo ad esperienze separate; essa, al contrario, fu calata interamente nell’ambito dell’attività produttiva. Il lavoro artistico non aveva più lo scopo d’inventare una forma: esso doveva modificare, anche mediante quella forma, il corso della vita quotidiana e valeva solo nella misura in cui interveniva a migliorare l’ambiente in cui vivono gli uomini, indipendentemente dalla loro posizione sociale.

Gropius, sede del Bauhaus a Dessau.

Il programma di studi

Il programma di studi del Bauhaus prevedeva un corso preliminare di sei mesi, grazie al quale lo studente acquisiva la necessaria confidenza con i materiali e affrontava i primi problemi formali. Seguiva un insegnamento triennale, in parte teorico e in parte tecnico, che prevedeva la frequenza di un laboratorio; alla fine di questo triennio, con un esame, si conseguiva il diploma di artigiano. Concludeva il programma educativo un corso di perfezionamento di durata variabile, basato sulla progettazione architettonica e sul lavoro pratico nei laboratori della scuola; al termine, dopo aver sostenuto l’esame finale, l’allievo otteneva il diploma di maestro d’arte.

Un laboratorio della scuola del Bauhaus a Dessau.

Le caratteristiche principali della didattica propugnata dal Bauhaus furono tre: il parallelismo tra insegnamento teorico e pratico, il continuo contatto con la realtà del lavoro, la presenza di maestri creativi. «La selezione di buoni maestri», scrisse Gropius a questo proposito, «è il fattore decisivo per i risultati di una scuola; le loro qualità personali come uomini hanno importanza anche maggiore della loro abilità tecnica».

Sede del Bauhaus di Dessau, auditorium con sedili di Marcel Breuer e lampade di Max Krajewski, in una foto d’epoca.

Il rinnovamento delle arti applicate

Tra gli obiettivi più ambiziosi del Bauhaus, c’era inoltre una riformulazione del rapporto tra arte, artigianato e industria, un progetto non solo teorico, data la vivace produzione industriale di massa della scuola. Abbandonando l’ideale romantico dell’artigianato, la scuola si prometteva di patrocinare «un nuovo e fino ad oggi non esistente tipo di collaborazione per l’industria, l’artigianato e la costruzione, che padroneggi in eguale maniera la tecnica e la forma».

A differenza delle altre scuole e dei precedenti movimenti che aspiravano al rinnovamento delle arti applicate, Gropius concepì l’artigianato solo come uno strumento didattico utile a preparare i progettisti moderni, perché diventassero capaci d’imprimere un chiaro orientamento formale ai nuovi progetti industriali. In tal modo, intervenendo sul rapporto progettazione-produzione, egli pose di fatto le basi della grafica e del design moderni.

Karl J. Jucker e Wilhelm Wagenfeld, Lampada da tavolo, 1923-24. Berlino, Bauhaus Archiv.
W. Tümpel, J. Knau e C. Dell, Infusori per il tè in metallo, 1924 ca.

Il Bauhaus e le donne

Il Bauhaus fu aperto anche alle donne e nelle intenzioni di Gropius sarebbe stato inclusivo e progressista. In realtà, i tempi non erano abbastanza maturi. All’apertura della scuola, nel 1919, le iscrizioni delle donne superarono quelle degli uomini, ma il numero chiuso impose delle scelte, e gli uomini entrarono in maggioranza. Inoltre, alle donne ammesse venne impedito di frequentare i corsi più importanti, tra cui pittura, incisione e design industriale.

Si dovettero accontentare di percorsi considerati più consoni al genere femminile, ossia ceramica, tessitura e rilegatura di libri. Qualche personalità riuscì ad emergere ugualmente. Marianne Brandt, nata Marianne Liebe (1893-1983), pittrice e scultrice tedesca, frequentò il laboratorio di metallo, diventando una delle designer industriali più innovative della Germania degli anni ’30. Le sue lampade a globo del 1926 e i modelli di lampada orientabile Kandem del 1928 sono delle vere e proprie icone del design moderno e sono ancora oggi in produzione.

Marianne Brandt, lampada a globo, 1926. Diametro globo, 40 cm.
Marianne Brandt, due modelli di lampada orientabile Kandem, 1928.


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