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Il Museo Ebraico a Berlino di Libeskind
Quando l’architettura diventa esperienza.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Novecento: dagli anni Settanta ad oggi – Data: Gennaio 25, 2021 4 commenti 7 minuti
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Il Decostruttivismo è un movimento architettonico internazionale che propone architetture prive di piani e di assi di simmetria ma soprattutto prive di quegli elementi architettonici e strutturali che da sempre sono considerati parti irrinunciabili di ogni edificio. Le opere decostruttiviste sono infatti caratterizzate da forme decomposte e disarticolate, da volumi tagliati e deformati e da geometrie instabili. Il Museo Ebraico a Berlino di Libeskind.

Museo Ebraico di Berlino con, a destra, l’edificio settecentesco e, a sinistra, il nuovo edificio di Daniel Libeskind. Veduta aerea della parte posteriore.

Il Museo Ebraico di Berlino

Capolavoro indiscusso del Decostruttivismo è il Museo Ebraico di Berlino. Nel suo complesso, il museo si compone di due edifici. Uno, il più antico, il Kollegienhaus, venne costruito da Philipp Gerlach (1679-1748) nel XVIII secolo, e accoglie l’ingresso principale. Il secondo, quello ben più celebre, è un’estensione moderna, iniziata nel 1989 e inaugurata nel 2001. Autore di questa parte contemporanea è Daniel Libeskind (1946), architetto decostruttivista polacco di origine ebrea, attivo negli Stati Uniti: un artista che si distingue nel panorama internazionale per la drammatica espressività dei suoi progetti.

Museo Ebraico di Berlino con, a sinistra, il Kollegienhaus di Philipp Gerlach e, a destra, l’edificio di Daniel Libeskind. Veduta dall’ingresso.

Il Museo Ebraico di Berlino ospita sia una collezione permanente, su due millenni di storia degli ebrei in Germania, sia alcune esposizioni temporanee. Ma non è tanto per le esposizioni che ci si reca in questo posto. E infatti, l’edificio appena aperto al pubblico, ma ancora vuoto, accolse subito 350.000 visitatori, in pochi giorni. Evidentemente, non era necessario che ci fossero, dentro, oggetti da mostrare. E questo perché già l’edificio in sé, con i suoi spazi, sa raccontare, alludere, emozionare: è, questo, un museo in grado di esporre sé stesso.

Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, 1989-2001. Veduta aerea.

Il blitz

La famiglia di Libeskind venne decimata dallo sterminio nazista. Anche per questo l’architetto ha scelto di creare un edificio carico di significati simbolici. «Architecture is a language» (‘l’architettura è un linguaggio’): questo è il messaggio dell’autore. La pianta è particolarissima: non è, infatti, regolare e simmetrica, come ci si potrebbe aspettare, ma piegata a zig-zag, secondo una linea spezzata ottenuta destrutturando una stella di David. L’edificio è infatti chiamato comunemente blitz (‘fulmine’ in tedesco). Questa forma anomala, del tutto incompatibile con gli edifici adiacenti, viene percepita come aggressiva, e in effetti costituisce di per sé un atto di denuncia, è simbolo di sopruso e di violenza.

Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, 1989-2001. Esterno.
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Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, 1989-2001. Esterno.

All’esterno, il suo volume appare cupo e minaccioso. Le pareti sono compatte, ricoperte di lamiera zincata e aperte, o piuttosto squarciate da finestre che si percepiscono come tagli, come ferite dell’epidermide architettonica. Sono, anch’esse, metafora dell’orrore e sollecitano la memoria. La posizione di queste finestre-fessure non è scelta a caso: esse guardano, sulla scorta di una mappa della Berlino pre-bellica, verso le case dove abitavano alcuni cittadini ebrei.

Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, 1989-2001. Esterno.
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Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, 1989-2001. Esterno, particolare delle finestre.

L’interno

Una scala e un sentiero sotterraneo collegano l’edificio antico a quello moderno. Al museo si accede, quindi, attraverso un percorso lungo e articolato, che ricorda le difficoltà incontrate dagli ebrei nella loro storia. Ci si ritrova all’interno, che è claustrofobico e soffocante, simile a una prigione, quanto di più lontano dal rassicurante contesto cui i musei normalmente ci abituano. Ma questo non è un museo come tutti gli altri: esso è, prima di tutto, una esperienza, un percorso di purificazione.

Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, particolare dell’interno.

Gli ambienti hanno muri bianchi e neri, spigolosi e inclinati, e sono illuminati da una luce fredda al neon che crea tensione e angoscia. Molte stanze sono anche prive di finestre: l’aria entra da fori che richiamano “le docce” con cui si mandava il gas nelle camere della morte. Perfino il pavimento a volte è lievemente inclinato, per provocare una sensazione di disagio: chi è dentro vorrebbe uscire immediatamente dalla struttura.

Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, particolare dell’interno.

La Torre dell’Olocausto

Tre percorsi, ricavati nel sotterraneo e denominati assi (una sorta di tridente), simboleggiano i diversi destini del popolo ebraico: l’asse dell’Olocausto conduce a una torre vuota, la Torre dell’Olocausto; l’asse dell’Esilio porta a un giardino esterno racchiuso fra 49 colonne; l’asse della continuità, collegato agli altri due corridoi, rappresenta la scelta degli ebrei di rimanere in Germania, nonostante l’Olocausto.

Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, particolare dell’interno.

La Torre dell’Olocausto è una struttura completamente vuota e semibuia. Si entra attraverso una porta pesante, non è climatizzata (risulta dunque fredda d’inverno e calda d’estate), è debolmente illuminata solo grazie a una feritoia molto stretta, posta in alto, che lascia passare una lama di luce.

L’aria entra da alcuni fori. È un ambiente claustrofobico, molto inquietante, perfino angoscioso, che non ha altra funzione se non quella di far rivivere, certo per pochi minuti, la condizione di chi era prigioniero, privato di tutto, allontanato dai propri cari, inconsapevole del suo destino. Raramente l’architettura riesce ad essere così parlante, a suscitare che le proprie “banali” strutture emozioni così profonde, come forse nemmeno un’opera d’arte figurativa riuscirebbe a fare.

Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, Torre dell’Olocausto.
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Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, Torre dell’Olocausto.
Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, Torre dell’Olocausto, vista dal basso.

Shalechet

Il Museo ospita una delle installazioni permanenti più intense del tardo XX secolo: Shalechet, o Foglie cadute, opera dell’artista israeliano Menashe Kadishman (1932-2015). Si tratta di 10.000 “volti” in acciaio punzonato su cui si può camminare. Kadishman ha voluto dedicarla alle vittime della Shoah e a tutte le vittime di ogni guerra e di ogni violenza: perché l’eco di quelle urla possa finalmente spegnersi.

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Menashe Kadishman, Shalechet (Foglie cadute), 1997. Installazione, dischi di ferro. Berlino, Museo ebraico.
Menashe Kadishman, Shalechet (Foglie cadute), 1997. Particolare.

Il Cortile di vetro

Nel 2007, Libeskind ha progettato anche il Cortile di vetro, coprendo la corte dell’adiacente palazzo settecentesco, il Kollegienhaus, con un tetto trasparente. Questa avveniristica struttura è sostenuta da quattro pilastri che assomigliano ad alberi stilizzati e si sviluppa in un possente scheletro d’acciaio ramificato, che a sua volta sostiene le vetrate. Il Cortile di vetro richiama l’idea di una capanna. Non una capanna qualunque, tuttavia, ma una sukkah (che significa ‘capanna’, ma anche ‘tabernacolo’), come quelle che, secondo la tradizione, ogni famiglia del popolo di Israele aveva costruito nel deserto durante la ricerca della Terra Promessa. E in questa tenda luminosa, finalmente, il visitatore può trovare pace.

Museo Ebraico di Berlino, Kollegienhaus visto dal retro con il Cortile di vetro di Libeskind.
Daniel Libeskind, Museo Ebraico di Berlino, Cortile di vetro, 2007.
Daniel Libeskind, Cortile di vetro, 2007. Particolare.


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  1. Ho avuto la “fortuna” di visitare il MUSEO EBRAICO a Berlino solo due anni fa.
    E’ una ESPERIENZA UNICA, emozionante e sconvolgente allo stesso tempo.
    Angoscia, paura, rabbia, impotenza e poi la pace…emozioni contrastanti si impadroniscono del visitatore.
    Un luogo della MEMORIA da non perdere.

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