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Le Natività di Giotto e Duccio
Il Natale secondo due grandi maestri della pittura italiana.
By Giuseppe Nifosì Posted in L’età gotica on Dicembre 24, 2018 One Comment 10 min read
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Giotto e Duccio sono stati due giganti della pittura del Trecento e dell’arte di tutti i tempi. Fiorentino il primo, senese il secondo. Giotto venne celebrato da sommi poeti e letterati come Dante, Petrarca e Boccaccio, che gli riconobbero il merito di aver reinventato la pittura occidentale. Di lui, ancora in vita, Andrea Lancia, un commentatore dantesco del XIV secolo, disse: «è Giotto fra li pittori, che li uomini conoscono, il più sommo». Alla fine del Trecento, il trattatista Cennino Cennini scrisse invece che Giotto «rimutò l’arte del dipignere di greco in latino e ridusse al moderno». Secondo Cennini, insomma, grazie a questo artista, l’arte bizantina (greca) aveva lasciato il posto a quella classica (latina), che il trattatista, da uomo certamente colto e attento agli sviluppi culturali del suo tempo, già percepiva come “moderna”. Era la prima volta che questa definizione veniva applicata all’arte.

Ai tempi di Giotto, pochi altri artisti seppero affascinare i propri contemporanei come Duccio di Buoninsegna. Tutta la pittura senese trovò in lui un caposcuola insuperabile; attraverso il suo contributo e quello dei suoi grandi allievi, l’arte italiana riuscì ad affermarsi con successo nei paesi europei, in Francia soprattutto, riconquistando un primato perduto da tempo.

Nel corso della loro fortunata carriera, Giotto e Duccio raccontarono per immagini tante pagine di storia sacra, dando volto e corpo ai personaggi che la Chiesa ha voluto celebrare come santi ma soprattutto omaggiando quel Dio che, un Natale di molti secoli fa, volle farsi uomo.

La Natività di Giotto

Nel 1303, a Padova, il ricchissimo banchiere Enrico Scrovegni fece edificare un piccolo ambiente a una sola navata, detto Cappella degli Scrovegni, e chiese a Giotto (1267-1336) di decorarla. Il grande artista ricoprì l’intera superficie muraria con più cicli di affreschi, secondo un programma assai complesso, concependo grandi scene figurate, disposte su tre registri sovrapposti in modo da seguire un andamento rigorosamente narrativo. Le scene narrano le Storie di Anna e Gioacchino (i genitori della Madonna), le Storie della Vergine e le Storie di Cristo. Il ciclo è concluso da una grande raffigurazione del Giudizio Universale, dipinto sulla controfacciata.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, 1303-5, interno verso l’altare. Padova.

Nella scena della Natività, Maria, una giovane donna dalla bellezza delicata ma severa, ha appena dato alla luce suo figlio. È sdraiata, evidentemente provata dal parto, e tuttavia, con una faticosa torsione, si gira per deporre il piccolo nella sua povera culla. Un gesto che qualunque madre riconoscerebbe come proprio. I due sguardi s’incontrano. Gesù ha già gli occhi di un adulto, come voleva la tradizione; solo con il Rinascimento, infatti, il Bambino avrebbe conquistato l’aspetto e l’atteggiamento di un vero neonato.

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Giotto, Natività, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.

A sinistra, il bue segue la faccenda concentrato e stupito. Gli animali sono sempre molto partecipativi nei dipinti di Giotto; talvolta sembra quasi che capiscano, prima e meglio degli umani, l’importanza di quanto accade. Giuseppe se ne sta per conto suo, stanco e, forse, anche avvilito per non aver trovato un riparo degno a sua moglie e a quel figlio che Dio gli stava dando in affido. E, comunque, resta in disparte, come a sottolineare che lui non ha partecipato all’evento miracoloso di quel concepimento e di quella nascita. In cielo, volano festosi cinque “angeli-nuvola”, uno dei quali annuncia ai pastori il lieto evento. È, questa, una meravigliosa invenzione di Giotto. Gli angeli giotteschi sono concreti ma non interi: si materializzano progressivamente, entrano nello spazio terreno della storia passando dallo stato impalpabile del vapore a quello plastico del corpo.

La Natività di Duccio

Nel 1308, Duccio (1255-1318) ricevette la commissione di realizzare un grande polittico, con la Vergine in trono circondata da angeli e santi, destinato all’altare maggiore del Duomo di Siena. L’opera, oggi nota come Maestà del Duomo, si presentava come una complessa struttura dipinta da entrambi i lati. Il prospetto frontale accoglieva una monumentale Madonna con Bambino circondata da angeli e santi; una complessa cornice ospitava una fascia alla base, o predella, dov’erano illustrate 7 scene dell’Infanzia di Cristo. Tra queste, la Natività, il cui originale è oggi alla National Gallery of Art di Washington.

Duccio di Buoninsegna, Maestà del Duomo, faccia anteriore, 1308-11. Tempera su tavola. Siena, Museo dell’Opera del Duomo.

Nella sua piccola tavola, Duccio immagina al centro la grotta della Natività. Maria, sdraiata dopo il parto in primo piano, appare monumentale: il suo corpo allungato contrasta contro il telo rosso steso sotto di lei. Il Bambino in fasce, riscaldato dal bue e l’asinello, è deposto nella mangiatoia e pare assorto nell’osservazione della piccola stella che veglia su di lui. San Giuseppe, a sinistra fuori dalla grotta, vigila severo sulla sua famiglia, seduto sulle rocce scheggiate. Tutto intorno, quattordici angeli, sette per lato, contemplano in adorazione, silenziosi e devoti, sia il Padre immortale, in forma di disco blu in alto, sial il Figlio fattosi mortale. Solo uno di essi, sulla destra, annuncia l’evento ai pastori, mostrando loro un cartiglio con le parole di Dio. In basso, anacronisticamente, è la scena del lavaggio del Bambino da parte di due inservienti, che risultano più piccole (come i pastori, d’altro canto), in quanto meno importanti. Queste proporzioni gerarchiche dei personaggi sono una chiara derivazione dalla tradizione bizantina delle icone.

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Duccio di Boninsegna, Natività, 1308-11. Tempera e oro su tavola, 43,8 x 77,5 cm. Washington, National Gallery of Art.
Due maestri a confronto

Giotto e Duccio furono due grandi innovatori della pittura italiana e per certi versi i loro linguaggi artistici si dimostrano complementari. Essi, infatti, dettero voce a due aspetti ugualmente determinanti della cultura trecentesca: la voglia di modernità e il rispetto della tradizione. Incarnarono due stili, due modi diversi di fare arte, marcando le differenze culturali fra Firenze e Siena al punto di provocare una cesura che non poté mai più ricucirsi. Scrive Erwin Panofsky, uno dei più importanti storici dell’arte del XX secolo: «L’arte di Duccio può dirsi lirica: le sue figure sono percorse da emozioni che le uniscono in una comunione di sentimento quasi musicale. L’arte di Giotto può esser detta epica o drammatica: le sue figure son trattate come individui che individualmente reagiscono l’un l’altro». Con assoluta maestria, lo studioso ha rapidamente tratteggiato la differenza essenziale che intercorre tra due pittori egualmente grandi, ma che all’epoca furono antagonisti e la cui arte, ancora oggi, ci appare come alternativa, una rispetto all’altra. I dipinti di Duccio e di Giotto costituiscono, infatti, due risposte differenti ad urgenze estetiche e teologiche altrettanto diverse.

La Madonna di Duccio

Duccio, in cuor suo, rimase sempre un pittore bizantino; per lui la tradizione greco-orientale delle icone conservò un fascino incorrotto e un’attrattiva irresistibile. Riconobbe, in quei modelli, l’autorità di una cultura che non aveva ancora esaurito il suo percorso. In particolare, lo incantarono la grazia e l’eleganza di quelle Madonne, la loro dolcezza arcaica, che a suo dire era la sola adatta alla rappresentazione del sacro. Secondo lui, la pittura doveva proporre un’esperienza prima di tutto mentale; così, concepì immagini riconoscibili e, all’occorrenza, ripetute molte volte, in modo che il fedele potesse attivare la propria memoria e la propria fantasia per realizzare con l’immaginazione, da solo nella preghiera, tutte le associazioni necessarie. E tuttavia, l’interpretazione che Duccio propose dei modi bizantini fu sempre personale, sempre tesa a mediare, con successo, l’immaterialità dello spirituale con una certa concretezza del reale; d’altro canto anch’egli, come Giotto, aspirò ad elaborare un linguaggio moderno: ma la radice di quel linguaggio, secondo lui, dovette essere greca, non latina.

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Duccio di Boninsegna, Natività, 1308-11. Particolare.

Consideriamo, per capire, la Madonna della sua Natività. Qui Maria, così eterea e composta, così delicatamente ammantata di cielo è senza dubbio alcuno la Madre di Dio, la Regina del Paradiso, la fonte primaria della Misericordia cui ogni fedele aspira. Tutte le Madonne di Duccio sono così: divine, sublimi, icone assolute di bellezza e di purezza. Eppure, allo stesso tempo, teneramente materne, dolcemente protettive. Vicine e irraggiungibili, le Madonne di Duccio ci accompagnano da lontano, dal loro mondo di pura e luminosa grazia. È questo, in fondo, il grande lascito del maestro senese.

Duccio di Boninsegna, Natività, 1308-11. Particolare.
La Madonna di Giotto

Osservando la Madonna della Natività di Giotto, percepiamo subito, anche senza capire, che ci troviamo di fronte a un’altra idea di arte. Ma solo riflettendo, comprendiamo che la pittura giottesca è diversa perché alimentata da una nuova concezione del rapporto col divino. Maria deposita il figlio, appena abbozzolato nelle sue fasce, con materna e amorevole cautela. Lo guarda, chiaramente turbata e incredula: ella, che secondo i Vangeli ebbe questo figlio “senza conoscere uomo” è la prima testimone del “Mistero” su cui si basa l’intero cristianesimo, quello di un Dio che si è mostrato, che ha assunto il volto dell’uomo. E non a caso, il Bambino, un neonato diverso da tutti gli altri, guarda a sua volta la madre, consapevole, sicuro, per certi versi rassicurante. Quell’incrociarsi di sguardi racconta che per la prima volta Dio e l’Uomo si sono guardati negli occhi; e lo hanno fatto con tutta la consapevole e reciproca responsabilità che questo avvenimento comportava e ancora oggi, per chi crede, comporta.

Giotto, Natività, dalle Storie di Cristo della Cappella degli Scrovegni a Padova, 1303-5. Particolare.

Qui, Giotto dimostra una maturità teologica eccezionale, che non a caso lo rende eccelso come Dante, suo grandissimo contemporaneo. Egli è stato il primo artista che davvero ha voluto entrare nel cuore dell’annuncio cristiano: attento e profondo conoscitore dei Vangeli, ha voluto chiarire ai fedeli, un tempo semplicemente terrorizzati dalle severe figure dei portali, che Dio è “entrato” nella Storia, ha “agito” nel mondo, ha parlato all’Uomo non “dall’alto dei suoi cieli” ma nella contingenza del presente quotidiano. Un Dio che si è “proposto”, inaspettatamente, e nella concretezza della carne, per rispondere al bisogno dell’umanità.

Giotto, Natività, dalle Storie di Cristo della Cappella degli Scrovegni a Padova, 1303-5. Particolare.
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