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Naturalismo, stilizzazione, astrazione. Come parlano le immagini
Conoscere i linguaggi dell’arte per comprenderla.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il sistema dell'arte – Data: Settembre 11, 2026 0 commenti 12 minuti
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Introduzione

Davanti a un quadro o a una scultura, siamo spesso portati a formulare un giudizio immediato basato sul gusto personale o sulla capacità dell’artista di imitare la realtà. Eppure, fermarsi al “mi piace” o al “sembra vero” o, viceversa, “questo potevo farlo anch’io”, significa ignorare che l’arte si serve di codici visivi millenari. Per entrare davvero in empatia con un’opera, è necessario educare il modo in cui la guardiamo, imparando a comprendere l’intenzione profonda dell’autore e dando significato a ciò che gli occhi vedono concretamente. L’atto del dipingere o dello scolpire non si è – sempre e solo – tradotto nel copiare il mondo: il più delle volte, si è legato alla scelta personale, e talvolta radicale, di interpretarlo. 

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Oggi siamo bombardati da migliaia di immagini al giorno (Instagram, TikTok, meme, videogiochi). Conoscere e interpretare l’arte serve a non farsi manipolare dalle immagini e a capire come i registi, i grafici e i designer riescono a catturare la nostra attenzione. Chi sa “leggere” un quadro, sa leggere anche il mondo di oggi.

Tema, soggetto, linguaggio

Quando osserviamo un’opera d’arte, per comprenderla davvero dobbiamo porci almeno tre domande: di che cosa parla? che cosa rappresenta? come lo rappresenta? Occorre quindi distinguere tema, soggetto e linguaggio.

Il tema è l’idea generale di cui l’opera parla: un sentimento, un evento, un’esperienza umana. Nella Pietà di Michelangelo, per esempio, il tema è il dolore di una madre per la morte del figlio.

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Il soggetto è ciò che vediamo concretamente rappresentato: la Vergine Maria che sorregge il corpo senza vita di Gesù.

Il linguaggio, infine, è il modo in cui l’artista sceglie di rappresentare quel soggetto. Michelangelo raffigura i corpi con grande attenzione all’anatomia, alle proporzioni e ai dettagli realistici. Un altro artista avrebbe potuto rappresentare lo stesso soggetto in modo completamente diverso, con forme più semplificate, deformate o persino non riconoscibili.

Per questo due opere possono avere lo stesso tema e lo stesso soggetto, ma apparire completamente diverse. È il linguaggio a fare la differenza. Lo dimostrano le due Pietà realizzate dallo stesso Michelangelo all’inizio e alla fine della sua carriera: la Vaticana e la Rondanini.

Michelangelo, Pietà Vaticana, 1498-1500. Marmo, 1,74 x 1,95 m. Roma, Basilica di San Pietro.
Michelangelo, Pietà Rondanini, 1547-64. Marmo, altezza 1,95 m. Milano, Castello Sforzesco.

Naturalismo

Uno dei linguaggi più comuni adottati dagli artisti occidentali per rappresentare il mondo è il naturalismo. È naturalistica un’opera che raffigura persone, oggetti e ambienti in modo verosimile, cioè simile al vero, vicino a come appaiono nella realtà.

Un’immagine naturalistica rende riconoscibili forme, proporzioni, colori, luce e materiali. L’obiettivo non è copiare meccanicamente ciò che si vede, ma costruire una rappresentazione credibile del mondo visibile.

Molti artisti, nel mondo greco-romano e poi a partire dal Rinascimento, hanno perseguito questo obiettivo studiando anatomia, prospettiva ed effetti della luce. Michelangelo, Caravaggio o Vermeer, per esempio, hanno rappresentato figure e ambienti in modo così convincente da dare l’impressione di trovarsi davanti a scene vere. La Gioconda di Leonardo da Vinci sembra davvero guardarci e sorriderci.

Leonardo, Ritratto di Lisa Gherardini, noto come Gioconda, 1503-10 o 1513-19. Olio su tavola, 77 x 53 cm. Parigi, Musée du Louvre.

Ma attenzione: naturalistico non significa oggettivo. Anche un’opera apparentemente molto fedele alla realtà nasce sempre da scelte precise: che cosa mostrare, da quale punto di vista, con quale luce e con quale intensità espressiva. Inoltre, il naturalismo può assumere gradi diversi: alcune opere risultano più verosimili di altre, fino a sfiorare il realismo o persino l’iperrealismo.

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Stilizzazione

Non tutti gli artisti hanno cercato di rappresentare la realtà in modo fedele. In molti casi hanno scelto la stilizzazione, cioè una rappresentazione che semplifica, modifica o accentua alcuni aspetti delle forme reali.

Una figura stilizzata resta riconoscibile, ma non riproduce ogni dettaglio del mondo visibile. Alcuni elementi vengono eliminati, altri deformati o messi in evidenza, per rendere l’immagine più espressiva, immediata o simbolica.

Pensiamo, per esempio, alle incisioni neolitiche, ai dipinti dell’arte egizia o alle icone medievali: le figure umane non sono rappresentate come appaiono realmente, ma secondo regole precise che privilegiano chiarezza, significato e forza comunicativa. Anche in epoca moderna, artisti espressionisti o cubisti hanno scelto di deformare le figure per interpretare la realtà in modo più personale.

Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne, 1919. Olio su tela, 92 x 54 cm. Collezione privata.

La stilizzazione, quindi, non è una rappresentazione “sbagliata” o frutto di incapacità, ma una precisa scelta di linguaggio. L’artista non intende riprodurre fedelmente il mondo, ma interpretarlo.

Anche oggi usiamo continuamente forme stilizzate: nei fumetti, nei pittogrammi, nei loghi. I simboli che indicano i gabinetti pubblici, per esempio, funzionano proprio perché sono essenziali, universali e immediatamente riconoscibili anche da lontano.

Pittogramma di segnalazione “Toilette uomini”.

La stilizzazione è forse il linguaggio artistico che incontriamo più facilmente nella comunicazione visiva così come nei nuovi media. L’obiettivo non è copiare la realtà, ma renderla espressiva e iconica. Pensiamo ai Manga e agli Anime giapponesi: i personaggi hanno spesso occhi enormi, sproporzionati rispetto a un viso reale. Non si tratta di un errore di disegno, ma di una scelta precisa per amplificare le emozioni e renderle immediatamente leggibili. Lo stesso vale per i videogiochi come Minecraft: la realtà viene ridotta a blocchi geometrici essenziali, eppure riusciamo a riconoscere all’istante un albero, un animale o un nemico.

Personaggio in stile anime. L’illustrazione digitale a colori riprende il tipico linguaggio visivo dei cartoni animati giapponesi: forme stilizzate, colori vivaci e linee di sfondo dinamiche.

Astrazione

In altri casi, il legame con la realtà visibile si allenta fino quasi a scomparire. Si parla allora di astrazione, un linguaggio in cui il legame con la rappresentazione del mondo visibile viene meno, per costruire un’immagine autonoma fatta di linee, forme, colori e relazioni compositive.

In genere, un’opera astratta rinuncia a soggetti riconoscibili e sposta l’attenzione da che cosa è rappresentato a come gli elementi visivi interagiscono tra loro. Il colore può diventare protagonista, una linea può suggerire energia o tensione, una forma geometrica creare equilibrio o movimento.

L’arte astratta non è priva di significato: usa forme e colori per esprimere idee o stati d’animo. Artisti come Vasilij Kandinskij, Piet Mondrian o Mark Rothko hanno esplorato queste possibilità in modi molto diversi: alcuni costruendo composizioni rigorose ed essenziali, altri affidando al colore il compito di suscitare emozioni profonde.

Vasilij Kandinskij, Composizione VII, 1913. Olio su tela, 200 x 300 cm. Mosca, Galleria Tret’jakov.

Il linguaggio astratto fa parte della nostra vita quotidiana, anche se forse non ci facciamo mai caso. La ritroviamo nei loghi dei brand che indossiamo e nelle app che usiamo ogni giorno. Le icone geometriche e i contrasti di colore di app come Spotify o TikTok non imitano nulla che esiste in natura, ma usano forme pure e relazioni visive per creare un’identità forte e trasmetterci un’energia immediata.

Stilizzazione o astrazione?

Non bisogna confondere astrazione e difficoltà di lettura. Un’opera non è astratta solo perché il soggetto è difficile da riconoscere oppure non esiste nella vita reale. Creature immaginarie come centauri, unicorni o draghi appartengono al mondo della mitologia, ma restano figure concrete e riconoscibili: possono essere rappresentate con linguaggio naturalistico o stilizzato, ma certamente non sono astratte.

Pablo Picasso, Natura morta con bottiglia di anice, 1909. Olio su tela, 81,6 x 65,4 cm. New York, The Museum of Modern Art.

Qual è, dunque, la vera differenza fra stilizzazione estrema e astrazione? Nella stilizzazione l’oggetto è ancora riconoscibile o identificabile nei suoi tratti essenziali, anche se sintetizzato; nell’astrazione la forma non rimanda (più) a un referente ma vale per le sue qualità formali intrinseche. 

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Le nature morte dei cubisti Picasso e Braque, per quanto irriconoscibili, nell’intenzione degli artisti “rimangono” bottiglie, brocche, bicchieri, tazze, pipe o strumenti musicali, come violini o mandolini. Dunque, non sono astratte. I titoli lo confermano: Violino e tavolozza ci dice in modo inequivocabile che quel dipinto ha un preciso soggetto. Il “come” Braque abbia dipinto il violino e la tavolozza è solo una questione di linguaggio adottato.

Georges Braque, Violino e tavolozza, 1909. Olio su tela, 91,7 x 41,8 cm. New York, Solomon R. Guggenheim Museum.

Consideriamo un altro esempio. Nelle isole Cicladi, un arcipelago del Mediterraneo orientale, sono state trovate minuscole statuette risalenti a cinquemila anni fa, e che sembrano minuscoli violini. Solo che all’epoca i violini non esistevano. Un bel rebus. Gli studiosi sono convinti che rappresentino figure femminili, sebbene stilizzate in modo così estremo da sembrare tutto tranne che donne. Sono astratte? No, perché molto probabilmente non era questa l’intenzione degli artisti che le hanno prodotte. Per loro “erano” e rimanevano figure femminili, quindi devono esserlo ancora oggi per noi.

Idoli cicladici a forma di violino, III millennio a.C. Da Syros. Marmo. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Viceversa, consideriamo un celebre quadro astratto di Kandinskij, risalente al suo cosiddetto “periodo freddo”: una tela a sfondo nero piena di forme circolari che sembrano fluttuare nel vuoto. È facilissimo riconoscervi un cielo stellato, il cosmo, l’universo. Ma non è così, semplicemente perché l’artista non ebbe questa intenzione, e difatti intitolò l’opera Alcuni cerchi. Sicuramente, l’immagine suggerisce i silenzi di un notturno, allude a un desiderio di infinito, insomma suscita gli stessi sentimenti che proviamo quando contempliamo le stelle. E lo fa intenzionalmente. Perché un quadro astratto non è privo di significato, solo di soggetto. E se Kandinskij avesse intitolato questa medesima opera Notte stellata? Allora il soggetto sarebbe stato dichiarato dal titolo e invece che un capolavoro astratto l’artista ci avrebbe fornito un magistrale esempio di stilizzazione.

Vasilij Kandinskij, Alcuni cerchi, 1926. Olio su tela, 140 x 140 cm. New York, Solomon R. Guggenheim Museum.

Soluzioni ambigue

Ci sono casi in cui le forme astratte derivano da quelle naturali. Nel 1915, il pittore olandese Piet Mondrian dipinse Molo e oceano. L’artista lavorò a Domburg, sulla costa olandese, osservando il molo che si protende nel mare. Creò una composizione impostata su un ovale, forma che Mondrian aveva adottato durante la sua esperienza cubista. Piccoli segni rettilinei, che seguono direzioni orizzontali e verticali, si incuneano concentrandosi al centro dell’ellisse, probabilmente alludendo all’immagine del molo che si allunga nelle acque del porto, e allo stesso tempo evocano i riflessi sull’acqua.

Il titolo del quadro dice che ci troviamo di fronte a un paesaggio; tuttavia, senza quel titolo, non lo riconosceremmo. Questo dipinto è dunque astratto o no? Non è ancora completamente astratto proprio perché ha un soggetto, che Mondrian dichiara nel titolo (non lo nasconde, anzi lo rivendica). Senza dubbio, l’obiettivo dell’artista è arrivare a un linguaggio che si liberi il più possibile dal dato contingente e particolare per raggiungere “l’universale”. Mondrian non intendeva mostrare molo e mare in sé stessi, quanto piuttosto riprodurre attraverso segni astratti la sensazione di pace interiore che si può provare davanti all’oceano. Quindi: soggetto dichiarato, ma intenzione orientata a superare quel soggetto.

Piet Mondrian, Molo e oceano (Composizione n°10), 1915. Olio su tela, 78 x 106 cm. Otterlo, Rijksmuseum Kröller-Müller.

Consideriamo un altro esempio. Lo Swoosh della Nike è un logo che a prima vista sembra un puro segno astratto: una forma fluida che suggerisce immediatamente dinamismo, velocità, movimento. Ma l’origine di questa forma può risultare del tutto inaspettata.

Logo della Nike

Nel 1969, Carolyn Davidson, una giovane studentessa d’arte americana, per soli 35 dollari disegnò questo logo a “baffo” che ripropone, in modo stilizzatissimo, l’ala della Nike di Samotracia, una celebre scultura greca che rappresenta la dea della vittoria, quella che si ottiene in battaglia e nello sport. La stessa dea che ha prestato il suo nome a una delle aziende di articoli sportivi più conosciute al mondo. Solo che “Nike” adesso viene pronunciato naik, all’americana!

Pitocrito (attribuita), Nike di Samotracia, inizio del II sec. a.C. Marmo, altezza 2,45 m. Parigi, Musée du Louvre. Visione laterale.

La domanda è: lo Swoosh della Nike è ancora un’ala ridotta a segno, dunque stilizzata, o è un segno in sé, quindi astratto? Difficile dare una risposta netta: è, di per sé, un logo astratto, ma è anche il risultato finale di un processo di stilizzazione estrema. Se guardiamo quel “baffo” non conoscendone la storia, non ci vedremo un’ala ma solo una forma pura, dinamica e veloce. Ma di fatto nasce come ala, e d’altro canto il legame con la dea della vittoria è confermato dal nome del brand. Lo Swoosh è un logo, non un’opera d’arte.

Se Mondrian spiegò il proprio percorso verso l’astrazione, in questo caso manca una dichiarazione esplicita dell’autrice sul significato della forma. E senza quella dichiarazione, la forma stessa, isolata dal suo contesto d’origine, finisce per funzionare da sola, come segno puro, indipendentemente da cosa intendesse rappresentare in partenza. Il caso Nike mostra bene che la distinzione fra stilizzazione e astrazione non è sempre netta: ai suoi margini esistono forme che, come questa, possono essere lette in entrambi i modi.

 


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