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La linea di Newman
Rappresentare Dio nell’arte contemporanea.
By Giuseppe Nifosì Posted in Opere, artisti e movimenti on Giugno 21, 2019 0 Comments 5 min read
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Sin dalla comparsa dell’arte cristiana, la rappresentazione degli episodi della Genesi, che ha per tema la creazione, presentò il delicato problema della raffigurazione di Dio Padre, che è una entità puramente spirituale, infinita e come tale non rappresentabile. E difatti l’arte ebraica, e successivamente l’arte musulmana, hanno da sempre scelto di essere aniconiche, ossia di non mostrare Dio in forma umana. Poiché i testi sacri parlano spesso della “mano di Dio” che aiuta e castiga, le prime immagini cristiane del Padre furono rese simbolicamente con una mano destra che esce dalle nubi o cala dall’alto. Poi, si decise d’identificare il Padre con il Figlio, rappresentandoli allo stesso modo. D’altro canto, come racconta il Nuovo Testamento, quando l’apostolo Filippo chiese a Gesù di mostrare loro il Padre, Cristo rispose: «Filippo, sono stato con voi tanto tempo e non mi conosci ancora? Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Giovanni, 14, 9). Solo dall’XI secolo, Dio Padre cominciò ad assumere l’aspetto di un energico vecchio barbuto e dalla lunga chioma. Oggi siamo dunque abituati alla rappresentazione antropomorfa di Dio, che d’altro canto, secondo il racconto biblico, “ci ha creati a sua immagine e somiglianza” e ciò legittima la convenzione a dargli un aspetto simile al nostro.

Barnett Newman, The Voice, 1950. Tempera e smalto su tela, 244 x 268 cm. New York, MOMA, Museum of Modern Art.
La linea di Newman

Certo, l’immagine antropomorfa di Dio resta una forzatura, perché davvero è riduttivo costringere un’idea astratta nello stampo del corpo umano. L’arte contemporanea, slegatasi da una tradizione iconografica lunga millenni, ha cercato, e a suo modo trovato, altre strade per rappresentare il Creatore; i risultati sono senza dubbio meno familiari, e come tali più difficili da comprendere e accettare, ma teologicamente più rispondenti. Prendiamo il caso di Barnett Newman (1905-1970), uno dei massimi esponenti dell’Astrattismo americano del secondo dopoguerra, e in particolare di una corrente definita Color Field (letteralmente ‘campo colorato’). Newman era ebreo e studioso di teologia. In un secolo dalla forte connotazione culturale laica, egli sentì il bisogno di affrontare nuovamente il tema della rappresentazione del divino. E lo fece scegliendo la strada dell’aniconismo e il linguaggio astratto, che, a suo dire, assai meglio di quello figurativo si presta alla rappresentazione di tutto ciò che non è visibile e che non ha forma. In un dipinto del 1950, Dio è mostrato come una esile linea che attraversa un campo bianco. Il titolo dell’opera è, significativamente, The Voice, la Voce. Secondo l’Antico Testamento, infatti, Il Dio creatore dell’universo, l’Uno per eccellenza non ha volto ma è parola, Egli non si è fatto vedere (per i cristiani sì, attraverso le forme umane del Figlio) ma ha fatto ascoltare la sua voce. E la voce di Dio è divisoria, secondo la Bibbia, come la linea di Newman che qui, simbolicamente, la rappresenta: essa ha infatti diviso la luce dalle tenebre, il cielo dalla terra, il bene dal male, la verità dalla falsità. Si pone come linea di demarcazione fra ciò che è e ciò che non è, tra ciò che deve essere e ciò che non deve essere. Il Dio della Bibbia, quello della Creazione, di Abramo e di Mosè, il quale non ha ancora assunto forma umana nel mondo che ha creato (per ebrei e musulmani ciò non è mai accaduto) è suono e non carne, e nella pittura il suono, secondo Newman, può essere rappresentato solo attraverso il colore puro.

Barnett Newman, Abraham, 1949. Olio su tela, 210,2 x 87,7 cm. New York, The Museum of Modern Art.
Chi è Newman

Barnett Newman è stato tra i massimi esponenti dell’astrattismo americano del secondo dopoguerra, nonostante si sia limitato, nell’arco di una intera carriera, a produrre all’incirca solo centoventi quadri. Sempre, per la sua pittura, ha seguito leggi semplici e rigorose: nelle sue tele gigantesche, egli ha diviso vaste campiture cromatiche uniformi (dalle variazioni quasi impercettibili), con bande di colore rettilinee, di spessore diverso, che usava chiamare zips. L’arte di Newman ha una forte componente spirituale e attraverso l’Astrattismo volle indagare i confini del mistero. «Noi sosteniamo l’espressione semplice del pensiero complesso», ha scritto nel 1948. «Noi siamo per la forma ampia, perché possiede l’impatto dell’inequivocabile. Noi desideriamo riaffermare la superficie del dipinto. Noi siamo per le forme piatte poiché esse distruggono l’illusione e rivelano la verità». Non a caso, i titoli scelti da Newman per i suoi quadri fanno esplicito riferimento alla Bibbia: Genesis, Abraham, Joshua, Jericho, Onement, Adam. Nella sua ricerca di assoluto pittorico, l’artista ha voluto tradurre il “Verbo” divino delle Sacre Scritture nella tragica essenzialità del semplice “segno”, di quella striscia verticale, talvolta ripetuta, che fraziona lo spazio vuoto e si impone sull’infinito della tela. Affermò Newman che se Dio iniziò dal caos, il pittore doveva saper affrontare il vuoto, il colore neutro di tele prive di forme e di dettagli: la sua arte, ne consegue, è una metafora della creazione divina.

Barnett Newman, La promessa, 1949. Olio su tela
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