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L’Olympia di Manet
Un nudo scandaloso nella Parigi dell’Ottocento.
By Giuseppe Nifosì Posted in Realismo ed Impressionismo on 13 Dicembre, 2019 0 Comments 5 min read
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Nel 1863, pochi mesi dopo la realizzazione del quadro La colazione sull’erba, Édouard Manet (1832-1883), pittore francese considerato il padre dell’Impressionismo, dipinse un secondo capolavoro, l’Olympia, che venne, contro ogni previsione, accettato al Salon ufficiale del 1865. In realtà, i giudici tentarono di nascondere il più possibile questo quadro, nella speranza di soffocare le prevedibili polemiche, e lo appesero in un angolo della sala, bene in alto e lontano alla vista. Pubblico, critici e giornalisti furono ugualmente attratti dal nuovo scandaloso soggetto di Manet e seppellirono di critiche tanto l’opera quanto il suo autore. Il dipinto venne definito «una spregevole odalisca con il ventre giallo». Manet, per quanto si ritenesse pronto a fronteggiare i giudizi negativi, confessò al poeta Baudelaire, suo amico, di non essere mai stato così offeso dalle maldicenze della critica. Normalmente, si compiaceva se il pubblico lo considerava provocatorio, trasgressivo e persino eccessivo; in quella circostanza, però, gli attacchi lo ferirono profondamente.

Édouard Manet, Olympia, 1863. Olio su tela, 1,3 x 1,9 m. Parigi, Musée d’Orsay.

Il soggetto

Olympia presenta una donna completamente nuda, che ha nuovamente il volto e il corpo di Victorine Meurent, già protagonista del dipinto La colazione sull’erba. Sdraiata sopra il suo letto disfatto, ornata solo da un bracciale d’oro e da un sottile collarino di velluto con una perla a goccia, e con una ciabattina ciondolante sul piede sinistro, ella guarda direttamente verso l’osservatore con espressione sfacciata.

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Édouard Manet, Olympia, 1863. Particolare.

La sua mano sinistra è posata sul pube, in un gesto di apparente pudore ma in verità piuttosto sfrontato. Il pubblico capì subito che si trattava di una prostituta, ritratta con l’atteggiamento impudente e confidenziale di chi riceve un cliente abituale.

Édouard Manet, Olympia, 1863. Particolare.

L’interpretazione era legittima. L’aspetto e la posa della donna rimandavano a foto di nudi pornografici che nella Parigi dell’epoca avevano un mercato enorme (anche se clandestino). Sullo sfondo, una domestica di colore si avvicina per consegnarle un bouquet di fiori. Anche la figura della “serva negra” (come si usava dire all’epoca) rimandava al tema della prostituzione: le prostitute, infatti, non avevano domestiche bianche, le quali si rifiutavano di lavorare per donne così poco raccomandabili.

Édouard Manet, Olympia, 1863. Particolare.

Ai piedi del letto, un gatto nero, tradizionale simbolo di lussuria e tradimento, si spaventa per l’ingresso del cliente che la donna sta guardando e scatta sulle zampe rizzando il pelo.

Édouard Manet, Olympia, 1863. Particolare.

Perfino il titolo dell’opera chiariva gli intenti dell’artista: Olympia era infatti un nome assai diffuso tra le prostitute d’alto bordo.

Il linguaggio pittorico

La tecnica adottata da Manet è del tutto simile a quella del dipinto La colazione sull’erba: la scena è infatti costruita attraverso rapide pennellate e solo osservandola in lontananza acquista un effetto realistico. Il chiaroscuro è semplificato al massimo e il contrasto tra tinte chiare e scure appare assai netto, tanto che il color avorio della pelle di Olympia si staglia con decisione sullo sfondo quasi nero.

Édouard Manet, Olympia, 1863. Particolare.
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Édouard Manet, Olympia, 1863. Particolare.

Una rilettura del Rinascimento

Di fronte alle critiche inferocite che gli piovvero addosso, Manet spiegò che la sua Olympia altro non era che l’interpretazione in chiave moderna di un capolavoro rinascimentale, cioè la Venere di Urbino di Tiziano.

Tiziano, Venere di Urbino, 1538. Olio su tela, 1,19 x 1,65 m. Firenze, Uffizi.

Anche nel quadro del grande artista veneto, infatti, si vede una giovane nuda, sdraiata sopra un letto disfatto, che guarda verso l’osservatore con atteggiamento sensuale, mentre sullo sfondo due domestiche si stanno occupando del suo guardaroba. Benché il legame con l’autorevole modello fosse evidente (anzi, proprio per questo), la critica non trovò giustificazioni. Il capolavoro di Tiziano aveva per protagonista una dea e non una donna, meno che mai una prostituta; inoltre, esso celebrava l’eros ma circoscrivendolo all’ambito matrimoniale, come dimostra la presenza del cagnolino (simbolo di fedeltà) che sonnecchia ai piedi di Venere. L’Olympia aveva tutto un altro significato e Manet, ovviamente, ne era ben consapevole. Parigi vantava, in quegli anni, almeno 35.000 prostitute; a nessuno, però, era ancora venuto in mente di dipingerne una nella posa della Venere di Urbino. L’oltraggio, quindi, nasceva sia dalla decisione di rendere pubblico ciò che normalmente si fingeva di ignorare sia dalla scelta, altrettanto irritante, di utilizzare l’arte rinascimentale per raffigurare le bassezze della vita.

Tiziano, Venere di Urbino, 1538, e Édouard Manet, Olympia, 1863, a confronto.

Una curiosità: la notorietà conquistata da Olympia fu fatale per la reputazione della modella Victorine Meurent. La donna non riuscì mai più a liberarsi dalla fama di prostituta e, dopo la morte di Manet, finì i suoi giorni povera e alcolizzata.


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