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Otto Dix e la Nuova Oggettività in Germania
L’arte contro la dittatura e la guerra.
Autore: Giuseppe Nifosì Pubblicato in Il Novecento: gli anni Venti, Trenta e Quaranta – Data: Febbraio 2, 2024 0 commenti 9 minuti
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Tra il 1919 e il 1935 si sviluppò in Germania il movimento artistico noto come Neue Sachlichkeit, ossia ‘Nuova oggettività’, il cui nome fu coniato in occasione di una mostra tenutasi nel 1925 a Mannheim. Il termine “oggettività” non va inteso nel solco del Realismo ottocentesco, giacché i pittori del gruppo fecero ricorso alla caricatura, alla deformazione e alla metafora, ritraendo i propri soggetti non come apparivano agli occhi ma com’erano moralmente: dunque “oggettivamente” brutti e grotteschi.

La forma del dissenso e dell’esplicita opposizione all’arte monumentale e tradizionale si articolò tra l’inquieto presagio di un’apocalisse prossima ventura e la denuncia della violenza delle classi dominanti; fra i temi prediletti vi fu, soprattutto, quello della città, intesa come un luogo di perdita dell’identità collettiva e come lo scenario di un carnevale grottesco.

Otto Dix, Autoritratto con garofano, 1912. Olio su carta montato su tavola, 73,7 x 49,5 cm. Detroit, Detroit Institute of Arts.

Una violenta carica satirica

Per via di queste rilevanti assonanze, il movimento si legava indubbiamente alla recente esperienza espressionista, con la quale condivideva l’uso di una linea contorta e tormentata, l’adozione di un cromatismo acceso e violento, la scelta di composizioni drammatiche e sgradevoli. Ricorda un’attivista del gruppo, la pittrice Lea Grundig: «Poter lavorare, esorcizzare il terrore dandovi forma, esprimerlo e diventare così più liberi; questa era la nostra gioia, la nostra lotta di ogni giorno, la nostra autoaffermazione quotidiana.

Chiamarlo con il suo giusto nome affinché altri lo riconoscessero, disegnare il suo volto assassino, perché altri lo vedessero; consolidare la repulsione e suscitare l’odio, rafforzare l’amore e levare il pugno contro l’idra orrenda dalle mille teste: questo fu il nostro lavoro di quegli anni».  Gli artisti più significativi della Nuova oggettività furono i tedeschi George Grosz e Otto Dix, i quali realizzarono opere molto coraggiose, caratterizzate da una violenta carica satirica.

Personaggi tragicomici dell’alta borghesia e dell’esercito, stravolti da fisionomie mostruose, appaiono preda dei loro impietosi tormenti esistenziali, legati al denaro, al sesso, alla schiavitù delle macchine. Viceversa, i proletari e i reduci della grande guerra sono spenti e svuotati, irrimediabilmente segnati dall’esperienza bellica.

Otto Dix, Il venditore di fiammiferi, 1920. Olio e collage su tela, 141,5 x 166 cm. Stoccarda, Staatsgalerie.

Otto Dix

L’opera di Otto Dix (1891-1969) si colloca in tale contesto di coraggiosa, per quanto tragica, resistenza al nazismo. Arruolatosi come volontario nell’esercito tedesco durante la Prima guerra mondiale, combatté in Russia, Polonia, Francia e nelle campagne delle Fiandre e tornò provato e traumatizzato. Nel 1919 conobbe Grosz e aderì al gruppo Dada berlinese, schierandosi sulle posizioni di un crudo realismo espressionista.

Fondò, con altri, la Secessione di Dresda e la Nuova oggettività. Divenne uno dei più drammatici testimoni del suo tempo e denunciò, attraverso la caricatura e la deformazione grottesca, l’ipocrisia e la decadenza della società contemporanea berlinese, scagliandosi contro i colpevoli di tale aberrazione: l’esercito, la grande industria, i rappresentanti dei partiti nazionalistici e la stampa. Fu, per citare lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan, «il descrittore lucido, spietato, quasi fotografico delle miserie, delle infamie, della macroscopica stupidità della guerra».

Al contrario del suo collega Grosz, più impegnato politicamente, Dix dichiarò di essere mosso da un obiettivo prima di tutto umanitario, di voler guardare prioritariamente alle vittime della società, al loro dolore e alla loro disperazione. «No, gli artisti non devono né migliorare né convertire. Sono troppo pochi. Devono solo testimoniare», scrisse. In realtà, l’artista non riuscì a mettere in pratica questo principio: nelle sue opere, già la scelta dei soggetti non è frutto di una decisione neutrale ma l’espressione di una chiara presa di posizione politica.

Otto Dix, Invalidi di guerra che giocano a carte, 1920. Olio su tela, 110 x 87 cm. Berlino, Staatliche Museen.

Invalidi di guerra

Invalidi di guerra che giocano a carte, del 1920, rappresenta tre uomini deformi, anzi, per l’esattezza, tre tronconi umani, privi di gambe o di braccia, dotati di protesi che li rendono più simili a burattini o a inquietanti automi che a uomini in carne e ossa, e con i volti orribilmente deturpati. Questi bizzarri personaggi sono impegnati in una improbabile partita a carte, come un qualsiasi terzetto di pensionati o dopolavoristi.

Il linguaggio pittorico di Otto Dix, che nel 1923 fu processato per la presunta “oscenità” dei suoi dipinti, è intenzionalmente volgare, esasperato e cinico. L’artista non si fece scrupolo di essere eccessivo; la sgradevolezza della pittura era a suo dire necessaria, per descrivere una condizione umana deviata, per mostrare, attraverso la metafora della deformazione fisica, il vero volto di una società diventata dissoluta, ingiusta, violenta e distruttiva.

Otto Dix, Invalidi di guerra che giocano a carte, 1920. Particolare.
Otto Dix, Invalidi di guerra che giocano a carte, 1920. Particolare.

Le donne

Nel 1926, Dix dipinse Tre donne, una feroce parodia del tema classico delle Tre Grazie. Le tre donne nude, evidentemente prostitute, sono presentate come caricature grottesche e deformi, certamente prive di ogni erotismo: la prima è quasi scheletrica, la seconda è invece obesa; la terza, presentata in una posa oscena, ha un corpo flaccido e sformato. Queste meretrici da pochi soldi diventano, nell’opera di Dix, una triste metafora della Germania di quegli anni.

Otto Dix, Tre donne, 1926. Olio su tela. Stoccarda, Galerie der Stadt Stuttgart.

Anche La Grande Città (1927-1928), noto come Trittico della Metropoli, denuncia il degrado morale della società di quegli anni. Al centro, all’interno di un locale, alcune persone ballano vestite con abiti eccentrici. A sinistra, per strada, alcune prostitute attendono i clienti e un mutilato si avvicina a loro. A destra, altre donne elegantemente vestite passano accanto a un altro mutilato, ignorandolo.

Otto Dix, Trittico della Metropoli, 1927-1928. Tecnica mista su tavola, 181 x 402 cm. Stoccarda, Kunstmuseum.

Il Ritratto di Sylvia Von Harden presenta una giovane poetessa il cui aspetto era molto lontano dai canoni di bellezza femminile, diffusi in quegli anni. La donna, seduta al tavolino di un locale (il Café Romain, spesso frequentato dal pittore), fuma con le gambe accavallate. Ha i capelli corti, porta un monocolo, i tratti somatici sono molto marcati, lo sguardo è severo, quasi sprezzante. Nonostante prevalga nell’opera il colore rosa, colpiscono l’atteggiamento e il cipiglio molto maschili di Sylvia, sicuramente non convenzionali, che colpirono molto il pittore.

Otto Dix, Ritratto di Sylvia von Harden, 1926. Olio e tempera su tavola, 121 x 89 cm. Parigi, Centre Pompidou.

Una pittura sovversiva

Adolf Hitler affermò, di fronte a opere del genere: «È un peccato che non si possa internare questa gente». Dal punto di vista dell’artista, un vero e proprio riconoscimento. Dal 1933, con la presa del potere di Hitler, l’opera di Dix cominciò ad essere giudicata sovversiva.

Fu un dipinto dal marcato carattere allegorico, I sette peccati capitalia segnare la sua sorte. Una strega porta in groppa un piccolo uomo che in cui si riconobbe una caricatura di Hitler, mostrato con un forte strabismo, nonostante all’epoca fosse senza baffi, aggiunti dall’artista nel 1947. Alle loro spalle troviamo uno scheletro con la falce, una donna con il seno scoperto, un uomo con una pentola in testa, una figura con uno sfintere al posto della bocca e infine un mostro cornuto.

Otto Dix, I sette peccati capitali, 1933. Tecnica mista su tavola, 179 x 120 cm. Karlsruhe, Staatliche Kunsthalle.

Nel 1934 l’artista perse l’incarico di professore all’Accademia di Dresda e gli venne proibito di esporre; 260 delle sue opere furono rimosse dalle collezioni pubbliche tedesche, 26 di queste furono esposte, nel 1937, nella Mostra dell’Arte Degenerata, e più esattamente nella (significativa) sezione intitolata: “Barbarie della rappresentazione per il progressivo deterioramento della sensibilità alla forma e al colore, l’intenzionale disprezzo per i fondamenti della tecnica e la totale stupidità nella scelta dei soggetti”. Nel 1939, Dix fu arrestato dalla Gestapo. Mandato al fronte durante il secondo conflitto mondiale, riuscì a sopravvivere. Nel dopoguerra, ripreso il lavoro, dipinse allegorie legate al tema della guerra.

Otto Dix, La guerra durante un attacco di gas, 1924. Acquaforte. Anversa, Collezione Ronny e Jessy Van de Velde.

Il tema della guerra

Nel 1920, in Trincea, il groviglio dei corpi smembrati, in cui braccia e gambe sembrano confondersi fra loro, presenta la guerra come un orrido carnevale. In questo caso, però, il colore, che allude alla pioggia, al fango e al sangue, ha una volenza fortemente espressionistica e amplifica l’angoscia della scena.

Il dipinto, acquistato ed esposto dal Museo di Colonia nel 1923, gli venne restituito due anni dopo per tacitare le reazioni scandalizzate di critica e pubblico. Esposto nel 1937 alla Mostra dell’Arte Degenerata con il titolo Sabotaggio alla difesa, il quadro fu in seguito distrutto.

Otto Dix, Trincea, 1920. Distrutto.

Nel 1924, Dix produsse una serie di acqueforti intitolata La Guerra: cinquanta immagini drammatiche, oggi conservate nella Collezione Ronny e Jessy Van de Velde ad Anversa. La serie racconta la Prima guerra mondiale per quello che è: morti, feriti, devastazione provocata dalle bombe, la tristezza e lo squallore della vita di trincea.

La tecnica dell’acquaforte consentì a Dix di conferire alle sue scene una espressività macabra, di soffermarsi su particolari che rendono le sue scene ributtanti. Nonostante i titoli delle stampe facciano spesso riferimento a luoghi e date precise, la serie non dev’essere interpretata come un diario di guerra, perché Dix si basò su ricordi e fotografie. La forte componente simbolica delle immagini indica chiaramente che l’artista cercò, affrontando questo tema drammatico, di metabolizzare il trauma vissuto.

Otto Dix, Il pasto in trincea, 1924. Acquaforte. Anversa, Collezione Ronny e Jessy Van de Velde.
Otto Dix, Suicidio in trincea, 1924. Acquaforte. Anversa, Collezione Ronny e Jessy Van de Velde.
Otto Dix, Teschio, 1924. Acquaforte. Anversa, Collezione Ronny e Jessy Van de Velde.

Anche il Trittico della guerra, realizzato tra il 1929 e il 1932 e oggi esposto a Dresda, adotta la tipica tipologia delle pale d’altare per rimarcare il senso del sacrificio, vissuto dai soldati presentati come martiri.

Per l’analisi di questo dipinto, si rimanda all’articolo collegato.

Otto Dix, Trittico della guerra, 1929-32. Tecnica mista, 2,04 x 2,04 m. Dresda, Staatliche Kunstsammlungen, Gemäldegalerie Neue Meister.


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